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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

L'Anfiteatro Romano di Arezzo

L’anfiteatro, che assieme al vicino Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” rappresenta una tappa fondamentale per i turisti in cerca delle testimonianze dell’Arezzo romana, si sviluppava su tre piani ed era realizzato con materiali diversi come laterizi, pietra arenaria, travertino e calcestruzzo

Dopo aver fatto parte della Dodecapoli etrusca, ovvero le dodici città-stato federate in una lega, Arezzo divenne un importante centro romano. Nei primi decenni del II secolo d.C. era ancora fiorente, anche se lo sviluppo economico e sociale che l’aveva contraddistinta nel periodo augusteo, grazie soprattutto alla produzione delle ceramiche sigillate da mensa, i celebri “arretina vasa”, stava segnando il passo a vantaggio delle fabbriche nelle province galliche e africane. 

Eravamo in piena età adrianea e, grazie a ricchezza e sicurezza provenienti dalle conquiste dell’impero e dal consolidamento dei confini, nelle principali città sorgevano complessi pubblici per il divertimento e il tempo libero. 

A valle dell’urbe, facilmente raggiungibile anche dalle zone periferiche, sorsero un complesso termale, un ninfeo e un grande anfiteatro. All’area archeologica, dove si possono vedere i resti di quest’ultimo, si accede oggi dall’entrata dell’odierna via Crispi e da quella laterale dell’attuale da via Margaritone. I primi due, come testimoniano i ritrovamenti del passato, si trovavano invece a est dell’arena, in direzione di via Guadagnoli e, per l’appunto, via del Ninfeo.

Gli scorci suggestivi dell'Anfiteatro Romano di Arezzo

L’anfiteatro, che assieme al vicino Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” rappresenta una tappa fondamentale per i turisti in cerca delle testimonianze dell’Arezzo romana, si sviluppava su tre piani ed era realizzato con materiali diversi come laterizi, pietra arenaria, travertino e calcestruzzo. Aveva quattro ingressi dall’esterno, tre ambulacri concentrici, ovvero i corridoi coperti, e sedici “vomitoria”, che servivano ad accedere alle gradinate oppure a defluire senza creare problemi di ordine pubblico. 

Si stima che la struttura potesse contenere tra le 10.000 e le 13.000 persone a sedere, capienza che lo poneva tra i circhi principali della VII Etruria, una delle “regiones” in cui fu suddivisa la penisola italiana dal 7 al 292 d.C., con la riforma amministrativa voluta dall’imperatore Ottaviano Augusto

Al suo interno si svolgevano spettacoli come i “ludi” gladiatori, spesso preceduti da rappresentazioni di caccia, numeri circensi con animali ammaestrati e lotte tra uomini e fiere.

Tutto finì con l’affermazione del Cristianesimo, quando le manifestazioni vennero messe sotto accusa, perché  ritenute immorali dalla nuova religione. Fu così che nel 404 d.C. il discusso primo imperatore dell’Impero Romano d’Occidente, Onorio, le abolì del tutto. 

Alla pari delle altre arene, anche quella aretina cadde in disuso. Già dal V secolo iniziò da una parte lo smantellamento e dall’altra il progressivo interramento, causato dalle esondazioni del vicino torrente Castro.

Nell’alto medioevo divenne sepolcreto e poi luogo di prostituzione. Lo stesso Carlo Magno cercò di porre fine a questa seconda vocazione, donando l’area alla Chiesa aretina.

Nel 1333 l’ex anfiteatro, in quel periodo di proprietà degli Azzi, fu ceduto al senese Bernardo Tolomei, che nel 1319 aveva fondato, assieme ad altri aristocratici, la congregazione benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto, vicino ad Asciano. Pier Saccone Tarlati, che dopo la morte improvvisa del fratello Guido aveva preso le redini della signoria tarlatesca, favorì l’insediamento olivetano in città. 

I monaci fecero uso delle sostruzioni, ovvero le strutture di sostegno, per poggiare il nuovo monastero sul lato sud dell’edificio romano abbandonato. Questa scelta permise la protezione di parte dell’ellisse sino al secondo ordine di gallerie, che fu inglobata nel complesso monastico ed è ancora visibile al suo interno. Per l’innalzamento dell’abbazia, l’anfiteatro subì però nuove spoliazioni, che proseguirono anche nei secoli a seguire, fino alla prima metà dell’Ottocento. Il materiale fu utile, ad esempio, anche ai Medici per la costruzione della cinta cittadina cinquecentesca.  

Negli anni Ottanta del XVIII secolo il granduca di Toscana Pietro Leopoldo ordinò il trasferimento degli olivetani. L’immobile divenne così sede dell’Accademia Ecclesiastica. Con le soppressioni sabaude degli ordini religiosi del 1866, la zona entrò a far parte del demanio statale e venne confiscata, a eccezione della chiesa del monastero dedicato a San Bernardo, che fu affidata alla vicina parrocchia di San Jacopo. 

Nel biennio 1914-15 la Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti promosse alcune indagini del sito, ormai completamente interrato, e durante la Prima Guerra Mondiale a scavare in maniera coatta giunsero anche alcuni soldati austriaci prigionieri. Tra il 1925 e il 1926 partirono lavori di scavo più consistenti, che riportarono alla luce i resti del circo e liberarono gli ambulacri celati sotto l’ex monastero, dal 1937 nuova sede del museo archeologico cittadino. 

Nel 1943 un pesante bombardamento alleato fece danni, rovinando anche parte delle collezioni custodite, ma nel 1950 fu completata la ricostruzione.   

Oggi l’arena dell’anfiteatro romano di Arezzo è un luogo privilegiato e scenograficamente unico per concerti e manifestazioni culturali nei periodi estivi. Tra i futuri progetti del Museo Archeologico “Gaio Cilnio Mecenate”, dal 1973 nazionale e oggi inserito nel Polo Museale della Toscana, c’è la valorizzazione della cavea inferiore sotto all’ex edificio olivetano ancora chiusa al pubblico, che permetterebbe ai visitatori di comprendere meglio la maestosità del luogo. 

Le risorse destinate in Italia all’archeologia si contano da anni con il lumicino e i direttori di musei e parchi archeologici devono fare i salti mortali giornalieri per garantire la fruizione dei luoghi e la qualità dei servizi, ma siamo certi che arriverà il giorno che la suggestiva idea per Arezzo diverrà realtà.

L'Anfiteatro Romano di Arezzo

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