Lunedì, 20 Settembre 2021
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

L'enigmatica statua dedicata ad Arezzo nel Foro Italico di Roma

I segreti di quella che tra le tante sculture presenti è una delle più misteriose e meno indagate

Conoscete tutti il Foro Italico di Roma, il magnifico complesso sportivo alle pendici di Monte Mario, ma forse non sapete che al suo interno si trova una statua dedicata ad Arezzo, che tra le tante sculture presenti è una delle più enigmatiche e meno indagate.

La storia del Foro Italico o Foro Mussolini iniziò nel 1927, quando Renato Ricci, presidente dell’Opera Nazionale Balilla, commissionò all’architetto Enrico Del Debbio la realizzazione di un’Accademia o Scuola Superiore Fascista di Educazione Fisica. Il progetto venne poi ampliato con l’obiettivo di costruire una grande cittadella dello sport, i cui lavori furono portati avanti fra il 1928 e il 1937. Seguì una lunga fase che tra interruzioni e modifiche rimaste sulla carta portò agli anni Cinquanta. Tra il 1956 e il 1968 il complesso fu ripreso e completato. 

All’accademia, oggi sede del Coni, era collegato lo Stadio dei Marmi, dal 2013 dedicato all’indimenticato campione di atletica Pietro Mennea. Il campo sportivo, connotato dal largo uso del marmo delle Alpi Apuane, venne pensato per l’allenamento degli allievi e fu inaugurato il 4 novembre 1932. 
Nel perimetro superiore delle gradinate vennero sistemate in maniera scenografica sessanta statue – in tutto il Foro sono quasi cento – offerte dalle province italiane, raffiguranti attività ginniche che spaziavano dal mondo antico al primo Novecento, senza una precisa attinenza fra i luoghi e gli sport rappresentati. 

I bozzetti delle opere furono realizzati da ventiquattro scultori selezionati attraverso un concorso nazionale. 
La loro esecuzione venne poi affidata principalmente ai laboratori di Carrara, che di fatto livellarono la qualità che demarcava i vari autori, a vantaggio di una resa finale omogenea. Non fu difficile trovare gli artisti adatti all’impresa, perché gli anni Trenta sono ricordati come il decennio in cui l’arte statuaria italiana con soggetto sportivo raggiunse la sua massima espressione. Tra i nomi più noti scelti c’erano scultori del calibro di Aldo Buttini, Francesco Messina, Aroldo Bellini, Eugenio Baroni e Attilio Selva.

L’opera donata da Arezzo venne collocata nell’emiciclo nord dello stadio, tra quelle offerte da Piacenza e Pavia. Il monumento fu affidato al toscano Omero Taddeini, che nel 1932 realizzò una delle statue dalla lettura più complessa tra tutte quelle presenti. 
Lo scultore e medaglista era originario di Montespertoli (FI), dove nacque il 15 luglio 1901 da una famiglia di proprietari terrieri. Si formò a Roma alla Scuola dell’Arte della Medaglia. Lavorò per la Zecca e fu a stretto contatto con Bernardo Morescalchi, Mario Moschi, Publio Morbiducci, Aroldo Bellini e Luciano Mercante

Taddeini si aggiudicò vari concorsi ed espose con successo alla XXII Biennale di Venezia del 1940. Come medaglista egli fu l’unico presente in tutte le edizioni della “Mostra nazionale d’arte ispirata allo sport” organizzata a Roma dal CONI nel 1936, 1940 e 1948. Sculture pubbliche del toscano con soggetti militari, religiosi e leggendari, che spaziano dagli anni Venti agli anni Cinquanta, sono ancora ammirabili a Salerno, Bari, Sulmona e Francavilla al Mare. La statua dedicata ad Arezzo nel Foro Italico rimane la commissione più prestigiosa ricevuta in carriera assieme allo scomparso monumento a Cristoforo Colombo per l’isola di Haiti. L’artista morì a Roma il 28 settembre 1978.

Come le altre presenti nello Stadio dei Marmi, anche l’opera di Taddeini celebra la virilità, la prestanza fisica e la giovinezza, ma con caratteristiche peculiari. La scultura in marmo, intitolata “Ercole vittorioso”, ci dice infatti che non siamo di fronte a un semplice atleta alle prese con la sua disciplina sportiva ma davanti al più celebrato eroe della mitologia greca e romana, qui rappresentato giovane e imberbe, con la mano destra che fa il saluto e quella sinistra che sorregge la testa dell’ariete dai poteri magici Crisomallo. L’animale rimanda al mito del vello d’oro e alla partecipazione di Ercole alla spedizione degli Argonauti, guidata da Giasone per trovare il manto che guariva le ferite.
Il semidio indossa la pelliccia del Leone di Nemea, ucciso nel corso della prima delle sue “dodici fatiche”. Nella parte superiore delle calighe, le calzature di cuoio, le figure stilizzate di due serpenti riportano invece alla leggenda secondo cui Giunone tentò di uccidere l’eroe neonato inviando due rettili nella culla. Ercole strozzò entrambi con le piccole mani.
Per il volto, infine, lo scultore si ispirò a quello di un giovane aretino del periodo. Almeno così riporta una tradizione consolidata.

Artista pienamente calato nella temperie del Ventennio, Taddeini utilizzò un linguaggio retorico e monumentale. L’Ercole “aretino” andava però oltre la dimensione enfatica richiesta dalla dittatura, perché introduceva l’osservatore anche alla metafora dell'impresa mitologica come ricerca corale e conquista della purezza.  
Nel dopoguerra l’autore non sfuggì alla damnatio memoriae che colpì molti artisti operanti durante il fascismo, accusati di antimodernità e di legami con il regime. È giusto sottolineare, tuttavia, che lo scultore toscano seppe sviluppare parallelamente una sua personalità che andava oltre le ridondanze della propaganda, riscontrabile soprattutto negli oggetti di design e nelle piccole sculture ancora presenti nel mercato antiquario. 
Un artista di cui si è quasi persa la memoria, ma che con la statua dedicata ad Arezzo realizzò la sua massima impresa. 

(Per approfondire l’argomento si rimanda all’articolo pubblicato nel 2018 dallo stesso autore su “Notizie di Storia” edito dalla Società Storica Aretina).

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