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A cura di Lucrezia Lombardo

“La morte dell’arte contemporanea”. L’evoluzione dei linguaggi espressivi come specchio delle società

Questo trionfo del soggettivismo, del punto di vista, dell’interpretazione, del concetto sradicato dall’oggettività e dunque del “concetto parziale”, è divenuto oggi l’aspetto prevalente nell’arte contemporanea

Comprendere l’arte contemporanea è spesso un’operazione ardua che richiede un inusuale sforzo. Forse, proprio questa “fatica del concetto” è uno dei meriti maggiori della creatività postmoderna, che si è divertita a disfare forme, certezze e confini, ibridando i significati in cerca di nuove visioni. L’arte contemporanea nasce infatti dal sentimento d’insofferenza dell’uomo nuovo, un soggetto che,  a partire dal XVII secolo e già con l’Umanesimo, si stacca dalle metafisiche e dal paradigma teologico. L’uomo nuovo assetato di autonomia e reputa stantie le vecchie autorità ed i valori, ormai superati.

Questo individuo “avanguardista”, voglioso di distruggere quei confini soffocanti che l’avevano vincolato per secoli, si ritrova d’un tratto con l’intero mondo tra le mani e con una tale pienezza di possibilità, da rischiare d’inciampare. Il peso che il soggetto moderno, emancipatosi dai dogmatismi, deve portare, è costituito adesso da quella medesima libertà che aveva inseguito per secoli e che l’aveva a lungo ossessionato. Anticipando l’evoluzione sociale, l’arte parla costantemente del sentire dell’uomo e mette in luce lo spirito dei tempi, la sua mutevole fisionomia. A partire dall’età moderna, l’arte ed il linguaggio -specie quello poetico- si sono così gradualmente distanziati dall’armonia, dalla chiarezza, dalla riproduzione mimetica del reale e dalle sue forme, lanciandosi in una rincorsa dell’infinito. E tale spinta all’infinito ha richiesto un distanziamento crescente da tutto ciò che era limitato, de-finito, e che ricadeva dunque nella concezione “classica” che intendeva “la bellezza” in quanto “armonia” ed “equilibrio”.

A partire dal tardo Illuminismo, e poi con il Romanticismo, l’artista ha perciò impietosamente bramato lo sconfinamento, il sublime ed il dissidio è divenuto l’elemento predominante in molte rappresentazioni, dalle tele, alle sculture, fino ai versi. Il soggetto moderno, se da un lato ha riconosciuto la propria piccolezza dinnanzi all’infinità della natura, dall’altro ha cominciato a percepire a pieno la propria immensa forza ed il proprio illimitato potere demiurgico, una volta che “Dio è stato ucciso”. Il celebre annuncio della morte di Dio, che Nietzsche per primo ebbe il coraggio di proclamare, del resto, giaceva nel profondo dell’occidente già da secoli ed altro non era che la consapevolezza di un futuro autonomo dai gravami della paura e del dogmatismo (forse, si credeva persino possibile un futuro libero dai sensi di colpa), ma a fare capolino sarebbero subentrate adesso nuove “minacce”, come il deliro d’onnipotenza della ragione e la perentorietà di una scienza che si sarebbe proposta al mondo come nuova “Verità”, piuttosto che come metodo. Non ultimo, il vuoto di senso avrebbe invaso il sentire dell’individuo, per via delle troppe possibilità che a costui si sarebbero presentate, richiedendo quindi un’assunzione totale di responsabilità, poiché non ci sarebbe più stato “un divino” a cui delegare la causa di eventi avversi, o la speranza di una salvezza. L’arte ha seguito questa evoluzione e come l’individuo ha dovuto sbarazzarsi delle forme e dei canoni classici, per ritrovare in sé quella forza creativa originaria che la tradizione aveva schiacciato.

Questo processo di liberazione, ha raggiunto l’apice nell’arte della seconda metà del Novecento ed in quella degli anni Duemila, periodo, quest’ultimo, in cui hanno preso il sopravvento opere performative, capaci d’ibridare i linguaggi, ed opere del tutto informali e concettuali, ovvero impostate totalmente sul gioco ermeneutico dei significati che scaturiscono da ogni specifica rappresentazione. I significati diventano adesso “la spina dorsale” del fare artistico che gioca con essi e che si diletta a produrre opere che tutto hanno da dire e nulla. Opere che innescano nel fruitore una miriade d’interpretazioni soggettive.

Questo trionfo del soggettivismo, del punto di vista, dell’interpretazione, del concetto sradicato dall’oggettività e dunque del “concetto parziale”, è divenuto oggi l’aspetto prevalente nell’arte contemporanea, che ha così smarrito un elemento essenziale: la capacità di parlare a tutti e, dunque, la possibilità di creare un orizzonte di senso e di significati condivisibile, in grado di uscire dalla mera ludicità, per creare concetti autentici. E poiché la definizione di “concetto”, oltre che all’astrazione, rimanda ad un’idea definita concepita con la mente, ciò che manca all’arte contemporanea è il contenuto ideale di cui ogni concetto deve essere “pieno”, se tale lo intendiamo considerare.

Nell’oscillazione del gusto tipica del nostro tempo -e che ha creato “moda”, piuttosto che “opere”- e dinnanzi ad un fare artistico che gioca e che si distacca sempre di più dal reale, o meglio, dal sentire dell’uomo contemporaneo bisognoso di nuove risposte e nuove risorse, potremo nietzschianamente affermare che “l’arte è morta” e proclamarne con gioia, ed a gran voce, il decesso, consapevoli che questa morte ci libererà finalmente di qualcosa che non ha più nulla di originale da dirci, né di veramente innovativo e sovversivo. Si aprirà forse, in questo modo, la strada ad un pensiero che avrà davvero la capacità di parlare all’uomo dei nostri giorni, anticipando il futuro.

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