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A cura di Lucrezia Lombardo

Centro Storico

Lavoratori del proprio ingegno: "noi categoria sottovalutata". Uno sguardo sulla Fiera dell’Antiquariato di Arezzo

Dall'incontro con un'espositrice dell'Antiquaria alle riflessioni sul valore e tutela di antichi mestieri artigiani. Una passeggiata-riflessione tra i banchi della Fiera

Tra le manifestazioni di maggior prestigio per la città di Arezzo si annovera la Fiera Antiquaria, una realtà unica nell’intero panorama italiano. La Fiera raduna infatti espositori da tutta la penisola e costituisce uno dei principali fiori all’occhiello per la città, oltre ad essere uno dei motori dell’economia locale. Tuttavia, nell’arco degli anni, varie polemiche hanno animato questa manifestazione, mettendo in luce un generale peggioramento della qualità stessa della Fiera. A tale proposito si sono susseguiti molteplici dibattiti aventi per tema la valorizzazione di questo storico evento, specie adesso, che la città si appresta a ripartire dopo le chiusure dovute alla drammatica situazione sanitaria.

La Fiera, con la sua prestigiosa tradizione è un vero e proprio museo a cielo aperto e, vagando tra le bancarelle, è possibile imbattersi in cimeli di guerra, in reperti archeologici rari, in antichi testi d’alchimia e filosofia ed in tele dal valore ignoto eppure, oltre a questo serbatoio di altissimo livello, la Fiera dell’Antiquariato è stata animata, per anni, anche da artigiani che rientrano nella categoria “dei lavoratori del proprio ingegno”. E’ il caso di maestri nella lavorazione del cuoio, di artisti della ceramica, di pittori, di orefici, di giovani designer e, dunque, di uomini e donne che realizzano, esclusivamente con l’ausilio delle proprie mani e risorse, oggetti dal valore unico e di particolare pregio.

Proprio qualche giorno fa ho avuto il piacere di confrontarmi con un’artigiana che, per anni, ha partecipato alla Fiera come “lavoratrice del proprio ingegno”. Con rassegnazione e rabbia, l’artigiana mi ha racconto del cambiamento che è stato di recente introdotto per quel che riguarda le modalità espositive previste per i lavoratori di cui anche lei fa parte. Adesso, infatti, “gli operatori del proprio ingegno” - un ampio bacino di persone, molte delle quali sono giovani donne - possono partecipare alla Fiera soltanto se muniti di un tesserino che dà diritto a svolgere sei mercatini in un anno, rigorosamente entro i confini regionali. Il tesserino in questione - a parere di molti “spuntisti” -, con il vincolo che impone, taglia le gambe a tutti quei lavoratori che, di fatto, sono veri e propri artigiani, sebbene privi di un riconoscimento ufficiale. Tra costoro si annoverano molte persone che partecipano alle fiere e che producono opere di valore artistico non per hobby, ma per professione, consentendo così ad antichi mestieri, come la lavorazione del cuoio o della ceramica, di restare in vita e di tramandarsi. Limitando la possibilità a tali artigiani di partecipare a fiere ed eventi simili, il rischio a cui si va incontro è quello d’incrementare la disoccupazione e di amputare un settore che non costituisce “un abbassamento di livello” per la qualità generale della Fiera Antiquaria, ma è, anzi, una testimonianza viva di professioni che vanno a scomparire e che, di contro, singoli individui praticano, conservando così intatte preziose tradizioni collettive. La Fiera, infatti, oltre ad essere un museo a cielo aperto che attrae turisti e collezionisti, è anche un luogo d’incontro di differenti saperi ed arti che, grazie a questo patrimonio condiviso, muovono l’economia locale e non solo. Privare gli artigiani della possibilità di continuare ad esporre i loro prodotti non reiterabili industrialmente, significa rinunciare ad una parte importante della nostra tradizione. L’economia, sempre di più, anche nel nostro paese sta assecondando la tendenza ad eliminare la piccola imprenditoria (settore che costituirebbe, se fosse valorizzato come si deve, un fiore all’occhiello tutto italiano), consegnando così il mercato in mano a multinazionali ed a grandi gruppi che, soli, riescono a sostenere la pressione fiscale. Alla luce di quest’amara constatazione, privare la Fiera di un settore come quello dell’artigianato frutto del proprio ingegno, significa costringere uomini e donne che per anni hanno lavorato in quel settore, ad abbandonarlo. In questo modo, molti antichi mestieri andranno irrimediabilmente perduti e, con essi, una parte importante del nostro patrimonio culturale scomparirà dietro alla spinta di un’industrializzazione forzata che, gradualmente, sta divorando ogni cosa.

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