Giovedì, 29 Luglio 2021
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

La Chimera, simbolo identitario di Arezzo: curiosità e dettagli della terribile fiera

Da giugno 2021, grazie al Rotary Club Arezzo, la sezione del museo archeologico si è arricchita di una copia tattile a grandezza naturale realizzata in pla, un materiale biodegradabile, stampata tridimensionalmente da Massimo Gallorini

Modello in gesso di Primo Aglietti per le chimere di fronte alla stazione ferroviaria di Arezzo - Museo Archeologico Gaio Cilnio Mecenate di Arezzo (ph. Marco Botti)

Nel Cinquecento le nuove tecniche militari e la posizione strategica di Arezzo convinsero i dominanti fiorentini a rinnovare le sue fortificazioni. La città venne così dotata, a partire dal 1538, di una cerchia muraria più piccola della precedente, con meno ingressi e provvista di sette bastioni difensivi. Il 15 novembre 1553, durante i lavori per la realizzazione del baluardo di San Lorentino, a quasi sei metri sottoterra fu ritrovato uno straordinario bronzo risalente agli inizi del IV secolo a.C. Era la Chimera di Arezzo, riconosciuta in tutto il mondo come il simbolo per eccellenza dell’arte scultorea etrusca.   

L’opera rappresenta un mostro mitologico che sprigionava fiamme dalla bocca, figlio di Tifone ed Echidna. Tramandato in Etruria dalla tradizione ellenica, la sua leggenda potrebbe nascere nel Medio Oriente, per svilupparsi in Grecia nella forma a noi nota, diffondendosi dapprima nel Peloponneso. Altre versioni parlano di mito licio rielaborato sempre in territorio greco.

Si ritiene probabile la natura di ex-voto commissionato per un santuario che si trovava nella zona, come fanno supporre i bronzetti votivi con figure umane e animali ritrovate assieme. Nella zampa destra anteriore la scritta etrusca TINSCVIL collega la scultura a una donazione per Tinia, il Giove etrusco. La Chimera poteva far parte di un gruppo comprendente anche l’eroe Bellerofonte e il cavallo alato Pegaso, mai ritrovati. Secondo la leggenda, infatti, l’eroe uccise la bestia affondando la sua lancia nella bocca. Le fiamme emanate dalle fauci fusero poi la punta di piombo, che si sciolse nella gola e nel ventre.

È stato ipotizzato che lo smantellamento del tempio avvenne con l’invasione dei Galli Senoni del 285 a.C. o nel corso dei disordini cittadini del 212 a.C. durante la Seconda Guerra Punica. Altra supposizione avanzata in passato parla di distruzione del santuario nell’ambito delle ritorsioni di Silla dell’81 a.C.

La Chimera di Arezzo ha il corpo e la testa di leone, sul dorso una testa di capra e al posto della coda un serpente. La troviamo raffigurata a bocca spalancata, con la criniera irta, mentre cerca di sventare il colpo finale che Bellerofonte, a cavallo di Pegaso, sta per infliggerle dall’alto. La resa della scultura, realizzata con la tecnica della cera persa, è splendida. La bottega che realizzò il capolavoro rivela il livello che Arezzo aveva raggiunto nella lavorazione dei metalli del IV secolo a.C. La sua ascendenza stilistica da modelli attici porta tuttavia l’etruscologo Adriano Maggiani ad attribuirla non a maestranze autoctone ma a una équipe di bronzisti etruschi e magnogreci, stanziati nel territorio aretino per esaudire le committenze della clientela locale.

La movenza del corpo, la tensione dei muscoli, le ferite nella zampa sinistra posteriore e nel collo caprino sono raffigurate con un accentuato naturalismo. Il muso spalancato e la criniera, a differenza del resto, sono modellati in maniera più arcaica.

Al momento della scoperta non si comprese subito di essere di fronte al mostro mitologico, perché privo della coda serpentiforme andata in frantumi. La natura ibrida dell’opera destò meraviglia tra gli eruditi e la gente comune. Alcuni la definirono una figura leonina. Solo grazie al confronto con monete, reperti e documenti si giunse alla corretta lettura, come ricorda la direttrice del Museo Archeologico di Arezzo Maria Gatto, che alla statua ha dedicato negli anni importanti ricerche.

Nel frattempo erano venute fuori strane interpretazioni. A Firenze, ad esempio, circolava la voce secondo cui il leone era il “marzocco” fiorentino, la capra sul dorso faceva invece riferimento a Cosimo I de’ Medici, nato sotto il segno del Capricorno. Le ferite riportate da due dei tre animali potevano significare quindi un cattivo presagio.

Dopo il ritrovamento la scultura venne trasferita a Firenze su ordine di Cosimo I, che la considerò il simbolo per legittimare la suo sovranità sull’antica Etruria. Lì fu ammirata da Benvenuto Cellini, che si occupò del restauro dei bronzetti votivi collegati. Fu invece Giorgio Vasari a scegliere la collocazione, ovvero il Salone di Leone X in Palazzo Vecchio.

Nel 1718 venne spostata nel corridoio degli Uffizi. Nel 1785 Francesco Carradori creò una nuova coda, che in maniera arbitraria raffigura il serpente che morde un corno caprino. L’ultimo trasloco della statua la condusse nel 1870 nel Cenacolo del Fuligno, dove l’anno seguente fu inaugurato il Museo Etrusco. Ci rimase poco tempo, perché nel 1880 Palazzo della Crocetta divenne il Regio Museo Archeologico, oggi Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

La seconda metà dell’Ottocento è anche il periodo della riscoperta della Chimera come emblema identitario di Arezzo, che esplose poi nel Novecento. Negli anni Trenta del secolo scorso, di fronte alla stazione ferroviaria, furono collocate due vasche circolari con al centro dei piedistalli lapidei progettati da Giuseppe Castellucci, su cui vennero sistemate nel 1933 le repliche bronzee dell’opera etrusca realizzate dalla Fonderia Aglietti. Durante il secondo conflitto mondiale le due copie furono fuse per necessità belliche, ma nel dopoguerra vennero riprodotte dalla Fonderia Artistica Marinelli usando lo stesso modello.

Con la nascita della Giostra del Saracino nella forma odierna, nel 1931, la Chimera divenne anche il simbolo di Porta del Foro, che nel proprio motto recita “Tria capita, una mens”, ovvero “Tre teste, una mente”.

Il 15 maggio 1999, al centro di Porta San Lorentino, il quartiere giallo-cremisi ubicò una copia della scultura realizzata da Enzo Scatragli, che da allora accoglie aretini e turisti che entrano nel centro storico da quella zona.

Non potendo esporre l’originale, il Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo ha comunque allestito negli ultimi anni un’intera sezione dedicata al bronzo. Il progetto "La Chimera ad Arezzo: una realtà … olografica", in collaborazione con Rotary Club Arezzo e Fondazione Arte&Co.Scienza, consente di avere due postazioni integrate e complementari: quella tecnologica, con il video olografico della scultura etrusca, e quella storica, con l’esposizione del modello in gesso dello scultore Primo Aglietti per le due chimere novecentesche di fronte alla stazione.

Da giugno 2021, ancora grazie al Rotary, la sezione si è arricchita di una copia tattile a grandezza naturale realizzata in pla, un materiale biodegradabile, stampata tridimensionalmente da Massimo Gallorini, per un’esperienza sensoriale fruibile da ciechi e ipovedenti ma stimolante anche per i bambini. Un’idea meritoria che favorisce l’accessibilità e l’esperienza museale.

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