Arezzo da amare

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Il busto reliquiario di San Donato

Nuovo articolo di Marco Botti per il blog Arezzo da Amare. Questa volta alla scoperta del busto del santo patrono di Arezzo che si è celebrato proprio ieri

La devozione degli aretini per il patrono della città ha dato vita, nei secoli, a numerose testimonianze anche in ambito artistico. Una delle più celebri è custodita della cripta della Pieve di Santa Maria Assunta, ricostruita in modo arbitrario nella seconda metà dell’Ottocento dopo che quella del XII secolo era stata smantellata nel Cinquecento. Lì si conserva il capolavoro dell’oreficeria aretina medievale: il busto reliquiario di San Donato

L’opera in argento dorato, sbalzato e cesellato, con applicazioni di parti fuse, smalti traslucidi e opachi, pietre dure e vetri colorati, fu realizzata nel 1346 per custodire la calotta cranica appartenuta al secondo vescovo di Arezzo. Secondo la tradizione egli subì il martirio e la decapitazione nel 362 d.C., su ordine del prefetto Quadraziano, durante le persecuzioni dell’imperatore romano Giuliano l’Apostata. Altre versioni posticipano di un anno la morte o la anticipano al 304, nell’ambito delle oppressioni di Diocleziano.

Il busto è attribuito alla bottega orafa degli aretini Paolo Ghiselli e Pietro Vanni, entrambi documentati nel 1345 come appartenenti alla fazione ghibellina della città e, secondo Giorgio Vasari, allievi dei senesi Agostino di Giovanni e Agnolo di Ventura, gli autori del Cenotafio a Guido Tarlati nel duomo.

San Donato è rappresentato in maniera inusuale, come un giovane senza barba, dal volto austero, il naso piccolo e affusolato, la fronte ampia e la bocca sottile. 

Sopra la testa è posizionata la mitria, arricchita con piastre d’argento quadrilobate e ricoperte di smalti traslucidi. Nella parte anteriore, dall’alto in basso, si osservano il Cristo giudice, la Vergine con il Bambino e San Donato. Ai lati della Madonna sono collocati i profeti Isaia ed Elia. A sinistra di San Donato si trovano San Bartolomeo e Sant’Andrea, mentre a destra San Giovanni Battista e San Paolo.

Nel retro, dall’alto in basso, sono visibili San Filippo, San Giacomo maggiore e una “Crocifissione”. Ai lati di San Giacomo sono disposti un profeta non identificabile e Santo Stefano. A sinistra della “Crocifissione” si vedono la Vergine dolente e San Pietro, a destra San Giovanni dolente e il profeta Zaccaria.

Il piviale, ovvero il mantello liturgico tipico della chiesa cattolica, è fermato al centro del petto da una piastra raffigurante una “Annunciazione”, in origine smaltata. Sempre nel manto si alternano incisioni con i simboli dei quattro evangelisti e placchette con smalti che raffigurano alcuni santi legati alla Chiesa aretina. 

In sequenza, partendo dalla “Annunciazione” e andando in senso orario, si ammirano l’aquila (emblema di San Giovanni), San Satiro (primo vescovo di Arezzo), l’angelo (simbolo di San Matteo), Sant’Antimo (amico diacono di San Donato), il bue (emblema di San Luca), Sant’Ilariano (amico monaco di San Donato) e il leone (simbolo di San Marco).

L’orlo del piviale intorno al collo definisce il santo “patrono e difensore della città e del suo comitato”, mentre quello alla base riporta anche i nomi dei due autori.

Sulle spalle, due per parte, si trovano infine delle placche smaltate con la tecnica “cloisonné”, detta anche “lustro di Bisanzio”, raffiguranti due cervi, un’aquila e un animale mitologico.

I maggiori critici del Novecento si sono confrontati a lungo, per giungere alla paternità del capolavoro trecentesco. C’era chi, come Mario Salmi, attribuiva la parte scultorea alla scuola aretina, assegnando gli smalti traslucidi a maestranze senesi, che per questa tecnica avevano il primato europeo. Altri, in primis Roberto Longhi, davano la totale appartenenza dell’opera ad Arezzo, sebbene l’influenza dell’arte orafa senese fosse palese.

Un contributo fondamentale a favore della seconda tesi venne dagli studi di Daniela Galoppi, pubblicati negli Annali della Scuola Normale di Pisa nel 1984. La nota restauratrice aretina confermò l’esistenza di una vera e propria scuola orafa locale trecentesca, inizialmente ispirata a quella senese ma capace, in seguito, di svincolarsi da essa per assumere connotati distintivi, come era già successo in pittura. Il binomio Ghiselli-Vanni ne rappresentava forse l’espressione più alta, anche se ancora oggi non è facile distinguere i ruoli e le peculiarità di ciascuno dei due.

Dall’ottobre 2008 al settembre 2009 il busto di San Donato venne preso in cura dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per un restauro improcrastinabile finanziato dalle Argenterie Giovanni Raspini. Durante le prime indagini fu ritrovato all’interno un tesoretto devozionale fatto di tre medaglie votive settecentesche e tredici monete di rame e argento delle zecche di Lucca, Urbino, Napoli e Firenze di varie epoche. 

Alla conclusione dei lavori l’opera tornò nella pieve aretina e lì accoglie ogni giorno aretini e turisti, protetta da un’elegante teca e da un’illuminazione che ne valorizza i preziosi dettagli.

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