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Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

Centro Storico

La chiesa di San Benedetto (e l'ex monastero)

"Con le soppressioni napoleoniche del 1810 il complesso camaldolese venne chiuso e dal 1830 divenne orfanotrofio e ricovero per anziani e poveri della città"

All’angolo tra via San Clemente e via delle Fosse, nell’odierna piazzetta Faenzi, sorge un delizioso luogo di culto accanto alla Casa di Riposo “Vittorio Fossombroni” che ne ha di cose da raccontare. È la chiesa di San Benedetto

Sui resti di un edificio sacro precedente orientato in modo diverso, intorno alla metà del XII secolo fu eretto un piccolo monastero benedettino femminile che abbracciò la regola camaldolese e dipese a lungo da quello di San Giovanni Evangelista di Pratovecchio. Le tracce più antiche del complesso monastico, che a quei tempi si trovava fuori dalle mura cittadine, si possono ancora osservare nella parete destra della chiesa, quella che dà su via San Clemente. 

A metà del Trecento il monastero di clausura, detto anche delle Murate di San Benedetto o di San Clemente, fu ampliato. In quel periodo le monache vennero momentaneamente trasferite nel cenobio casentinese per lasciare il posto al priore generale dell’ordine di Camaldoli.

Le immagini più significative della Chiesa di San Benedetto

Nel 1492 il Comune di Arezzo contribuì alla realizzazione di un piccolo oratorio sopraelevato all’interno della chiesa, dove le religiose potevano pregare di notte. Questo spazio è visibile nella controfacciata attuale, connotato dalle colonne con lo stemma camaldolese. Durante la visita apostolica del 1583 del vescovo di Sarsina Angelo Peruzzi su incarico di papa Gregorio XIII, fu comandato di chiudere lo spazio affacciato sulla navata attraverso finestre di legno con un muro, ma in seguito la parete del coretto pensile venne sostituita con le tre aperture graticolate che si possono ancora vedere.

Sette anni prima, durante la visita pastorale del 1576 del vescovo Stefano Bonucci, con un altro ordine era stata chiusa una finestra che dava su via San Clemente, perché “non aporta utilità di lume”. Tracce di quell’intervento potrebbero essere collegate alle tamponature che si notano oggi nella parte destra esterna.

Le visite del XVI secolo mostravano un monastero fiorente e affrancato da quello di Pratovecchio, cresciuto rispetto agli esordi sia nel numero delle monache presenti, sia nelle dimensioni che lo portavano ad affacciarsi anche sulla Via Sacra, l’odierna via Garibaldi. Migliorie alla chiesa e al cenobio furono apportate a più riprese nei due secoli successivi. Come ricordava Anna Pincelli nel volume “Monasteri e conventi del territorio aretino” del 2000, nel 1683 arrivò il restauro del coro, nel 1699 il nuovo altare maggiore, nel 1700 l’allargamento del presbiterio e nel 1709 la ristrutturazione degli ambienti dove vivevano le monache. Il Settecento fu anche il secolo degli interventi in città delle maestranze ticinesi, insuperabili nelle decorazioni a stucco. I lavori agli altari di San Benedetto, attribuiti a Francesco Rusca, vennero eseguiti tra il 1769 e il 1771.

Con le soppressioni napoleoniche del 1810 anche il complesso fu chiuso e per le camaldolesi iniziarono continui spostamenti. Passata la bufera francese, le religiose trovarono una nuova sede in piazza San Domenico. Nel 1817 il monastero venne adeguato per diventare un orfanotrofio provvisorio maschile del Comune di Arezzo, dal 1819 gestito dalla Fraternita dei Laici. Il 9 gennaio 1830, con un sovrano rescritto, il granduca Leopoldo II creò la Casa di Deposito di Mendicità della Città di Arezzo, un ricovero per anziani, bambini abbandonati, orfani e poveri aperto ufficialmente due anni dopo. Ampliamenti ci furono sia negli anni Quaranta, sia negli anni Cinquanta del XIX secolo, grazie anche ai lasciti di personaggi benemeriti, come ricordano le lapidi nella controfacciata della chiesa di Marco Marsilio Marchetti e di Gio Batta Occhini, deceduti nel 1857. 

Nel 1886, con re Umberto I, venne approvato lo statuto dell’Orfanotrofio e Pia Casa di Mendicità. Alla fine dell’Ottocento fu allargato il settore femminile e vennero realizzati laboratori e officine dove i giovani imparavano i mestieri.

L’istituto per orfani fu chiuso nel 1971 e l’ex complesso benedettino divenne Casa di Riposo “Vittorio Fossombroni”, una residenza sanitaria assistenziale che dagli anni Ottanta ai nostri giorni è stata oggetto di vari interventi per renderla sempre più efficiente e accogliente. All’interno dell’ex monastero si può ancora ammirare un affresco con al centro la “Crocifissione tra la Madonna e San Giovanni dolenti” e ai lati “San Raffaele Arcangelo e Tobiolo” e “Santa Caterina da Siena”, pubblicato per la prima volta nel 2000 da Liletta Fornasari nella monografia “Bernardino Santini. Pittore in Arezzo” e da lei indicato come opera giovanile dell’aretino Bernardino Santini. Attualmente la struttura, trasformata in azienda pubblica di servizi alla persona, offre prestazioni di assistenza socio sanitaria e servizi alberghieri in favore di utenti non autosufficienti e autosufficienti. 

Più travagliata la storia della chiesa di San Benedetto, che nel 2001 fu dichiarata inagibile per motivi precauzionali, a causa di un trave ligneo che muovendosi dalla sua posizione rischiava di causare problemi strutturali. Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 2010 il distacco dello stesso trave provocò uno squarcio nel tetto. Partì subito una corsa contro il tempo per raccogliere i fondi necessari a recuperare l’edificio. I lavori andarono avanti per un anno e la chiesa venne riaperta al culto il 5 gennaio 2011. 

Oggi si presenta con una facciata a capanna all’esterno e a navata unica con copertura a volte all’interno. L’altare laterale sinistro è dedicato all’Immacolata Concezione, quello destro al Sacro Cuore di Gesù. 

Nell’altare maggiore si ammira lo “Sposalizio mistico di Santa Caterina d’Alessandria” (1629/1630) di Bernardino Santini, in cui si osservano anche “San Filippo Neri” in alto a sinistra e la “Beata Margherita Elisabetta” in basso a sinistra. Quest’ultima, monaca camaldolese, secondo la tradizione fu testimone di un’apparizione di Santa Caterina. L’olio su tela in origine era nell’altare laterale sinistro, a quei tempi dedicato alla santa, e faceva pendant con una “Visitazione di Sant’Elisabetta” scomparsa, sempre del Santini, realizzata per l’altare destro. Dopo i danni del 2010 l’opera fu rimossa in via cautelativa e, al di sotto di essa, ne fu rinvenuta una del XVIII secolo di autore ignoto, che rappresenta una singolare “Madonna addolorata” trafitta al cuore da una lancia, con gli elementi della passione di Cristo ai quattro angoli. Adesso è visibile nella parete sinistra. 

Oltre l’attuale altare centrale venne invece ritrovato un bassorilievo settecentesco con decorazioni a stucco, raffigurante una Madonna ornata in oro ai cui piedi erano presenti altre figure perdute, forse i santi Benedetto e Romualdo. Tra le opere perse nel tempo, da ricordare anche l’affresco cinquecentesco del savinese Niccolò Soggi con la “Madonna tra San Benedetto e Santa Caterina”, che secondo l’edizione del 1568 delle “Vite” di Giorgio Vasari fu purtroppo distrutto per ampliare la chiesa. 

La chiesa di San Benedetto (e l'ex monastero)

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