Arezzo da amare

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Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

I misteri della chiesa di San Clemente a Pigli

E' uno dei luoghi più suggestivi da cui ammirare l’ampia parte della vallata compresa nel territorio comunale di Arezzo.

Incastonata nel versante occidentale del monte Lignano e splendidamente affacciata sulla Val di Chiana, la frazione di Sant’Andrea a Pigli è uno dei luoghi più suggestivi da cui ammirare l’ampia parte della vallata compresa nel territorio comunale di Arezzo. Silvio Pieri e Alberto Fatucchi fanno derivare il nome Pigli dal fitonimo (nome di pianta) pinulus, diminutivo di pinus, che si è trasformato nei secoli in Pinuli, Pinli, Pilli e infine Pigli. 

Nella seconda metà dell’XI secolo fu eretto nella zona un castello oggi totalmente smantellato. Esso si trovava a monte dell’odierno abitato, poco sotto la cima di Lignano. All’interno della cerchia muraria era presente la chiesa di Santa Maria, documentata per la prima volta nel 1182, ricostruita alla fine del Seicento grazie al sostegno economico dei Burali e mirabilmente recuperata nel 2010 dagli attuali proprietari, i Parati, dopo decenni di completo abbandono. 
Dal Quattrocento era citata anche come Santa Maria di Castel Vecchio, perché a quei tempi esisteva già un secondo borgo fortificato più a valle, realizzato dai Burali tra la fine del XIII secolo e la prima parte del secolo seguente. Anche in questo caso della cinta muraria non è rimasto nulla. Il nuovo castello corrispondeva all’agglomerato di case che vediamo poco sopra la chiesa parrocchiale di Sant’Andrea, anche questa citata dal 1182 ma ricostruita nel secondo Ottocento in forme neogotiche su progetto di Pilade Ghiandai e riconsacrata nel 1889. 

Nel tragitto tra Santa Maria e Sant’Andrea si può ammirare ancora oggi un terzo edificio religioso, l’oratorio di San Clemente a Pigli, che dopo il trasferimento del maniero più in basso divenne di fatto la nuova chiesa castellana. Nell’architrave si legge la data 1314, che potrebbe corrispondere all’inizio dei lavori per la sua realizzazione, alla consacrazione ufficiale o, per chi lo considera costruito in precedenza, al suo restauro. 
La dedica a San Clemente rimanda inequivocabilmente al santo romano del I secolo d.C. ma, come notava Santino Gallorini nel volume del 2010 “Santa Maria a Pigli e il suo territorio”, nel 1314 moriva in Francia papa Clemente V, quindi non è da escludere che la scelta del santo titolare fu influenzata dalla dipartita di quel pontefice. 

L’oratorio era di patronato privato e le tre croci, una nella chiave di volta dell’arco della facciata e due alle estremità dell’architrave, sembrerebbero fare riferimento a un ordine religioso cavalleresco medievale. I bracci non hanno le punte “ottagone” che rimandano agli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, dal 1309 detti Cavalieri di Rodi, oppure all’ordine di San Lazzaro di Gerusalemme che aveva un simbolo simile. Sembrerebbero più vicine alle croci patenti della tipologia “a bordo concavo” dell’ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme o Templari, ma proprio nel 1314 veniva giustiziato l’ultimo gran maestro Jacques de Molay dopo la violenta repressione voluta a partire dal 1307 dal re di Francia Filippo il Bello sotto il papato – neanche a farlo apposta – di papa Clemente V. Le tre croci astili della facciata di San Clemente, come si capirà, sono quindi tutte da indagare e non è escluso che gli ordini monastico-militari possano non avere nulla a che fare con l’erezione della chiesetta, anche se, vista la sua posizione prossima a una fondamentale strada, viene da pensare il contrario.
 
Nella visita pastorale del vescovo Bernardetto Minerbetti del 1550, tuttavia, si dice che l’oratorio era stato elevato all’interno del nuovo castello dagli abitanti per la loro comodità, visto che la sede parrocchiale di Santa Maria era malagevole da raggiungere, ma siamo ormai a più di due secoli dalla data dell’architrave e quindi l’informazione va presa con le molle. In quel periodo a San Clemente operava la Società dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria, una compagnia laicale ancora presente nella visita del 1778 del vescovo Angiolo Franceschi
Nella visita del vescovo Agostino Albergotti del 1823 la chiesa era nelle mani della parrocchia, poiché la società era stata sciolta. Probabilmente non fu una gestione ottimale, visto che nella visita del vescovo Giuseppe Giusti del 1872 veniva denunciato il cattivo stato dell’edificio. Dopo la soppressione novecentesca di Santa Maria a Pigli e l’accorpamento del suo territorio a quello di Sant’Andrea, l’oratorio si salvò dall’oblio grazie alla vendita a privati. Gli ultimi importanti restauri furono effettuati proprio dagli attuali proprietari, i Milloni, ma ormai risalgono al 1979.   

Per chi visita il luogo, esternamente San Clemente si caratterizza per la facciata trecentesca in pietra con il campanile centrale a vela provvisto di due piccole campane. Altri elementi tipici della chiesa sono il portale architravato con arco leggermente a sesto acuto, dove la chiave di volta è curiosamente decentrata. La piccola monofora della facciata è sormontata da un occhio aperto in seguito per dare più luce, quando l’edificio venne rimaneggiato e di poco rialzato.

Nell’interno, ormai inagibile, oltre all’altare maggiore in pietra provvisto di pozzetto per le reliquie sopravvivono due affreschi. Sulla parete destra un santo malridotto e ormai illeggibile è stato identificato con il titolare “San Clemente” da Angelo Tafi e con ”Sant’Antonio Abate” nella già citata visita pastorale del 1872. È ritenuto un lavoro di anonimo aretino tardo trecentesco, seguace di Spinello Aretino.
Sulla parete sinistra venne ritrovato negli anni Sessanta del secolo scorso un “Sant’Antonio Abate”, protettore degli animali per eccellenza e quindi spesso presente nelle chiesette rurali, inserito all’interno di un arco trilobato. L’affresco fu assegnato nel 1971 da Mario Salmi a Lorentino d’Andrea e datato agli anni Sessanta del XV secolo, attribuzione accettata anche da Angelandreina Rorro nella sua monografia del 1996 “Lorentino d’Arezzo. Discepolo di Piero della Francesca”. Quest’ultima ricollegava l’opera al “Sant’Antonio Abate” eseguito da Lorentino per la pieve di San Polo e la cornice dipinta ai motivi presenti nel trono della “Madonna con il Bambino” dello stesso autore per la chiesa di Santa Firmina.   
Nel 2010 Santino Gallorini retrodatò l’opera ai primi due decenni del Quattrocento, assegnandola ad autori minori di ambito spinelliano, basandosi sull’iscrizione frammentaria ai piedi del santo che cita come committente Tomè di Iacopo, ovvero il padre di quel Iacopo Burali che nel 1436 aveva finanziato il restauro delle mura del castello. 

L’oratorio di San Clemente versa da alcuni anni in condizioni critiche e guardandolo viene da pensare che, senza un intervento nel breve periodo, i suoi giorni siano contati. Nel 2020 l’edificio è finito all’asta ma ancora oggi è in attesa di conoscere il nuovo proprietario. La speranza è che arrivi presto e che abbia la sensibilità e le risorse per recuperarlo e valorizzarlo come merita. 

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