Martedì, 28 Settembre 2021
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

La chiesa di San Severo, gioiello di Poti

La facciata è un gioiello di semplicità con portale architravato e monofora a doppio strombo, quindi con svasatura sia interna sia esterna

L’Alpe di Poti, divisorio naturale tra i bacini idrografici del Tevere e dell’Arno, tra VI e VII secolo fu anche una linea di confine nelle cruente lotte tra bizantini e longobardi. I secondi, dopo una lunga e lenta migrazione verso il Mediterraneo iniziata già intorno al I secolo a.C. dalle zone del Mar Baltico e del tratto finale del fiume Elba, calarono in Italia intorno al 568 attraversando l’Isonzo sotto la guida del re Alboino. A quei tempi l’Impero romano d’Oriente controllava la penisola e imperatore era Giustino II, mentre Longino era il prefetto d’Italia in sostituzione di Narsete, generale che aveva portato a termine la riconquista sotto Giustiniano I a danno dei Goti.

Arezzo fu assoggettata dai longobardi tra il 575 e gli inizi del secolo seguente. Costretti all’arretramento, i bizantini crearono una riga difensiva che passava dalle montagne a est della città. È in quella fase dell’alto medioevo che forse a Poti venne eretta la prima chiesa di San Severo, dedicata al dodicesimo vescovo di Ravenna.

Va ricordato infatti che il capoluogo romagnolo era la capitale dell’Esarcato, ovvero quella sorta di grande circoscrizione amministrativa dell'Impero d’Oriente comprendente, tra VI e VIII secolo, la maggior parte dei territori di Bisanzio in Italia. Era quindi facile trovare chiese dedicate ai principali santi bizantini nei territori da loro controllati, come osservava Alberto Fatucchi che fece vari studi sul tema.

La storia di Severo è curiosa. Secondo la tradizione, infatti, non era un uomo di chiesa ma un lanaiolo rimasto vedovo, che assieme ad altri ravennati stava assistendo nel 320 alla nomina del nuovo vescovo cittadino. Una colomba entrò in chiesa e si posò sul suo capo. I presenti videro la scena come un segno inequivocabile della volontà divina e così il lanaiolo venne nominato presule a furor di popolo. Sempre secondo la tradizione morì il 1° febbraio 344.

In un documento del 17 luglio 1051 la chiesetta di Poti figurava sotto il patronato della potente abbazia benedettina di Sant’Antimo, nei pressi di Montalcino. In quell’anno l’imperatore Enrico III ne concesse il patronato all’abate Teuzzone, come riportava anche Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana” del 1833. Nel XII secolo l’edificio sacro fu ricostruito nelle forme romaniche che possiamo ancora ammirare, a navata unica e monoabsidato, con le piccole finestre che non dovevano far entrare troppa luce, favorendo meditazione e spiritualità.

Le visite pastorali cinquecentesche mostrano fasi di decadenza ad altre di ripresa. In quella del 1535 del vescovo Francesco Minerbetti, “Sancto Severo” era sotto il patronato dei Gozzari e dei Montebuoni e inserita nel piviere cittadino di Santa Maria Assunta. Il visitatore invitava a restaurare la copertura. Nella visita del 1550 del vescovo Bernardetto Minerbetti non era ancora stato fatto nulla e la chiesa versava in cattive condizioni, col tetto semiscoperto. Il parroco, forse per la vergogna, non si era fatto nemmeno trovare. Nella Visita del 1575 del vescovo Stefano Bonucci si dettero istruzioni per ingrandire l’altare e imbiancare l’interno. Nella visita apostolica del 1583, eseguita dal vescovo di Sarsina Angelo Peruzzi su incarico di papa Gregorio XIII, San Severo risultava ormai unita alla parrocchia di San Lorenzo a Pomaio e in  buone condizioni, segno che gli agognati lavori erano stati eseguiti. Angelo Tafi retrodatava l’accorpamento al 1603.

Altri interventi furono apportati nei secoli a seguire e se ne trovano tracce nelle iscrizioni della facciata. Una indica ad esempio il 1829, un’altra il 1923. Con il restauro di alcuni anni fa venne rifatto anche il piccolo sagrato, che in  precedenza aveva un dislivello minore rispetto alla strada.

La facciata è un gioiello di semplicità con portale architravato e monofora a doppio strombo, quindi con svasatura sia interna sia esterna. Le palesi somiglianze del taglio della pietra e della sua colorazione rossastra con la facciata di San Lorenzo a Pomaio, fanno dedurre una realizzazione coeva per i due edifici e l’uso del materiale della stessa cava. Il campanile a vela centrale, rifatto, accoglie una campana contemporanea in sostituzione di quella precedente del 1301.

Osservando il lato sinistro si scorgono molte parti originali con pietre dalle forme irregolari e materiali di recupero da edifici precedenti. L’abside semicircolare è tipica delle chiese rurali romaniche del territorio, ma quella di San Severo mostra segni di crollo e seguente rifacimento, come il lato destro quasi del tutto ricostruito dopo un suo cedimento, che portò all’eliminazione della porta laterale e all’aggiunta di una finestra quadrata.

All’interno l’edificio sacro si presenta a navata unica, in buona parte intonacato di recente. Nel pavimento sono presenti tre ossari, manomessi negli anni Ottanta del secolo scorso da tombaroli, mentre nella parete destra si osservano la porta laterale tamponata e il tabernacolo per l’olio degli infermi. Nell’unico altare alcune parti sono in pietra, come la mensa, altre dipinte di recente con tonalità rosacee. Dietro è collocata un’altra mensa più antica, posta in verticale, con un pozzetto reliquiario al centro. Forse è ciò che resta dell’altare romanico.

La grande croce lignea che parte da terra sostiene un “Crocifisso” di autore ignoto, giunto da Roma grazie alla famiglia Palazzini. Si tratta di un’opera policroma in legno di balsa, quindi leggerissima nonostante le dimensioni.

Di fronte alla chiesa un monumento inaugurato il 26 ottobre 1952 ricorda la feroce strage nazista avvenuta la mattina del 14 luglio 1944, quando i soldati appartenenti al 274° Reggimento corazzato della 94° Divisione di fanteria e alla 305° Divisione di fanteria salì da Peneto ed eseguì un rastrellamento ai danni di carbonari, contadini e boscaioli, accusati di far parte delle bande partigiane o di proteggere la loro clandestinità. I tedeschi arrestarono venti uomini, ne rilasciarono tre e accompagnarono gli altri in un vicino boschetto, dove li trucidarono. Il 16 luglio Arezzo venne liberata e nei giorni a seguire i corpi, sotterrati sommariamente di fronte al sagrato, ricevettero una più degna sepoltura.

Meno triste è la storia della fontana a destra della chiesa, donata dal Corpo Forestale dello Stato che fu protagonista negli anni Cinquanta del fondamentale rimboschimento dell’Alpe di Poti. Il manufatto meriterebbe però di essere restaurato e di tornare a zampillare per tutti coloro che passeggiano nella montagna, alla scoperta dei suoi tesori storici e naturalistici.

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