Arezzo da amare

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A cura di Marco Botti

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L'oratorio dei santi Lorentino e Pergentino al Canto alla Croce

Nuovo articolo della rubrica Arezzo da Amare a cura di Marco Botti

Secondo la tradizione il Cristianesimo giunse ad Arezzo nel III secolo. Il 3 giugno 250 ci furono le prime vittime locali in seguito alle persecuzioni ordinate dall’Imperatore Decio: i giovani fratelli Lorentino e Pergentino, denunciati e fatti decapitare dal prefetto Tiburzio. Così racconta la “passio” dei due fanciulli, ovvero la narrazione del martirio, costruita tra il V e il VII secolo e più volte messa in discussione dagli studiosi di agiografia, la disciplina che analizza la letteratura relativa ai santi e il modo in cui sono nati i loro culti.

Sempre secondo la tradizione il supplizio avvenne tramite decapitazione al Canto alla Croce, il punto del centro storico di Arezzo dove convergono le attuali via Cavour, piaggia di Murello, via Chiassaia, via XX Settembre e via San Lorentino. Il luogo prenderebbe il nome da una croce viaria scomparsa, che a sua volta ricordava il sito martiriale.

Dopo le uccisioni i due corpi sarebbero stati e sepolti lungo l’odierna via Marco Perennio, nei pressi del torrente Castro, dove ancora sorge la chiesetta medievale riaperta al culto nel 2005 in seguito alla parziale ricostruzione.

Nel 1363 l’orafo Paolo Ghiselli o Paolo di Ghisello, che al Canto alla Croce abitava, predispose da testamento che dopo la sua morte e quella della moglie Margherita al posto della casa sarebbe dovuta sorgere una cappella dedicata ai protomartiri, da mettere sotto il patronato della Fraternita dei Laici. Nel 1379 il piccolo oratorio esisteva già e negli immediati anni a seguire fu impreziosito nella facciata da sei formelle in pietra arenaria con le “Storie dei santi Lorentino e Pergentino”, realizzate da maestranze aretine, e dall’affresco scomparso con la “Madonna della Misericordia” di Spinello Aretino.

Ancora la Fraternita dei Laici, per l’altare della chiesa, nel 1435 commissionò a Parri di Spinello la “Madonna della Misericordia tra i santi Lorentino e Pergentino”, una tempera su tavola conclusa nel 1437 che rappresenta il capolavoro del figlio di Spinello Aretino e una delle più belle opere del tardo gotico presenti in Toscana. La predella con quattro storie del martirio dei santi fu particolarmente ammirata anche da Giorgio Vasari, che la definì “maraviglia” nella seconda edizione delle sue “Vite” del 1568. Oggi la pala è custodita nel vicino Museo Statale di Arte Medievale e Moderna.

Ogni anno, il 2 e il 3 di giugno, durante le celebrazioni dei due protomartiri la tavola veniva portata fuori dall’oratorio e  collocata nella piazzetta di fronte all’edificio, all’interno di un baldacchino ornato di tende. Tutta la zona veniva addobbata con fiori, festoni e bandiere, mentre una processione che coinvolgeva le autorità civili e religiose partiva da Piazza Grande dove era la sede della Fraternita, raggiungeva la cattedrale per prendere le reliquie dei due santi e quindi scendeva lungo piaggia di Murello verso la chiesa. L’urna reliquiaria veniva quindi sistemata nel baldacchino fino al tramonto del 3 giugno, quando il corteo riportava i resti dei protomartiri nel duomo. 

Nel XVI e XVII la teca utilizzata fu quella affidata nel 1498 a Niccolò di Giovanni da Borgo San Sepolcro, in rame argentato, dorato, lavorato a sbalzo, cesellato e inciso su anima di legno, che adesso si può ammirare nel Museo Statale di Arte Medievale e Moderna. Dal 1699 venne sostituita con l’urna in argento fuso, sbalzato, cesellato e inciso da Giovanni Guglielmo Peters, orafo attivo a Firenze, oggi conservata nel Museo Diocesano di Arezzo.

A inizio Settecento la Fraternita dei Laici decise di realizzare un oratorio più grande e nei primi mesi del 1702 fu demolita la cappella trecentesca. Per fortuna le formelle della facciata vennero staccate per essere riposizionate sopra il portale della nuova chiesa, mentre sparì l’affresco spinelliano. Il 1° settembre di quell’anno il vescovo Giovan Matteo Marchetti pose la prima pietra e il 2 giugno 1711 l’edificio rifatto fu consacrato dal vescovo Benedetto Falconcini.

La nuova facciata a edicola era provvista di timpano con lo stemma della Fraternita al centro. Sopra le formelle venne posizionata una lapide con la trascrizione dell’epigrafe trecentesca che ricordava il martirio dei due aretini per volere del “crudelissimo imperatore romano Decio”. 

L’interno di impronta tardo manierista, come ricorda Andrea Andanti, conferma quanta fatica faceva ancora il barocco a radicarsi in città agli inizi del XVIII secolo. Misurati accenni dello stile che imperava in Italia ormai da decenni possono essere tuttavia trovati nei rosoni delle volte a crociera e nei capitelli che sormontano le lesene delle pareti, tutti eseguiti a stucco.  

Nell’Ottocento il culto per i due santi si affievolì e per l’oratorio cominciò un lungo periodo di incuria. Durante la Prima Guerra Mondiale, pesantemente rovinato dall’umidità, il luogo venne chiuso al culto e utilizzato per scopi militari. Negli anni a seguire l’edificio fu adibito a vari usi: deposito comunale, magazzino del consorzio agrario provinciale, sala musicale e dagli anni Sessanta del secolo scorso venne trasformato in palestra scolastica. 

Le opere d’arte custodite all’interno erano per fortuna già in salvo da tempo. Oltre alla pala di Parri di Spinello, infatti, la chiesa ospitava la “Madonna con il Bambino in gloria e santi” dell’aretino Alessandro Forzori, tempera su tavola risalente alla seconda metà del Cinquento, e due oli su tavola con “San Lorentino” e “San Pergentino” di Gian Domenico Mattei, pittore folignate attivo nella seconda metà del Seicento. I tre lavori sono attualmente esposti nel Museo della Fraternita dei Laici. 

Negli anni Ottanta lo storico ente tornò in possesso dell’ex chiesa, ormai quasi illeggibile e nel totale degrado. Partirono i lunghi e dispendiosi lavori di recupero per farne un luogo dedicato alla cultura e alle arti. Nel 1999 ci fu la riapertura, ma l’utilizzo dello spazio è stato finora caratterizzato dalla discontinuità. 

Nel 2021 la collaborazione tra la Fraternita dei Laici e il mensile Leggere Arezzo ha dato vita a un ambizioso progetto per rendere l’ex oratorio sede della Fraternita dei Giovani, un luogo per tutti i “giovani nel pensiero” in cui musica, letteratura, arti visive e teatro possono incontrarsi e dialogare per mostre, performance, presentazioni e laboratori. L’ex edificio di culto potrebbe così diventare in futuro il fulcro di una parte di città ormai votata ai linguaggi contemporanei, come dimostrano le gallerie, le botteghe e gli studi di artisti sorti negli ultimi anni nel tratto che da Piazza della Badia arriva proprio al Canto alla Croce.

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