Arezzo da amare

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A cura di Marco Botti

Centro Storico

La storia del clamoroso furto d'arte dalla chiesa di Sant'Agostino

Era la notte del 3 maggio 1922, quando alcuni ladri rubarono la pala della "Circoncisione di Gesù" dopo averla segata in cinque pezzi, che potevano essere rivenduti in maniera indipendente sul mercato

Il mondo dell’arte da sempre ha dovuto far fronte alla piaga dei furti, spesso su commissione. Uno degli episodi più eclatanti del Novecento italiano vide come protagonista – suo malgrado – una meravigliosa opera rinascimentale aretina, forse la più bella realizzata nella primissima parte del Cinquecento in città. È la “Circoncisione di Gesù”, capolavoro a sei mani del savinese Niccolò Soggi, dell’aretino Domenico Pecori e dello spagnolo Fernando de Coca, eseguito tra il 1506 e il 1511 per la Compagnia della Santissima Trinità, che oggi possiamo osservare nella chiesa di Sant’Agostino.

La pala, dipinta a tempera e olio su tavola, è custodita nel secondo altare di sinistra, quello della famiglia Turini o Torini, ma quando ve la troverete davanti capirete i danni che possono subire le opere d’arte se finiscono nelle mani di gente senza scrupoli. La “Circoncisione” aretina è infatti piena di lacune che non rendono giustizia a un lavoro che, oggi, possiamo osservare nel suo insieme solo grazie alle immagini in bianco e nero scattate a inizio Novecento.

Proviamo a ripercorrere la sua storia, per capire chi l’ha ridotta così.

La chiesa di Sant'Agostino e la "Circoncisione" rubata

Tutto ebbe inizio nel 1506, quando la Compagnia della Santissima Trinità, che aveva sede nella via Sacra, l’attuale via Garibaldi, commissionò un quadro con la scena della circoncisione di Gesù, episodio narrato nel Vangelo di Luca, dove si racconta che otto giorni dopo la sua nascita il Salvatore venne circonciso secondo gli usi ed entrò ufficialmente a far parte del popolo ebraico. La tavola finita venne consegnata il 24 maggio 1511 e rappresentava anche la “Purificazione di Maria”.

A Niccolò Soggi sono attribuiti il disegno preparatorio, la stupenda quinta architettonica e i due personaggi in primo piano sulla sinistra. Fernando de Coca, artista nativo di Valencia, realizzò buona parte delle altre figure, compresa la Sacra Famiglia. Al Pecori, infine, si devono le figure marginali, che rappresentano nei volti alcuni aretini importanti del periodo e i componenti della società laicale, oltre all’organizzazione di tutta l’impresa pittorica.

L’opera divenne un riferimento per la pittura locale di quegli anni. Al suo interno si leggevano le lezioni di Piero della Francesca, di Bartolomeo della Gatta, del Perugino, di Pinturicchio, filtrate, come ricorda la storica dell’arte Nicoletta Baldini, “da una committenza gelosa del proprio passato e desiderosa di vedersi ritratta fra i presenti al sacro rito”.

La pala era destinata all’oratorio attiguo alla chiesa della Santissima Trinità, oggi meglio conosciuta come chiesa della Misericordia. Nel corso del secolo successivo il dipinto fu spostato in uno degli altari laterali della chiesa, dove rimase fino al 1725, allorché venne acquistato dai Turini per collocarlo nel loro altare della chiesa di Sant’Agostino. È importante ricordare che, tra i componenti della compagnia che aveva promosso la realizzazione dell’opera oltre due secoli prima, c’erano alcuni avi della famiglia. Probabilmente la sistemazione avvenne solo negli anni Sessanta di quel secolo, quindi dopo la fine dei lavori di stuccatura dell’altare eseguiti dal ticinese Francesco Rusca.

Nella nuova collocazione rimase fino alla notte del 3 maggio 1922, quando alcuni ladri rubarono la pala dopo averla segata in cinque pezzi, che potevano essere rivenduti in maniera indipendente sul mercato.

La mattina dopo il parroco Achille Castellucci fece l’amara scoperta e dette l’allarme. La notizia riempì le pagine dei giornali e le attenzioni delle forze dell’ordine si concentrano subito sulle aree lombarde e liguri, dove a quei tempi c’erano galleristi e mercanti d’arte che non sempre svolgevano i loro traffici alla luce del sole e in maniera lecita.

A Bergamo la questura indagò sul pittore Emilio Carobbi, abile copista di opere del passato e già noto per la sua bravura nel trasformare opere d’arte rubate. Gli inquirenti avevano fatto bingo, perché il 16 maggio sequestrarono a un collezionista una “Circoncisione” acquistata in buona fede proprio da Carobbi, giunto con l’opera certificata da Milano. La questura di Arezzo mandò i suoi emissari in Lombardia e nel quadro venne riconosciuta la porzione centrale della pala cinquecentesca, sapientemente incorniciata dal lestofante.

Nel frattempo Carobbi aveva piazzato anche le altre parti smembrate e si era già dato alla latitanza. Il 2 giugno nello studio di antichità di Giuseppe Brunati venne recuperato un altro pezzo del dipinto e lo stesso giorno, dopo un tentativo di fuga e una colluttazione con un agente, il malvivente fu arrestato. Il 3 giugno, con la notizia ormai di dominio pubblico, il conte Cattaneo di Prok riconsegnò una terza parte, anche in questo caso acquistata in buona fede.

Carobbi venne trasferito da Milano a Bergamo e intanto proseguirono le ricerche per catturare il suo complice, identificato nell’ambulante Agostino Pertica, detto Busalla, poi arrestato tra Sampierdarena e Rivarolo Ligure.

I due tentarono di scagionarsi incolpando un terzo personaggio, ma l’idea fallì miseramente, perché il pregiudicato da loro indicato era morto nove giorni prima del furto in un conflitto a fuoco con i gendarmi.

L’8 giugno tutte le parti erano ormai state recuperate e il 21 giugno 1922 il prefetto di Bergamo fece il resoconto alla Direzione Generale di Antichità e Belle Arti, decretando l’esito positivo della vicenda.

I pezzi furono portati a Firenze per la loro ricomposizione, ma alcune porzioni considerate ormai inutili dai ladri erano scomparse. Ciò che si era salvato venne riassemblato su una tavola e ci fu un primo restauro. Nel 1930 la pala venne esposta nel Palazzo Pretorio, odierna Biblioteca Città di Arezzo, per una mostra dedicata a Bartolomeo della Gatta e alla sua scuola, quindi finì nei depositi della Soprintendenza per quasi settant’anni. Nel 1998 fu di nuovo restaurata e ricollocata in Sant’Agostino, dove oggi attende, con le sue ampie lacune, un intervento di integrazione pittorica – nel rispetto delle attuali indicazioni in tema di restauro – che lasciando distinguibili le parti aggiunte garantirebbe una migliore lettura del capolavoro.

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