Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

Alla scoperta dei tesori di Santa Firmina

Prima di entrare a visitare il luogo di culto, vale la pena passeggiare nel piccolo nucleo storico della frazione, oppure alzare gli occhi per ammirare l’agile campanile che buca il cielo e caratterizza lo skyline della località

Se volete godere di una delle vedute più suggestive su Arezzo, dovete andare nella parte più alta della collina di Santa Firmina, alle falde settentrionali del Monte Lignano, e guardare la città dallo spazio antistante la chiesa parrocchiale. Uno spettacolo che non dimenticherete facilmente.  

Santa Firmina è una delle località principali della valle del Bagnoro e prende il nome da una martire romana uccisa, secondo la tradizione, nel 304 ad Amelia (TR) durante le persecuzioni ordinate da Diocleziano. Nei secoli il paese ha subito nel nome volgarizzazioni come Fermena, Firmena e Formena e così lo si trova citato spesso anche nei documenti, come ad esempio le visite pastorali dei vescovi aretini. 

La chiesa di Santa Firmina secondo Angelo Tafi è di origine altomedievale, anche se lo studioso non scarta la possibilità che sia addirittura paleocristiana, basandosi su una leggenda secondo cui la santa titolare non sarebbe la patrona di Civitavecchia e Amelia, ma una martire locale con lo stesso nome. 
L’aspetto odierno dell’edificio dimostra i tanti interventi e rimaneggiamenti subiti nei secoli, che si sono protratti fino al nuovo millennio. 

Prima di entrare a visitare il luogo di culto, vale la pena passeggiare nel piccolo nucleo storico della frazione, oppure alzare gli occhi per ammirare l’agile campanile che buca il cielo e caratterizza lo skyline della località. 
Nella semplice facciata intonacata della chiesa spicca la lunetta in pietra lavica che raffigura “Santa Firmina” con la palma del martirio, realizzata nel 2004 dall’apprezzato artista aretino Dario Polvani, che ancora oggi vive e dipinge nella vicina San Marco Villalba. Sempre nella facciata sono presenti una croce realizzata dalla Fonderia Bastanzetti nel corso del Novecento, come se ne trovano ancora tante all’esterno di edifici religiosi del circondario aretino, e la lapide collocata nel 1987 che ricorda i caduti militari e civili della parrocchia durante le due guerre mondiali.

L’interno a navata unica custodisce interessanti lavori e testimonianze di varie epoche. Scorrendo in senso antiorario, notiamo ad esempio nella parte destra della controfacciata la lapide in ricordo del capitano Santi Giannini, morto il 10 agosto 1916 nella Grande Guerra, a soli 27 anni.
La parete destra inizia con un olio su tavola che riprende iconograficamente la quattrocentesca “Madonna con il Bambino” di Lorentino d’Andrea, di cui parleremo più avanti. È frutto di una donazione della famiglia Tonveronachi ed è stata realizzata dalla pittrice Grazia Faltoni Tonveronachi. La sua firma nel quadro è rappresentata dall’acronimo “FTG”.

A seguire troviamo un bell’olio su tela con “Santa Firmina” del 1996 firmato da Dario Polvani, in cui si riconosce nella destra il committente don Franco Bindi, parroco dal 1962 al 2012. Nella fanciulla in preghiera, a sinistra della santa, l’artista ha invece rappresentato una delle figlie. Sullo sfondo si apprezza la veduta della chiesa parrocchiale. 
La visita alla parete prosegue con la recente “Madonna” dell’aretina Laura Gatteschi, che riprende un dettaglio della celebre “Sacra famiglia e santi” di metà Cinquecento di Agnolo Bronzino, conservata al Louvre di Parigi. 
L’altare laterale custodisce una piccola “Madonna con il Bambino” di origine seicentesca e infine, a destra del presbiterio, è presente un grande sportello ligneo per le reliquie.

L’altare maggiore settecentesco in pietra conserva un “Crocifisso” ligneo tra angeli e cherubini dipinti. Nella parte inferiore si riconoscono gli stemmi con l’emblema dei Marzocchi, una torre sormontata da una stella a otto punte. 
Percorrendo la parete sinistra in direzione dell’entrata si ammira il monumento funebre del 1751 del più noto esponente della famiglia, Bernardino Marzocchi, che nel XVIII secolo aprì nella frazione due filande per la lavorazione della seta, considerate le prime aperte ad Arezzo. Il suo corpo fu sepolto inizialmente nella chiesa cittadina di Sant’Agostino.

Proseguendo s’incontra un altare laterale impreziosito da un’opera di autore anonimo che raffigura “San Donato e Santa Firmina che pregano la Madonna del Conforto”. Nella tela, in alto al centro, è stata ricavata la nicchia per inserire una maiolica che replica l‘immagine miracolosa più cara agli aretini dal 1796. 
Subito dopo è stato collocato un volto di “Cristo” che ha sullo sfondo la chiesa parrocchiale, olio su tavola dei primi anni Novanta del secolo scorso ancora di Dario Polvani

La parete sinistra si conclude con il fonte battesimale, sormontato da un affresco  “martellinato” e deteriorato che raffigura una “Annunciazione” di Lorentino d’Andrea, datata da Angelandreina Rorro – autrice della monografia “Lorentino d’Arezzo. Discepolo di Piero della Francesca” – agli anni Sessanta del XV secolo, periodo in cui il pittore era a stretto contatto con Piero della Francesca e lo aiutava nella realizzazione del ciclo delle “Storie della Vera Croce” nella basilica di San Francesco.

L’itinerario artistico di Santa Firmina si conclude in bellezza con la controfacciata di sinistra, che custodisce l’affresco con la “Madonna in trono con il Bambino” ancora di Lorentino d’Andrea, coevo della già citata “Annunciazione”, che per molti è il suo capolavoro assoluto e ribadisce la dipendenza dell’artista dal maestro di Sansepolcro in quel periodo.
L’opera fu commissionata da un abitante di Santa Firmina, Mariotto Demento, e per la qualità dei volti della dolcissima Madonna e del paffuto Gesù vale da sola una visita alla chiesa. 

I due affreschi di Lorentino d’Andrea finiscono periodicamente sotto i riflettori, perché gli studiosi li ritengono eseguiti utilizzando alcuni cartoni di Piero della Francesca. In passato c’è stato chi si è spinto oltre, supponendo la mano diretta del genio rinascimentale, almeno per alcune parti. Un’ipotesi suggestiva che ci auguriamo venga approfondita anche in futuro.

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