Arezzo da amare

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Le colonne granducali di Olmo e Indicatore

Le colonne granducali furono realizzate nella terza o quarta decade dell’Ottocento su disegno e misure standard. Gli indicatori lorenesi sono attribuiti all’ingegnere fiorentino Alessandro Manetti in collaborazione con Carlo Reishammer

Vi sarà capitato, viaggiando in Toscana, di incontrare delle colonne in pietra sormontate da una sfera metallica con una punta acuminata, in prossimità di importanti snodi stradali. Se foste stati viaggiatori dell’Ottocento ne avreste viste tante con quelle fattezze, ma oggi in tutta l’area dell’antico granducato ne sono rimaste diciannove.

Limitandoci al solo territorio provinciale aretino ne vediamo quattro. Quella di Montalto nel comune di Laterina - Pergine Valdarno, quella del Sodo di Cortona e le due nel comune di Arezzo, nelle frazioni di Olmo e Indicatore.

Fin dalla seconda metà del Settecento il governo granducale lorenese promosse con Pietro Leopoldo e Ferdinando III il riordino e il potenziamento del sistema viario, che andò avanti per tutta la prima metà del secolo successivo con la realizzazione delle strade regie, che partivano dalla capitale Firenze e si diramavano in tutto lo stato. A esse si affiancava una fitta rete di strade provinciali, comunitative e vicinali. 

Tra il 1824 e il 1859, sotto Leopoldo II, furono portati a compimento circa tremila nuovi chilometri, ponendo la Toscana e la qualità della sua viabilità ai primi posti in Europa. Con tutti quei reticoli stradali il viaggiatore poteva però andare incontro a errori di percorso e quindi, nei punti nodali, vennero collocati dei sistemi di orientamento fatti di lapidi di marmo sulle pareti esterne degli edifici. In mancanza di questi ultimi, ad esempio in aperta campagna, si optò invece per la disposizione di indicatori stradali simili a obelischi. 

Le colonne granducali furono realizzate nella terza o quarta decade dell’Ottocento su disegno e misure standard. Esse consistevano in una base a pianta triangolare equilatera con gli angoli smussati, collegata al fusto monolitico attraverso una modanatura ornata in ghisa. Il grande capitello era anticipato da una seconda fascia in ghisa con elementi modulari decorati. I lati del capitello, anch’esso triangolare, ospitavano le lapidi direzionali con una freccia e il nome del luogo verso il quale ci si stava dirigendo, scolpito a mano con il carattere “Bodoni”, dal nome del tipografo piemontese Giovan Battista Bodoni (1740/1813). L’indicatore terminava in alto con una sfera in ghisa provvista di puntale. La parte di pietra veniva ottenuta dalla cava più vicina al luogo designato a ospitare la colonna, stabilita nello specifico capitolato. Per quelle aretine si utilizzò l’arenaria serena. Le lapidi erano di marmo di Carrara, mentre le parti in ghisa, fatte in serie, provenivano dalle Imperiali Regie Fonderie di Follonica. 

Gli indicatori lorenesi sono attribuiti all’ingegnere fiorentino Alessandro Manetti (1787/1865) in collaborazione con Carlo Reishammer (1806/1883). Il primo comandava il Corpo degli ingegneri di acque e strade del granducato, il secondo era un architetto italo austriaco, genero di Manetti, che lavorava come progettista per le fonderie follonichesi. Sono proprio le decorazioni in ghisa con la forma di foglie d’acanto gli elementi artisticamente più interessanti, che anticipano di alcuni decenni il linguaggio liberty.  

Delle due colonne presenti nel comune di Arezzo, la prima che esaminiamo è quella di Olmo. La località alle porte sud occidentali della città fa riferimento nel nome alla pianta della famiglia delle ulmacee, che ha accompagnato la storia del luogo almeno dal medioevo. Chi non ha mai sentito parlare, infatti, dell’episodio del 1288 con il taglio del grande olmo dei senesi in spregio agli aretini, preambolo della battaglia di Pieve al Toppo di dantesca memoria? 

Olmo è da secoli il nodo viario per eccellenza del territorio aretino, dove ancora oggi si incrociano la SR71 o Umbro Casentinese e la SR73 o Senese Aretina. In un punto così basilare non poteva che sorgere un indicatore, ma non era in origine nell’area adiacente all’attuale maxi rotonda, sopra la galleria ferroviaria ottocentesca, bensì spostato di alcune centinaia di metri in direzione del centro abitato olmigiano, in prossimità della grande curva. 

In quel sito, dalla strada regia che da Arezzo portava a Perugia e Roma, passando da Castiglion Fiorentino e Cortona, si staccava la via per Siena attraverso Monte San Savino. Con la sistemazione del bivio di Olmo nel 1937, che consentiva di bypassare il passaggio a livello della ferrovia, la colonna venne trasferita dove la vediamo adesso. 

Il manufatto versa in cattive condizioni, con evidenti cadute e sfaldature. Il suo restauro è ormai improrogabile. 

Un fitonimo (nome di luogo legato a una pianta) connotava in origine anche la località di Indicatore, a ovest di Arezzo, cerniera tra Valdarno e Val di Chiana che ha fatto della colonna granducale il simbolo identitario. All’epoca della sua realizzazione la zona priva di nuclei abitativi era infatti detta Cerro, dalla pianta della famiglia delle fagacee, come il vicino fosso tributario della Chiana che nasce dalla collina di Talzano. 

L’opera è visibile sulla strada che da Indicatore porta a Ponte a Chiani, l’odierna SP21 di Pescaiola. In quel punto la strada regia da Firenze per Arezzo, oggi SR69 o del Valdarno, svoltava verso la città attraverso Pratantico e San Leo o si diramava in direzione della Val di Chiana con la regia traversa per Ponte alla Nave. 

Nel 1892 al Cerro fu inaugurata la piccola stazione ferroviaria, nominata Indicatore assieme al centro che le stava sorgendo intorno. Nel 1998 la colonna prossima al passaggio a livello – altra analogia con Olmo – venne protetta da una cancellata, ma il degrado della pietra costrinse a un intervento d’urgenza nel 2016 per metterla in sicurezza, preludio al restauro finanziato dalla Provincia di Arezzo e promosso con passione da Centro di aggregazione sociale, Polisportiva e abitanti di Indicatore. Il recupero, condotto dallo Studio Tre di Tiziana Conti e Tommaso Sensini con la supervisione della Soprintendenza ABAP di Siena, Grosseto e Arezzo, è terminato nel luglio 2019.

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Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. La mia attività è rivolta principalmente, fin dall’inizio della carriera, al mondo delle arti visive. Credo nella natura divina dei Beatles

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