Arezzo da amare

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A cura di Marco Botti

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Il Togato di Arezzo: l'eclatante scoperta archeologica del '94 ancora avvolta nel mistero

La statua di marmo lunense alta 2,14 metri (il solo corpo è 1,78 m) è ricollegabile a un mausoleo dedicato a un facoltoso aretino vissuto nella seconda metà del I secolo a.C. ed è oggi custodita all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate”

Il Togato di Arezzo: a sinistra com'è oggi (immagine riflessa) e a destra la scoperta del 1994

L’odierna via Vittorio Veneto, che assieme a via Romana ricalca l’antico percorso della via consolare Cassia Vetus in entrata ad Arezzo, ha regalato nel tempo numerosi ritrovamenti archeologici di epoca romana, perlopiù riferiti a sepolture databili tra il I secolo a.C. e la fine del II secolo d.C.

Tra i reperti recuperati lungo la strada e le sue traverse si ricordano iscrizioni funerarie e vari tipi di tombe. Era usanza dei romani, infatti, seppellire i defunti lungo le principali vie d’accesso alle città e, quando questi erano personaggi di rilievo, venivano realizzati veri e propri monumenti funebri. La statuaria parlava a tutti, anche ad analfabeti e gente di poca cultura, quindi divulgava l’importanza di certe figure, le loro idee o quello che avevano fatto in vita.

La più eclatante scoperta archeologica della seconda metà del Novecento nella zona ci fu nel 1994, durante i lavori di scavo per la realizzazione di nuovi edifici all’incontro della direttrice viaria con via Pasqui. Con grande sorpresa per chi stava lavorando alla lottizzazione emerse infatti dal sottosuolo il cosiddetto Togato di Arezzo, una statua di marmo lunense alta 2,14 metri (il solo corpo è 1,78 m), ricollegabile a un mausoleo dedicato a un facoltoso aretino vissuto nella seconda metà del I secolo a.C., oggi custodita all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate”.

Da ricordare che in via Vittorio Veneto nel 1925 fu ritrovata anche una testa identificata come quella di Livia Drusilla Claudia, moglie dell’imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, o di Ottavia, sorella del sovrano. La scultura, sempre di marmo lunense e collocabile tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C., è quindi quasi coeva.

L’uomo, raffigurato in posizione verticale, con la gamba destra leggermente piegata e arretrata, sotto indossa la tunica e sopra la toga, ovvero il lungo mantello drappeggiato che caratterizzava gli uomini di rango e poteva essere messo solo da cittadini romani maschi.

La statua, influenzata da modelli ellenistici, è stata datata all’età tardo repubblicana, tra il 50 e il 26 a.C., un periodo in cui l’influenza greca si faceva sentire anche sull’abbigliamento. Se in precedenza la toga veniva indossata coprendo il braccio sinistro e lasciando scoperto il destro, con l’evoluzione della moda quest’ultimo veniva piegato ad angolo retto e trattenuto nella sopravveste. La parte superiore del mantello calava da entrambe le spalle, mentre in basso l’abito raggiungeva le caviglie. Questo modello si evolvette poi nella cosiddetta “toga fusa” tipica dell’età imperiale, che lasciava di nuovo fuori il braccio destro e presentava drappeggi molto più ampi e articolati.

Il piede mancino del Togato poggia accanto alla “capsa”, un contenitore cilindrico utilizzato per contenere documenti e altri oggetti. Si è ipotizzato che uno di questi documenti, detti “rotuli”, fosse stato tenuto nella mano sinistra chiusa.

Purtroppo la mancanza di iscrizioni non consente di dare un nome al defunto e di accertare il suo ruolo pubblico, ma doveva essere una figura influente dell’aristocrazia cittadina, la cui scultura collocata in un punto strategico dava prestigio sia ad Arezzo, sia alla famiglia a cui apparteneva.

Il marmo fu trovato all’interno di una fossa, dove era stato disposto in obliquo, circondato da grandi pietre e poi interrato per proteggerlo. Riprendendo alcuni esempi e ipotesi ricostruttive di altri mausolei del I secolo a.C., è stato ipotizzato che anche la statua aretina avesse fatto parte di un monumento funebre in travertino, come indicato dai pochi resti ritrovati assieme all’opera. La struttura poteva essere composta da un basamento quadrangolare, sormontato da una struttura a edicola decorata con le “metope”, ovvero le formelle scolpite a rilievo che nei fregi dell’ordine architettonico dorico si alternavano ai “triglifi”, elementi con scanalature verticali.

All’interno del mausoleo una nicchia, fiancheggiata da colonne, accoglieva la scultura come dimostra la parte posteriore appiattita dell’opera.

Al momento del ritrovamento la testa era staccata dal resto del corpo ma, come è stato appurato, già in principio le due parti erano nate separate. Sulla zona superiore del busto l’autore aveva infatti creato una cavità dove inserire in seguito il volto dai tratti spigolosi, realizzato tenendo conto di particolari dettagliati, comprese le rughe e gli occhi infossati, che ci fanno capire che l’uomo raffigurato era in età matura.

Nei primi anni di sistemazione del monumento dopo il restauro, il Togato aveva trovato posto in una sala apposita del piano terreno del museo archeologico aretino, quello ordinato topograficamente con reperti che ripercorrono la storia di Arezzo dalla sua fondazione in età etrusca fino all’età tardo antica. Negli ultimi anni, nell’ambito di un complessivo restyling degli spazi museali, l’opera è stata trasferita nel loggiato dove si trovano anche il bookshop e la biglietteria.

In questa nuova e azzeccata collocazione, l’antico personaggio è il primo che dà il benvenuto ai visitatori del Museo “Gaio Cilnio Mecenate”, uno dei più importanti scrigni del Polo Museale della Toscana, che cala subito una delle sue carte migliori per introdurre i turisti al patrimonio custodito nell’ex convento olivetano di San Bernardo, luogo di grande fascino costruito dal XIV secolo sfruttando le sostruzioni sul lato meridionale dell’Anfiteatro romano.

Questo fatto permise di mantenere molte parti dell’ellisse del vecchio circo sino al secondo ordine di gallerie, che si possono ancora vedere camminando tra i vari reperti conservati, dopo aver salutato con il rispetto che merita lo splendido Togato d’Arezzo.

Foto di Marco Botti

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