Domenica, 26 Settembre 2021
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A cura di Lucrezia Lombardo

“La rivoluzione della bontà” che ha risollevato centinaia di ragazzi che erano caduti e sono tornati a sorridere

Lucrezia Lombardo torna a raccontare la storia dii Emmaus Arezzo. A partire dal suo fondatore, l'indimenticato e indimendicabile Franco Bettoli

A pochi chilometri da Arezzo, presso una vecchia colonica che “i ragazzi” hanno rimesso in piedi da soli, sorge la Comunità di Emmaus, un luogo dove in molti hanno trovato accoglienza e la possibilità di ripartire.

Reietti per la società, poveri, senza tetto, ragazzi e ragazze con problemi di dipendenza, o d’altro tipo, che li hanno segnati nel profondo e che gli esperti non sono stati in grado  “di curare”, giovani e meno giovani che avevano una vita “normale”, un lavoro, una famiglia e che la crisi economica, i debiti, un licenziamento, hanno ridotto a terra. A Emmaus, nessuno giudica nessuno, ma l’unica legga è la reciprocità, come insegna il fondatore della comunità, l’Abbé Pierre che, ordinato sacerdote, fu stato partigiano, obiettore di coscienza e uomo coraggioso, che ha scelto di dedicare la propria vita alla causa degli ultimi. E proprio agli ultimi, Emmaus deve tutto, poiché costoro hanno innescato un cambiamento radicale anche nella vita di molti uomini e donne “comuni”, che vagavano in cerca di un senso, persone con una vita già avviata eppure infelici, come Franco Bettoli, il fondatore di Emmaus Arezzo, venuto a mancare qualche anno fa, che dopo aver incontrato l’Abbé Pierre e aver trascorso del tempo con i “reietti”, ha deciso di lasciare tutto, il suo lavoro da impiegato e le sicurezze e economiche, per aprire una casa, che ha accolto, negli anni, centinaia di persone, restituendo loro la dignità, grazie al lavoro, alla fiducia, all’amicizia vera ed alla responsabilità, poiché, forse, il solo modo per salvarci è salvare.

L'Abbé Pierre e Franco Bettoli in una foto storica dall'archivio di Arezzo Notizie«Poveri che diventano donatori, e provocatori di chi ha e non fa nulla. Servire e far servire per primi i più sofferenti, è la sorgente della vera pace», diceva l’Abbé Pierre, sconvolgendo il mondo intero, disinnescando l’egoismo e l’edonismo, e catturando centinaia di giovani, che hanno trovato, nella causa di quest’uomo, una ragione di vita e quel “senso” che nessuna sicurezza materiale, nessun successo, nessuna visibilità erano riusciti a dargli.

A Emmaus, i ragazzi si auto-sostengono col loro lavoro, attraverso un’economia del riciclo e circolare, che ha la forma di un mercatino dell’usato e di varie attività di manovalanza. In comunità, i più vecchi aiutano i più giovani, occupandosi di loro e insegnandogli i compiti da svolgere, di modo che s’inneschi una reazione a catena e coloro che, da prima, avevano bisogno di aiuto, divengono adesso i dispensatori di aiuto per altri bisognosi, E’ proprio questo, del resto, il miracolo che il bene innesca: trasforma le pieitre di scarto -coloro che, agli occhi della società, hanno fallito- in pietre d’angolo, in portatori di luce, in testimonianze vive di speranza. Con coraggio, infatti, i ragazzi di Emmaus non si sono tirati indietro neppure nella fase di crisi che la casa di Arezzo ha attraversato, a causa della mancanza di risorse finanziarie, e adesso la comunità ha ripreso, anche se ospita soltanto otto persone. Ma i ragazzi hanno sempre gli occhi luminosi e sono certi che presto potranno accogliere altri dodici bisognosi, sono certi che il bene generi bene, che il bene riesca a intenerire anche i cuori più duri, sono certi che ciò che si semina nella giustizia verrà raccolto prima o poi e sono convinti che, alla fine, “l’insurrezione della bontà”, come la chiamava l’Abbé Pierre- sia destinata a vincere e a riportare il sorriso anche su volti più disperati.

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