Martedì, 18 Maggio 2021
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

I tesori della chiesa di San Biagio a Monastero

La chiesa di San Biagio a Monastero, che si raggiunge attraverso la strada che collega Bagnoro a Santa Firmina. A metà del percorso tra le due località, un delizioso campanile a vela spunta in mezzo a un gruppo di case in splendida posizione panoramica e vi conferma che siete giunti alla meta

Ci sono dei luoghi, nei dintorni di Arezzo, che dovrebbero essere tappe obbligate di ogni turista che desidera approfondire Piero della Francesca e l’eredità che il genio rinascimentale lasciò nel territorio. Ancora oggi, infatti, possiamo ammirare tante opere che mostrano il ruolo determinante del maestro biturgense per lo sviluppo dell’arte locale tra la seconda metà del Quattrocento e i primi decenni del secolo seguente, che potrebbero costituire  un vero e proprio tour tra città e campagna. 
Uno di questi luoghi è la chiesa di San Biagio a Monastero, che si raggiunge attraverso la strada che collega Bagnoro a Santa Firmina. A metà del percorso tra le due località, un delizioso campanile a vela spunta in mezzo a un gruppo di case in splendida posizione panoramica e vi conferma che siete giunti alla meta. 

La genesi del toponimo non è mai stata chiarita, ma fino alla prima metà del Cinquecento il luogo era citato come “Monistero”. Forse qui si trovava un complesso monastico poi distrutto, oppure vi erano i possedimenti di uno dei tanti monasteri cittadini. 
Anche l’origine dell’edificio sacro a pianta rettangolare lascia molti dubbi. C’è chi, come Angelo Tafi, lo fa risalire all’altomedioevo, ricollegando a quella fase il piccolo altare del IX/X secolo provvisto di pozzetto per le reliquie, ancora visibile sulla sinistra appena entrati. 
Nel 1214 la chiesa di Monastero venne consacrata dal vescovo Martino, dedicandola a San Biagio, San Donato e alla Natività della Vergine. Nel 1750 il parroco Giovanni Santini ritrovò nel pozzetto reliquiario dell’altare una pergamena che ricordava quel momento, poi inciso per volere del vescovo Filippo Incontri nella lapide che oggi è murata nella parete sinistra. Da capire se si trattò della riconsacrazione dopo una ricostruzione o se fu l’inaugurazione del primo edificio. In questo secondo caso, proposto da Luciano Pantani, gli elementi altomedievali, compresi i due frammenti di bassorilievi zoomorfi e fitomorfi incastonati a sinistra dell’altare maggiore – Tafi li considera però romanici – sarebbero solo materiali di recupero da altri luoghi di culto. Alla chiesa duecentesca appartengono anche alcune bozze squadrate della facciata e la campana datata 1274. 

Tra il 1495 e il 1529 l’interno fu affrescato in tempi diversi da artisti locali. La visita pastorale del 1535 del vescovo Francesco Minerbetti, pochi anni dopo l’ultima impresa pittorica, ci dice che il rettore di “Sancti Blaxii de Monistero” era l’aromatario Gregorio Bartolomei, quindi un commerciante di spezie e farmaci. Nella visita apostolica ordinata da papa Gregorio XIII nel 1583 il rettore era Girolamo de’ Ghinci. In quel frangente si ordinò di demolire tre altari, considerati “indecenti”. Nella visita del 1592 del vescovo Pietro Usimbardi c’era il solito il rettore, mentre il patronato era degli eredi di Donato Marsupini, delle monache di Santa Maria Novella e di quelle di San Benedetto. Il visitatore denunciava varie mancanze, persino la sedia per confessare. Dalla visita del 1609, ancora dell’Usimbardi, si desume che le indicazioni date in precedenza erano state disattese. 

Se per il Settecento l’episodio più rilevante fu il ritrovamento della pergamena di cui abbiamo già detto, per il secolo seguente è da ricordare l’anno 1867, quando la parrocchia di Monastero fu soppressa e unita a quella di Sant’Eugenia al Bagnoro. 
In seguito a due perizie di Pilade Ghiandai, il 1° luglio 1904 iniziarono i lavori di restauro dell’edificio. In particolar modo si intervenne nella parete destra perché l’umidità stava compromettendo tutto. Sette anni dopo, nel 1911, Mario Salmi fu il primo a indagare le pitture ancora presenti, definendo gli autori “ritardatari locali” che nei primi decenni del Cinquecento continuavano a ispirarsi a Piero della Francesca, in base al gusto delle committenze attardate di campagna. 
Per tutto il secolo scorso il degrado della chiesa, ormai abbandonata, non si arrestò. Per fortuna il tetto semicrollato fu risistemato alla fine degli anni Ottanta, salvando da fine sicura i dipinti in rovina, attaccati da arbusti infestanti e intemperie. 

Gli affreschi di Monastero, nonostante il cattivo stato e  alcune ridipinture, ricordano una pagina importante di arte locale.
Scorrendo la chiesa in senso orario, a sinistra si incontrano tre cappelle in successione. Le prime due sono datate 1523 e vengono attribuite ad Angelo di Lorentino e collaboratori. Nella prima nicchia si vede la “Madonna che dona una rosa al Bambino”, con le fasce laterali che presentano “San Rocco” e “Sant’Antonio Abate”, con “Dio Padre” nel sottarco che regge il mondo con la mano. Nella cappella seguente il più noto dei figli di Lorentino d’Andrea eseguì invece la “Madonna in trono con il Bambino” e nelle fasce laterali ancora “Sant’Antonio Abate” e “San Rocco”, mentre nel sottarco si nota il monogramma di San Bernardino. Questa edicola fu commissionata da Viti e Cristofano Elere. La terza cappella, alterata e poco leggibile, riporta come data il 1495 e raffigura la “Madonna con il Bambino tra Sant’Antonio Abate e San Michele”. Nel sottarco ci sono i busti di altri quattro santi.

Sul lato opposto, ripartendo dal presbiterio, “Sant’Antonio Abate, San Biagio e San Rocco” sono del 1525 e commissionati da Domenico di Nardo. Nicoletta Baldini propone come autore Niccolò di Lorentino, primogenito di Lorentino d’Andrea, accostandoli agli affreschi nella cappella del castello della Fioraia a Castelnuovo di Subbiano. Luciano Pantani attribuisce alla medesima mano anche la vicina “Maddalena” datata 1523, pagata da Mariotto di Bertino. Il percorso sulla fatiscente parete destra prosegue con il “San Donato” del 1526 commissionato ancora da Domenico di Nardo e il “San Rocco” voluto nel 1529 da Donnino di Paolo, il committente che nel 1526 aveva già chiesto il santo lacunoso e non identificabile che chiude la parete.
Nella controfacciata si vede infine il deteriorato “Sposalizio mistico di Santa Caterina e Sant’Antonio Abate” del 1495, che riprende un modello tardo gotico già proposto in città da Parri di Spinello

Tra i vari santi di Monastero, “San Rocco” e “Sant’Antonio Abate” si ripetono più volte, a testimonianza di due culti molto sentiti nella campagna aretina. Il primo proteggeva dalle pestilenze e veniva rappresentato con una piaga nella coscia in bella vista, mentre il secondo era il protettore degli animali e quindi caro in particolar modo a contadini e allevatori. 

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