Domenica, 1 Agosto 2021
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A cura di Lucrezia Lombardo

I lavoratori non contano più niente: la manipolazione psicologica che spinge alla guerra tra poveri

Lo smantellamento graduale e democraticamente legittimato dello Statuto dei lavoratori e del Welfare State è arrivato ad un punto tale da rendere possibili fenomeni come il licenziamento di massa dei dipendenti della Gkn di Campi Bisenzio, con una email

Striscione fuori dalla Gnk di Campi Bisenzio (Foto tratta da facebook)

Da alcuni anni a questa parte assistiamo ad un fenomeno inquietante: la logica della competizione e della rivalità si è estesa anche alla “classe operaia” e a tutti quei “mestieri dipendenti” che rientrano ormai nell’espressione ora citata, nella misura in cui il proletariato, lungi dall’essere scomparso, ingloba oggi in sé tutti i precari, i disoccupati, i sottopagati che popolano la nostra società, costituendone la maggioranza.

Il proletariato, appunto, oltre a perdurare, ha mutato volto: sebbene i poveri-precari dei nostri giorni abbiamo meno figli rispetto a quelli di ieri, la sostanza non è mutata.

Oltre a quello che, sino ad alcuni anni fa, era un benessere medio diffuso, “il sistema di diseguaglianze” tutt’ora in vigore, per disinnescare le proteste dei lavoratori sfruttati, si è servito di una manipolazione psicologica sottile, consistente, appunto, nella competizione indotta anche tra gli individui appartenenti parimenti alla classe dei “più poveri”. Infatti, negli ambienti di lavoro -non solo nelle fabbriche, ma negli uffici, nelle scuole e in generale nei grandi bacini di manodopera - la solidarietà reciproca ha ceduto il posto ad una guerra tra poveri, che s’illudono di contare qualcosa. La divisione, posta in seno a quella porzione di cittadinanza attiva che potrebbe lottare per la tutela dei propri diritti, crea così passività e costringe ad indirizzare l’interezza delle energie verso cause fittizie, invece che verso quelle più urgenti.

Il classismo, lontano dall’essere sconfitto, è l’essenza del nostro presente, nella misura in cui il divario tra i ricchi, i potenti, i detentori del sapere da un lato, e tutti gli altri “comuni mortali” dall’altro, cresce, e cresce nel piccolo - si pensi, per esempio, al diffusissimo fenomeno del baronato universitario -, per poi espandersi a macchia d’olio.

Lo smantellamento graduale e democraticamente legittimato dello Statuto dei lavoratori e del Welfare State è arrivato ad un punto tale da rendere possibili fenomeni come il licenziamento di massa dei dipendenti della Gkn di Campi Bisenzio che, con una e-mail, sono stati “sbolognati” dall’oggi al domani, e consegnati a quella precarietà economica ed esistenziale che è uno dei principali strumenti di potere, atti a creare lo sradicamento del soggetto, a privarlo del proprio futuro e, dunque, di quei legami di solidarietà che, soli, potrebbero invertire la rotta intrapresa dalle nostre società.

L’articolo 4 della Costituzione italiana, che riconosce a tutti il diritto al lavoro, impegnandosi a rimuovere gli ostacoli che impediscono ciò, si rivela ormai un puro precetto formale, lontanissimo dalla situazione attuale, che si è servita della crisi sanitaria per recidere ancor più i diritti dei lavoratori. Del resto è noto oramai che “lo stato d’emergenza” e le crisi stesse - sebbene reali e drammatiche -, servano in parte a tagliare i diritti sociali, ad attuare politiche economiche austere in nome della ripresa, a ridurre la privacy in nome della sicurezza, sfruttando il disorientamento e lo shock collettivi.

Lo smantellamento dei diritti dei lavoratori è ancora più terribile se pensiamo alla solitudine di chi subisce le conseguenze di licenziamenti ingiusti e di uno sfruttamento reiterato. La vita di questi lavoratori prevede che vengono consegnati alla legge della sopravvivenza e all’usura psicologica, completamente privi di tutele, senza dei sindacati in grado di proteggerli, senza che la stampa si occupi della loro condizione, o che l’opinione pubblica s’indigni.

La solitudine degli operai della Gkn, lungi dall’essere una condizione loro soltanto, è in realtà la condizione attuale e prossima di tanti altri uomini e donne che, a causa della crisi si vedranno licenziare. La condizione dei lavoratori della Gkn è quella delle centinaia di migliaia di precari della scuola, degli sfruttati nei call center, nel mondo dello spettacolo, nel settore socio-assistenziale e, se soltanto questa enorme massa di “neo-schiavi” avesse consapevolezza della propria situazione, potrebbe fare la differenza, mutando le circostanze a proprio vantaggio, poiché la maggioranza della nostra società è composta da poveri attuali e potenziali. A questo proposito, la propaganda che la politica sta facendo per i diritti civili - senz’altro importantissimi - si lega dunque alla parallela distruzione dei diritti sociali: si concedono i primi, per tenere le masse quiete e smantellare i secondi, mentre diritti civili e sociali non possono essere separati, né fare a meno gli uni degli altri, o l’effetto che ne deriva è che i diritti civili stessi si rivelano meramente formali. Pensiamo, ad esempio, alla libertà di pensiero e di espressione, questi diritti civili perdono sostanza, se non sono affiancati da un sistema scolastico-educativo di livello per tutti (diritto sociale), poiché, se i giovani non possiedono strumenti culturali adeguati, come possiamo pensare che diventino cittadini liberi di pensare ed esprimersi?

La situazione di crisi radicale inaugurata dalla pandemia - ma in atto da anni, da quando i lavoratori per primi hanno cessato di interessarsi alla loro condizione, accettando leggi come il “Jobs Act”- è preoccupante, non soltanto per l’economia, ma per la stessa tenuta democratica europea e globale: infatti, se le persone vengono consegnate in massa alla miseria e costrette ad alienare la loro forza lavoro senza dignità, che mondo ci aspetta? Tuttavia, coloro che oggi traggono beneficio dalla mutilazione dei diritti sociali (penso alle grandi multinazionali e a certe associazioni di categoria), dovrebbero meditare su una vecchia legge che regola il mercato capitalistico e, più che mai, il consumismo odierno: il giorno in cui la massa non disporrà più del denaro e dei mezzi necessari ad acquistare alcunché, e sarà oppressa da una pressione fiscale insostenibile, la merce che il consumismo produce compulsivamente resterà invenduta e condurrà al tracollo del sistema produttivo e degli stessi privilegiati che pilotano tale sistema.

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