Arezzo da amare

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A cura di Marco Botti

Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. La mia attività è rivolta principalmente, fin dall’inizio della carriera, al mondo delle arti visive. Credo nella natura divina dei Beatles

Arezzo da amare Quarata / Località Venere

I pavoni del pluteo di Venere, un tesoro da scoprire

Il tempio dedicato alla dea della bellezza, Afrodite per i greci, Turan per gli etruschi e Venere per i romani, si trovava lungo le sponde del fiume, nel posto che ancora oggi prende il nome dalla divinità. Siamo in una delle zone più importanti del territorio comunale aretino per quanto riguarda i ritrovamenti preistorici

I pavoni del pluteo di Venere

Nel tratto d’Arno che va da Giovi a Ponte Buriano alcuni toponimi ricordano ancora oggi la presenza di santuari e luoghi di culto pagani scomparsi. Giovi (da Giove), Sitorni (da Saturno), Sietina o Sietrina (da Satres, il Saturno etrusco) e Venere sono inequivocabili. 
Il tempio dedicato alla dea della bellezza, Afrodite per i greci, Turan per gli etruschi e Venere per i romani, si trovava lungo le sponde del fiume, nel posto che ancora oggi prende il nome dalla divinità. Siamo in una delle zone più importanti del territorio comunale aretino per quanto riguarda i ritrovamenti preistorici, che consistono soprattutto in utensili di pietra scheggiata risalenti al Musteriano (120.000 - 35.000 a.C. circa). I tanti reperti ritrovati ci dicono che lungo le rive dell’Arno potevano esserci veri e propri insediamenti.
L’area venne abitata in seguito anche in epoca etrusca e romana. Nell’alto medioevo sorse a Venere la chiesa di San Giustino, più volte rimaneggiata nel tempo, inserita nel pleberio di San Martino a Galognano.
A poche centinaia di metri dalla località, in direzione di Campoluci, si trova invece un piccolo nucleo di case in posizione rialzata. Oggi la zona è chiamata “Le Greppe” o “Le Greppie”, ma in passato era detta “Corte” o “Le Corti”. 
Nel sistema feudale del IX/X secolo la “curtis” era l’insieme di edifici dove il signore esercitava la sua funzione di controllo in un determinato territorio.
Proprio in quel periodo venne eretta la chiesa di San Bartolomeo, della quale oggi vediamo purtroppo solo i ruderi avvolti da arbusti infestanti, che hanno il solo pregio di tenerla in piedi nonostante il lungo abbandono.
Il luogo di culto venne ricostruito in forme romaniche agli inizi del XIII secolo, che possiamo ancora notare principalmente nell’abside semicircolare. Nell’ultima visita pastorale che lo nomina, quella eseguita nell’agosto 1576 su direttive del vescovo Stefano Bonucci, veniva citato come “San Bartolomeo di Corte”. Il visitatore scriveva che nell’altare della chiesa ormai diruta era stata ritrovata una pergamena dove si ricordava che nel 1208 essa era stata riconsacrata dal vescovo di Arezzo Gregorio in onore degli apostoli Pietro e Matteo e dei martiri Liberatore, Apollinare e Agata. L’inaugurazione c’era stata nel giorno di San Matteo, quindi il 21 settembre.
Non è chiaro quando di preciso e perché cambiò il santo titolare, ma nei decimari trecenteschi l’edificio era già intitolato a un altro apostolo, San Bartolomeo, e così veniva nominato anche nella visita pastorale del 1424 del vescovo aretino Marco da Montepulciano, quando appariva – testuali parole – “distrutto e scoperchiato”.


Per fortuna, l’opera più preziosa fu messa in salvo nel secolo scorso e oggi si può osservare al piano terreno nel Museo Statale di Arte Medievale e Moderna di Arezzo, nella sezione dedicata ai materiali lapidei che vanno dall’VIII al XIV secolo.
Si tratta di uno splendido frammento di pluteo del X secolo, ovvero una lastra in pietra arenaria scolpita a rilievo, facente parte di una sorta di recinto che separava il presbiterio dalla cantoria. Essa era stata in seguito murata sopra la porta d’ingresso e da lì venne prelevata per portarla al sicuro.
Nella pietra sono rappresentati, in una fascia centrale delimitata da motivi a treccia, due pavoni uno di fronte all’altro che si abbeverano al cosiddetto kantharos, in origine una coppa formata da due alte anse verticali, spesso collegata nell’antica Grecia al dio Dioniso ma diffusa anche nel mondo etrusco dal VII secolo a.C.
Nella mitologia greca e romana il pavone era simbolo di regalità, bellezza e immortalità. Rappresentava uno degli animali di riferimento della dea Era/Giunone, che aveva il proprio carro trainato da questi uccelli e, secondo la leggenda, aggiunse nella tipica coda i cento occhi di Argo dopo che questi era stato ucciso da Mercurio. L’episodio era riportato anche da Ovidio nelle sue “Metamorfosi” dell’8 d.C.
Il suo piumaggio rimandava anche agli astri del firmamento. Altre credenza diffusa, e la riportava Plinio nella sua “Storia Naturale” del 77-78 d.C., era la perdita annuale delle penne in autunno come fossero foglie di una pianta e la loro ricrescita con il risveglio della natura.
I primi cristiani ripresero le varie simbologie del pavone e le rafforzarono. Già nelle antiche fedi pagane si credeva infatti che le sue carni dopo la morte non si deteriorassero. Fu così che il Cristianesimo adottò il volatile come emblema della resurrezione di Gesù, della rinascita spirituale dell’uomo e della vita eterna. Gli “occhi” della coda divennero invece simbolo dell'onniscienza di Dio. 
Il kantharos rappresentato nelle immagini politeiste venne trasfigurato dalla nuova religione nella “fonte della vita”, alla quale i pavoni si dissetano. L’iconografia si diffuse in seguito nel mondo longobardo e carolingio. Un mirabile esempio è il pluteo conservato nel Museo Civico di Pavia risalente al VII secolo, alla cui tipologia appartiene anche quello di Venere scolpito tre secoli dopo, che rimane uno dei più alti esempi di scultura altomedievale in terra d’Arezzo tra quelli
sopravvissuti.

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