Arezzo da amare

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A cura di Marco Botti

Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. La mia attività è rivolta principalmente, fin dall’inizio della carriera, al mondo delle arti visive. Credo nella natura divina dei Beatles

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Il santo fumino di Santa Maria in Gradi

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Scendendo lungo Piaggia di Murello verso il quartiere di San Lorentino, la chiesa di Santa Maria in Gradi vi apparirà all’improvviso sulla destra con la sua facciata ampia e armoniosa a dominare l’omonima piazzetta.

Nella prima metà dell’XI secolo nella zona figuravano già un luogo di culto e un monastero dipendenti dalla potente badia benedettina di Santa Maria d’Agnano in Valdambra. Intorno al 1050 l’abate Albizzone fece ricostruire la chiesa in stile romanico. La sottostante cripta detta “Tomba del Crocifisso”, che la tradizione popolare ricollega al nascondiglio dove, nel IV secolo, si ritrovavano San Donato e i primi cristiani aretini per pregare e sfuggire alle persecuzioni, è in verità ciò che rimane di quell’edificio che stilisticamente risentiva degli influssi ravennati importati ad Arezzo dall’architetto Maginardo.

Entro la prima metà del XII secolo l’abbazia di Agnano accettò la regola camaldolese. Da allora fino agli anni Ottanta del Settecento, epoca delle soppressioni del granduca di Toscana Pietro Leopoldo nei confronti di compagnie religiose e laicali, che colpirono anche alcuni ordini, Santa Maria in Gradi fu la chiesa dei camaldolesi in città per eccellenza. 

Il luogo venne arricchito nel Trecento e Quattrocento di cappelle e opere d’arte, ma nella seconda metà del XVI secolo fu decisa la sua ricostruzione, visto che serviva un edificio più grande e rispettoso dei principi imposti dalla Controriforma.

Il disegno venne affidato al fiorentino Bartolomeo Ammannati, uno dei più importanti architetti e scultori dell’epoca, che nel 1591 presentò il progetto finale di chiesa a navata unica che esaltava la centralità dell’altare. 

I lavori si conclusero nel 1611. Nel primi anni Trenta del Seicento arrivò anche il campanile e nel corso dello stesso secolo furono addossate alle pareti le nuove cappelle. Il soffitto ligneo con i tre grandi stemmi, quello camaldolese al centro tra gli acronimi di Santa Maria in Gradi e Santa Maria d’Agnano, venne invece completato del 1711.

All’interno si possono osservare varie opere, soprattutto seicentesche come le tele degli aretini Bernardino Santini e Salvi Castellucci e gli affreschi del savinese Ulisse Giocchi e del fiorentino Giovan Battista Manzolini. Ai lavori precedenti all’intervento dell’Ammannati è invece da riferire la stupenda terracotta invetriata di fine Quattrocento con la “Madonna della Misericordia tra i santi Pietro e Benedetto”, assegnata alla bottega di Andrea della Robbia.  

Santa Maria in Gradi è però anche un grande scrigno di curiosità. Una di queste, a tinte quasi horror, parla di un santo monaco decisamente “fumìno”, come viene definita in vernacolo toscano una persona facilmente irascibile.

Scendendo la rampa di scale che conduce alla “Tomba del Crocifisso” si notano infatti due affreschi seicenteschi che raccontano episodi legati a una figura poco conosciuta in Italia, ma venerata nell’est Europa: Sant’Andrea Zoerardo

Secondo la tradizione egli era di origine polacca, nato nel 980 a Opatowiec. Intorno ai vent’anni iniziò la sua attività missionaria e sperimentò l’eremitismo. Successivamente divenne monaco benedettino e visse in un’abbazia sul monte Zobor, nei pressi di Nitra, oggi una delle principali città della Slovacchia ma ai tempi appartenente all’Ungheria. Fu lì che al nome di battesimo aggiunse quello di Andrea. In seguito si spostò, assieme al discepolo Benedetto, in una grotta nei dintorni di Skalka, sulle rive del fiume Váh, dove riprese la vita eremitica fino alla morte avvenuta nel 1009/1010. 

Riguardo all’inflessibilità con cui affrontava le penitenze, sono sorte varie storie. Pare che rimanesse sveglio tutta la notte dentro un tronco d’albero circondato dalle spine per non cedere al sonno, oppure che si cibasse di una sola noce al giorno durante la Quaresima. Sempre in base alla tradizione, dopo il trapasso gli fu trovato nel corpo un cilicio, lo strumento di mortificazione formato di solito da una cinghia metallica, così stretto che era conficcato nelle sue carni.

Il monaco venne canonizzato nel 1083 da papa Gregorio VII e da allora la Chiesa lo celebra ogni anno il 17 luglio. 

Da ricordare che nella prima cappella della parete destra di Santa Maria in Gradi è presente anche una tela dedicata al personaggio, eseguita nel 1658 del fiorentino Vincenzo Dandini, che raffigura “Sant’Andrea Zoerardo e San Carlo Borromeo”, quest’ultimo figura determinante della Controriforma. 

Caso unico in Italia, Arezzo ha dunque tre citazioni di questo santo polacco visibili nella stessa chiesa, che sarebbero quattro se la tela che era al centro dei due affreschi fosse ancora nella sua collocazione originale.

Il suo culto giunse forse grazie al trasferimento nel monastero di qualche monaco devoto all’eremita, che secondo una versione della sua vita a un certo punto accettò la regola camaldolese. Tanto per fare un esempio anche a Montebradoni, nei pressi di Volterra, esiste un piccolo luogo di culto a lui dedicato, limitrofo sempre a una badia della stessa congregazione. Gli studiosi da tempo hanno tuttavia sconfessato del tutto l’appartenenza del polacco ai camaldolesi.  

Tornando ai due affreschi nella discesa verso la cripta, in quello di sinistra si osserva l’eremita che libera un impiccato a Nitra, salvandolo da morte sicura, mentre in quello di destra si legge che il 16 luglio 1569 – anche se il giorno in cui si ricorda il monaco sarebbe quello dopo – un gruppetto impudente irruppe in una non specificata chiesa a lui dedicata per profanarla. I “bulli” non avevano però fatto i conti con la poca diplomazia di Andrea Zoerardo, che dette fondo al suo armamentario e, come si vede nel dipinto, fece gli eretici flambé. 

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