Giovedì, 13 Maggio 2021
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A cura di Lucrezia Lombardo

Dal teatro al telefono agli spettacoli in luoghi impensabili. Alessandra Bedino: "Ora mi piacerebbe usare la Fortezza"

Intervista alla fondatrice di “Interno12”, associazione nata nel 2010 ad Arezzo, che promuove il teatro come forma d’arte collettiva

Alessandra Beddino è una donna coraggiosa, innamorata del teatro e capace di utilizzarlo come strumento per coinvolgere lo spettatore. Portando gli spettacoli fuori dalla loro canonica collocazione - la scena - la Bedino cala la rappresentazione nei luoghi concreti, trasformandola in performance capace di catturare il pubblico. L’opera teatrale diviene, in questo modo, “un’opera condivisa e partecipata” che anima la quotidianità, uscendo dal palcoscenico. Il progetto del teatro come forma d’arte collettiva nasce grazie all’associazione “Interno12”, fondata nel 2010 ad Arezzo, proprio da Alessandra Bedino. Tra le principali produzioni culturali e teatrali che sono state realizzate recentemente dall’associazione si annoverano La Casa Sognata- conversazioni per un teatro intimo, uno spettacolo che, nella fase di lockdown, ha sostituito il telefono alla presenza fisica degli spettatori e Invisible Planet, rappresentazione ispirata a Calvino. Per comprendere meglio quale sia il progetto che Alessandra Bedino persegue da anni attraverso il linguaggio teatrale, cediamo a lei la parola.

Che cos’è Interno 12?

“Interno12 aps da anni promuove la cultura teatrale in città e nel territorio aretino attraverso iniziative diverse come performance, spettacoli, laboratori di teatro rivolti agli adulti, corsi di dizione e lettura espressiva, di storia della drammaturgia e di scrittura per la scena. Negli anni passati abbiamo creato performance animando luoghi particolarmente suggestivi come la Fortezza del Girifalco di Cortona o gli spazi del Camere Civico 15 di via Cesalpino ad Arezzo. Ci interessa lavorare sui luoghi, partire dalle suggestioni dello spazio per raccontare e coinvolgere il pubblico in un rapporto il più possibile emozionante.”

Ci racconti brevemente di cosa tratta “La Casa Sognata”?

“Il nostro ultimo progetto, appena concluso, La Casa Sognata – conversazioni per un teatro intimo, selezionato nell’ambito del Progetto Così remoti, così vicini – Nuove idee per un teatro a distanza, di Fondazione Toscana Spettacolo onlus e Regione Toscana è uno spettacolo sui generis che ha coinvolto, in un solo fine settimana, quasi cento spettatori al telefono. Un modo diverso di ricreare quello spazio di incontro e intimità che tanto ci manca in questo periodo, attraverso l’ascolto e l’immaginazione. Anche questo è un percorso che continuerà e si svilupperà in varie direzioni”.

Nello specifico, Alessandra, sappiamo che ti occupi del gruppo “Laboratorio Invisibile”. Puoi spiegarci di cosa si tratta?

“A parte ideare i vari progetti dell’associazione, seguo ormai da tempo un piccolo gruppo di attori scelti da me che, anno dopo anno, stanno maturando un’esperienza e un affiatamento davvero non comuni e soprattutto stanno affinando le loro capacità espressive. Un gruppo che ho chiamato, un po’ provocatoriamente, “Laboratorio Invisibile”, forse perché in città non sembra proprio esserci interesse a dare visibilità e opportunità di crescita a gruppi di teatro che vogliano uscire dal livello meramente amatoriale. I partecipanti sono Stefano Berbeglia, Giuliana Bianchi, Annalisa Cei, Cordelia Palla, Stefania Salvietti e Giovanni Visibelli.

L’anno scorso dopo lo stop imposto a tutti dal lockdown, abbiamo ripreso a incontrarci su Zoom e ho proposto agli attori di rileggere insieme Le città invisibili di Calvino, un testo che amo molto e al quale ritorno ciclicamente. Mi sembrava il momento adatto.

Calvino scrive: «Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili», ecco in quel momento le città erano ancora davvero invivibili, mi sembrava che esercitare l'immaginazione in quel momento fosse importante per tutti, per recuperare una dimensione soffocata dall'ansia e dall'isolamento.

Ciascuno ha scelto di studiare una città invisibile da cui fosse attratto e che sentisse in qualche modo in relazione con i propri desideri o paure. Abbiamo lavorato a lungo a distanza sui testi, sul loro significato, su ciò che evocavano in noi e soprattutto su come portarli al pubblico, non essendo testi facili, fiduciosi però che ‘prima o poi’ ciò sarebbe stato possibile.

Finalmente a partire dal 21 giugno abbiamo potuto incontrarci e fare delle vere prove nel luogo che avevamo scelto per la rappresentazione: un bellissimo casolare della Valdichiana, a pochi chilometri da Cortona. E’ nato così, città dopo città,“Invisible planet - viaggio attraverso le città invisibili di Calvino”, uno spettacolo itinerante per piccoli gruppi di ‘viaggiatori’, un viaggio in piena campagna alla scoperta delle città invisibili, in effetti una specie di ossimoro”.

Qual è il tuo modo di concepire il teatro e quali i progetti futuri?

“Credo molto nell’importanza di coinvolgere gli attori nell’ideazione di uno spettacolo, in modo che il percorso di crescita porti a un’opera condivisa e non a un semplice ‘saggio’. Durante tutta l'estate le città hanno preso forma ‘visibile’ grazie soprattutto alla creatività e pazienza di Giovanni Visibelli che ha curato insieme a me l'allestimento degli spazi. Le 10 città in-visibili sono quindi un viaggio reale e immaginario insieme, un percorso poetico che il piccolo gruppo di spettatori/viaggiatori compie fisicamente e, speriamo, emotivamente. Per noi è stata un’esperienza arricchente, che ha coinvolto molto pubblico ma molto ne ha lasciato fuori (purtroppo alcune repliche sono state annullate causa maltempo), quindi pensiamo di riproporre il “viaggio” anche quest’estate. Naturalmente c’è anche un nuovo lavoro a cui stiamo lavorando da mesi e che vedrà la luce sicuramente in estate; non ha ancora un titolo ma si tratta di un insieme di monologhi davvero potenti di un autore contemporaneo francese, Patrick Kermann. Dobbiamo ancora trovare la giusta collocazione per lo spettacolo (anche questo probabilmente itinerante) che ci piacerebbe proporre in città, magari negli ambienti della Fortezza”.

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