Lunedì, 14 Giugno 2021
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

La bellezza delle sculture di Mario Moschi

Artista eclettico e instancabile, negli anni Venti eseguì vari monumenti celebrativi della Grande Guerra. Alla fine del decennio iniziò la sua lunga relazione con Arezzo grazie a Pier Ludovico Occhini

Nella lunga storia di Arezzo ci sono stati artisti che pur essendo nati e operanti altrove hanno instaurato con la città un rapporto privilegiato. Uno di questi si chiamava Mario Moschi e impreziosì, con le sue sculture, alcuni angoli del territorio dalla fine degli anni Venti alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. 

Moschi era nato Lastra a Signa, in provincia di Firenze, il 6 maggio 1896. Lo scultore Oreste Calzolari ne intuì per primo il talento, gli fornì i primi rudimenti e convinse la famiglia a fargli intraprendere gli studi artistici. All’Accademia di Belle arti di Firenze il lastrigiano ebbe come insegnanti grandi nomi come Augusto Rivalta, Emilio Zocchi, Adolfo De Carolis, Giuseppe Graziosi e Domenico Trentacoste.

Dopo la Grande Guerra inaugurò il suo primo studio fiorentino, cimentandosi con ottimi risultati sia nella scultura, sia nell’arte della medaglia. Grazie a Trentacoste fu chiamato per un anno a Nizza a dirigere una fabbrica di marmi artificiali, ma nell’estate 1923 tornò in Toscana. Arrivarono anche i primi successi nei concorsi e nelle mostre, così nel 1924 espose per la prima volta alla Biennale di Venezia, di cui sarà un abitué fino al 1942. 

Artista eclettico e instancabile, negli anni Venti eseguì vari monumenti celebrativi della Grande Guerra. Alla fine del decennio iniziò la sua lunga relazione con Arezzo grazie a Pier Ludovico Occhini, futuro podestà, che per il giardino della sua villa a La Striscia, intorno al 1928, gli commissionò quattro opere d’ispirazione déco ma con richiami anche alla tradizione classica e rinascimentale. Due sculture rappresentavano “Venere”, altre due il “Fauno”. Sono ancora visibili una dea della bellezza in bronzo, al centro della fontana dove è l’entrata a La Striscia Wine Resort, e un fauno in marmo a sinistra della dimora gentilizia, oggi casa di riposo “Villa Fiorita”. Le altre due statue furono trafugate negli anni Novanta.  

Il rapporto con Arezzo di Moschi andò avanti negli anni Trenta, soprattutto grazie a Occhini, che dall’alto del suo ruolo pubblico tenne l’artista sempre in considerazione. In quel periodo prese corpo la cifra stilistica che lo connoterà negli anni a seguire, fatta di forme solide e più essenziali, dinamismo e ricerca d’equilibro tra tradizione e modernità.

Gli anni Trenta sono quelli della consacrazione internazionale. Lo scultore, come molti altri del periodo, si avvicinò infatti ai temi sportivi con risultati eccellenti. Il suo “Calciatore” del 1931 venne collocato all’ingresso della tribuna dello stadio “Giovanni Berta” di Firenze, l’odierno “Artemio Franchi”, mentre la variante “Calciatore (Stop in corsa)” fu esposta alla Mostra del sindacato nazionale fascista di Belle arti del 1933, alla Biennale di Venezia del 1934 e al concorso collegato alle Olimpiadi di Berlino del 1936. La statua fu poi acquistata dal governo tedesco e oggi, sistemata nel Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark berlinese, è considerata uno dei massimi capolavori mondiali di scultura sportiva.

Il 1936 è anche quello che inaugura un triennio d’oro per le committenze aretine. Per la Caserma Italia di via Garibaldi, adesso sede della Guardia di Finanza, Moschi eseguì un’aquila in terracotta per la facciata andata perduta. Dello stesso anno è anche il “Monumento agli studenti caduti per la patria” sistemato nell’atrio del Regio Liceo Ginnasio “Francesco Petrarca” di via Cavour, oggi Liceo Classico. Inizialmente l’opera era in stucco ma per volere del ministro dell’educazione Giuseppe Bottai venne fusa in bronzo nel 1938.

Dopo l’apertura di via della Minerva per collegare piazza Sant’Agostino al quartiere di Colcitrone, a Moschi fu commissionata nel 1937 la “Madonna del canarino”, bassorilievo marmoreo d’ispirazione donatelliana inserito in un tabernacolo. Per il salone d’ingresso del Foro Boario di Pescaiola, concluso nel 1937 su progetto di Aldo Giunti, lo scultore eseguì invece due tondi a rilievo in gesso con “Vittorio Emanuele III” e “Benito Mussolini”, attualmente conservati nell’Archivio Storico Comunale. Ancora un edificio di Giunti, la nuova chiesa di San Michele Arcangelo di Antria, fu arricchito tra il 1936 e i 1938 dalla “Madonna del Popolo” per una cappella della parete destra e un “Crocifisso” per l’altare maggiore, entrambi bronzei. 

Tornando al Liceo Classico, tra i nomi degli studenti caduti per eventi bellici figura Vittorino Ceccherelli, aviatore che morì nel cielo di Siviglia nel dicembre 1936 durante la Guerra civile spagnola dove era andato volontario. A lui nel 1938 venne dedicato un busto marmoreo di Moschi, pensato per il parco delle Rimembranze, oggi nell’emiciclo di destra del cimitero monumentale con un vistoso danno vandalico al naso. 

Nel dopoguerra il nuovo clima artistico e gli orientamenti informali, che tendevano a escludere gli autori particolarmente attivi durante il Ventennio, isolarono Moschi solo in parte. Il lastrigiano si specializzò nella realizzazione di copie del passato, fontane e tabernacoli ed ebbe prestigiose commissioni anche oltreoceano, come quelle a Los Angeles alla fine degli anni Quaranta. Nel 1948 fu tra i fondatori del Gruppo Donatello. 

Fino alla morte, avvenuta il 26 maggio 1971 a Firenze, l’attività del maestro proseguì con imprese private e pubbliche sempre nel solco della tradizione. Tra i lavori per Arezzo e il suo territorio dei primi anni Sessanta sono da ricordare il “Monumento ai Caduti” a Strada in Casentino e la “Madonna Immacolata” datata 1962 per la basilica di San Francesco, inserita nella parete destra, all’interno di una cappella tardogotica ricostruita nel 1909. 

Nel 1969 Mario Moschi eseguì, infine, il celebre bassorilievo bronzeo in memoria dell’eccidio nazista di Civitella in Val di Chiana del 29 giugno 1944, in cui persero la vita 176 civili. L’opera fa parte nel memoriale di piazza Don Alcide Lazzeri, composto dal bassorilievo in bronzo con “La strage degli innocenti”, dove si vedono donne e bambini che scappano dal paese in fiamme, e una lastra di marmo con incisa la poesia “Pietà del giugno 1944” di Franco Antonicelli

Il lavoro fu commissionato dal Comune di Civitella per il 25° anniversario del terribile eccidio. 

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