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Sabato, 26 Novembre 2022
ColtivarCultura

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A cura di Lucrezia Lombardo

I lavoratori non contano più niente: la manipolazione psicologica che spinge alla guerra tra poveri

Lo smantellamento graduale e democraticamente legittimato dello Statuto dei lavoratori e del Welfare State è arrivato ad un punto tale da rendere possibili fenomeni come il licenziamento di massa dei dipendenti della Gkn di Campi Bisenzio, con una email

Da alcuni anni a questa parte assistiamo ad un fenomeno inquietante: la logica della competizione e della rivalità si è estesa anche alla “classe operaia” e a tutti quei “mestieri dipendenti” che rientrano ormai nell’espressione ora citata, nella misura in cui il proletariato, lungi dall’essere scomparso, ingloba oggi in sé tutti i precari, i disoccupati, i sottopagati che popolano la nostra società, costituendone la maggioranza.

Il proletariato, appunto, oltre a perdurare, ha mutato volto: sebbene i poveri-precari dei nostri giorni abbiamo meno figli rispetto a quelli di ieri, la sostanza non è mutata.

Oltre a quello che, sino ad alcuni anni fa, era un benessere medio diffuso, “il sistema di diseguaglianze” tutt’ora in vigore, per disinnescare le proteste dei lavoratori sfruttati, si è servito di una manipolazione psicologica sottile, consistente, appunto, nella competizione indotta anche tra gli individui appartenenti parimenti alla classe dei “più poveri”. Infatti, negli ambienti di lavoro -non solo nelle fabbriche, ma negli uffici, nelle scuole e in generale nei grandi bacini di manodopera - la solidarietà reciproca ha ceduto il posto ad una guerra tra poveri, che s’illudono di contare qualcosa. La divisione, posta in seno a quella porzione di cittadinanza attiva che potrebbe lottare per la tutela dei propri diritti, crea così passività e costringe ad indirizzare l’interezza delle energie verso cause fittizie, invece che verso quelle più urgenti.

Il classismo, lontano dall’essere sconfitto, è l’essenza del nostro presente, nella misura in cui il divario tra i ricchi, i potenti, i detentori del sapere da un lato, e tutti gli altri “comuni mortali” dall’altro, cresce, e cresce nel piccolo - si pensi, per esempio, al diffusissimo fenomeno del baronato universitario -, per poi espandersi a macchia d’olio.

Lo smantellamento graduale e democraticamente legittimato dello Statuto dei lavoratori e del Welfare State è arrivato ad un punto tale da rendere possibili fenomeni come il licenziamento di massa dei dipendenti della Gkn di Campi Bisenzio che, con una e-mail, sono stati “sbolognati” dall’oggi al domani, e consegnati a quella precarietà economica ed esistenziale che è uno dei principali strumenti di potere, atti a creare lo sradicamento del soggetto, a privarlo del proprio futuro e, dunque, di quei legami di solidarietà che, soli, potrebbero invertire la rotta intrapresa dalle nostre società.

L’articolo 4 della Costituzione italiana, che riconosce a tutti il diritto al lavoro, impegnandosi a rimuovere gli ostacoli che impediscono ciò, si rivela ormai un puro precetto formale, lontanissimo dalla situazione attuale, che si è servita della crisi sanitaria per recidere ancor più i diritti dei lavoratori. Del resto è noto oramai che “lo stato d’emergenza” e le crisi stesse - sebbene reali e drammatiche -, servano in parte a tagliare i diritti sociali, ad attuare politiche economiche austere in nome della ripresa, a ridurre la privacy in nome della sicurezza, sfruttando il disorientamento e lo shock collettivi.

Lo smantellamento dei diritti dei lavoratori è ancora più terribile se pensiamo alla solitudine di chi subisce le conseguenze di licenziamenti ingiusti e di uno sfruttamento reiterato. La vita di questi lavoratori prevede che vengono consegnati alla legge della sopravvivenza e all’usura psicologica, completamente privi di tutele, senza dei sindacati in grado di proteggerli, senza che la stampa si occupi della loro condizione, o che l’opinione pubblica s’indigni.

La solitudine degli operai della Gkn, lungi dall’essere una condizione loro soltanto, è in realtà la condizione attuale e prossima di tanti altri uomini e donne che, a causa della crisi si vedranno licenziare. La condizione dei lavoratori della Gkn è quella delle centinaia di migliaia di precari della scuola, degli sfruttati nei call center, nel mondo dello spettacolo, nel settore socio-assistenziale e, se soltanto questa enorme massa di “neo-schiavi” avesse consapevolezza della propria situazione, potrebbe fare la differenza, mutando le circostanze a proprio vantaggio, poiché la maggioranza della nostra società è composta da poveri attuali e potenziali. A questo proposito, la propaganda che la politica sta facendo per i diritti civili - senz’altro importantissimi - si lega dunque alla parallela distruzione dei diritti sociali: si concedono i primi, per tenere le masse quiete e smantellare i secondi, mentre diritti civili e sociali non possono essere separati, né fare a meno gli uni degli altri, o l’effetto che ne deriva è che i diritti civili stessi si rivelano meramente formali. Pensiamo, ad esempio, alla libertà di pensiero e di espressione, questi diritti civili perdono sostanza, se non sono affiancati da un sistema scolastico-educativo di livello per tutti (diritto sociale), poiché, se i giovani non possiedono strumenti culturali adeguati, come possiamo pensare che diventino cittadini liberi di pensare ed esprimersi?

La situazione di crisi radicale inaugurata dalla pandemia - ma in atto da anni, da quando i lavoratori per primi hanno cessato di interessarsi alla loro condizione, accettando leggi come il “Jobs Act”- è preoccupante, non soltanto per l’economia, ma per la stessa tenuta democratica europea e globale: infatti, se le persone vengono consegnate in massa alla miseria e costrette ad alienare la loro forza lavoro senza dignità, che mondo ci aspetta? Tuttavia, coloro che oggi traggono beneficio dalla mutilazione dei diritti sociali (penso alle grandi multinazionali e a certe associazioni di categoria), dovrebbero meditare su una vecchia legge che regola il mercato capitalistico e, più che mai, il consumismo odierno: il giorno in cui la massa non disporrà più del denaro e dei mezzi necessari ad acquistare alcunché, e sarà oppressa da una pressione fiscale insostenibile, la merce che il consumismo produce compulsivamente resterà invenduta e condurrà al tracollo del sistema produttivo e degli stessi privilegiati che pilotano tale sistema.

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