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La torre di Gnicche e le tracce del brigante

Nuova lettura dal blog Arezzo da Amare a cura di Marco Botti, sulle tracce del brigante più famoso di Arezzo

A due passi dalla città esistono ancora angoli fuori dal tempo, solcati da strade bianche e circondati dalla natura silenziosa, dove le opere dell’uomo non invadono il paesaggio ma lo impreziosiscono. 

Uno dei più suggestivi si raggiunge svoltando in direzione della collina di San Fabiano, all’altezza degli archi dell’Acquedotto Vasariano. Dopo aver costeggiato le arcate dell’infrastruttura idraulica ultimata nel 1603, se invece di proseguire il percorso collinare si imbocca a destra la via dei Cappuccini, dopo cento metri sbucherà dietro la curva una singolare torre abbandonata, da tutti conosciuta come la Torre di Gnicche

Siamo di fronte a una costruzione del Trecento sorta su una struttura precedente, caratterizzata su tutti i suoi lati da rimaneggiamenti e integrazioni, come le aperture in laterizio quattrocentesche e il consolidamento posticcio della parte apicale di qualche decennio fa. 

Simone De Fraja, da anni punto di riferimento per la storia delle fortificazioni del territorio aretino, ha suggerito che i resti delle mensole sporgenti del livello più alto potrebbero riferirsi a una più ampia terrazza sommitale per la vedetta, forse provvista in principio di merlatura.

Varie le ipotesi per giustificare la presenza di una torre isolata alle pendici del colle. In passato è stato supposto, ad esempio, che fosse una costruzione di avvistamento, esterna ma comunque facente parte del sistema difensivo medievale cittadino. La stessa destinazione è stata proposta anche per un vicino torrione, poi inglobato nella dimora fatta realizzare dai Montelucci intorno alla metà del Cinquecento, oggi nota come Villa Severi.

C’è chi invece ha ipotizzato che fosse una torre daziaria, usata da chi giungeva con le proprie merci ad Arezzo passando per la via di Pietramala, la strada medievale che collegava la Valtiberina ad Arezzo passando per Anghiari, Pietramala, Vezzano, San Polo e l’attuale via di San Fabiano, prima di entrare in città attraverso Porta Sant’Angelo in Archaltis. Quest’ultima fu ritrovata nel 1991 all’interno del bastione della Ghiacciaia della fortezza medicea.

Negli ultimi anni ancora lo studioso De Fraja è tornato sull’argomento, proponendo l’edificio come struttura di sorveglianza del territorio agricolo alle pendici del colle di San Fabiano.

Dopo aver perso la funzione originaria, qualunque essa sia stata, la torre rimase al suo posto nei secoli a seguire. La osserviamo ad esempio nella grande “Pianta del condotto vasariano di Arezzo e della Fonte della Piazza” realizzata nel 1696 dal cartografo e impresario edile Giovan Battista Girelli, che nel 2017 trovò la sua felice collocazione del Museo della Fraternita dei Laici di Piazza Grande. 

Nella parte finale dell’Ottocento cominciò a essere chiamata in gergo popolare “torre di Gnicche”, perché secondo la tradizione era stata uno dei rifugi del più noto brigante aretino di sempre. Il 17 luglio 1870, a breve distanza, il bandito sfuggì alla cattura di due carabinieri che, dopo averlo riconosciuto nei dintorni di Villa La Godiola, dove ancora si vede una bellissima maestà, avviarono uno scontro a fuoco con il latitante che riuscì tuttavia a fuggire.

Federigo Bobini – questa la sua vera identità – conosceva la zona a menadito fin dall’infanzia, visto che era nato il 19 giugno 1845 non molto lontano, lungo l’attuale via Antonio da Sangallo, nel tratto che da Borgo Santa Croce porta verso il cimitero. A quei tempi la località era chiamata Le Fornaci.

Figlio di un bracciante agricolo e di una lavandaia, fin da giovanissimo Gnicche o Gnich, come è quasi sempre nominato nella cronaca nera del tempo, fu uno scapestrato. Venne accusato di episodi vari di microcriminalità, furti, violenze e omicidi. Le sue “imprese” si conclusero il 14 marzo 1871, quando fu arrestato dai carabinieri in un casolare tra Badia al Pino e Tegoleto. Durante il tragitto a piedi verso la caserma tentò la fuga e venne freddato da una pallottola letale all’altezza dei reni.

La morte rocambolesca e drammatica fece crescere la fama del brigante. La memoria romanzata tramandò da subito la figura di un bandito garbato con le donne, amante dei bei vestiti, delle carte e del ballo, spavaldo con i potenti e le forze dell’ordine. Pare addirittura che in alcune occasioni si fosse comportato da “Robin Hood de noialtri”, donando parte delle refurtive ai meno fortunati. Le feste di campagna nelle vallate aretine divennero l’occasione per i cantastorie di narrarne le gesta e alimentare le leggende arrivate fino a noi, alterando la realtà. 

La ballata in ottava rima più famosa fu quella di Giovanni Fantoni da Ponte Buriano, che riportava anche il celebre verso: “Porta in tasca un coltello fatto a cricche, per soprannome fu chiamato Gnicche”.

A un secolo e mezzo dall’uccisione, ci pensò Enzo Gradassi a restituire alle gesta di Federigo Bobini una dimensione più veritiera e meno colorita grazie al volume “Sopracchiamato Gnicche” (Fuori|onda libri) del 2017. Il libro ripercorre la breve e intensa epopea “gnicchesca” attraverso le cronache del tempo, gli atti giudiziari e le ricerche d’archivio di cui il compianto scrittore aretino era un maestro indiscusso. 

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