Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

Centro Storico

Un gioiello di Arezzo che non tutti conoscono

Si tratta di un'opera del periodo barocco, la chiesa di San Giuseppe del Chiavello, meglio nota come "San Giuseppino". La storia e le curiosità di un luogo di grande fascino nel blog "Arezzo da amare" di Marco Botti

Quando saliamo da piazza della Badia a piazza di Murello attraverso l’odierna via del Saracino, ci immergiamo nell’antica “contrada del Chiavello”, una delle zone più caratteristiche e meglio conservate del centro storico di Arezzo.

All’angolo con il vicolo del Marcianello si trova la chiesa di San Giuseppe del Chiavello, conosciuta da tutti come San Giuseppino, che rappresenta uno dei più alti esempi di barocco in città, stile che ebbe un attecchimento limitato nel territorio, ma con interessanti risultati.

L’edificio fu costruito tra il 1692 e il 1694 su commissione dell’omonima compagnia, sorta nello stesso secolo. L’anno di ultimazione dei lavori è indicato in una pietra consunta a destra della facciata.

Nel 1719 il granduca Cosimo III dei Medici proclamò San Giuseppe patrono della Toscana, indicando nel 18 dicembre la data per festeggiare la ricorrenza. La scelta del sovrano, noto per la sua esasperata religiosità che sfociò più volte nel bigottismo e purtroppo anche nell’antisemitismo, permise a San Giuseppe del Chiavello di diventare un luogo importante per gli aretini, che vi celebravano ogni anno quella che allora era una vera e propria “festa nazionale”.

Nel portale della facciata si legge ancora l’iscrizione “Divo Giuseppe patrono dell’Etruria”.

Nella prima metà degli anni Venti del XVIII secolo fu deciso l’ampliamento della chiesa, che al suo interno venne impreziosita con un nuovo soffitto ligneo intagliato, mentre le pareti accolsero pregevoli stucchi del ticinese Passardo Passardi, ancora visibili sia nell’altare maggiore, sia in quelli laterali.

Il fratello maggiore Giovanni Passardi – indicato come il padre in alcuni testi – lavorò ad Arezzo già tra il 1684 il 1687 nella chiesa di Sant’Ignazio e di fatto importò il linguaggio decorativo barocco in città. Assieme ai lariani Rusca e agli Speroni, famiglia di stuccatori proveniente dal varesotto, i Passardi furono tra i protagonisti della trasformazione di tanti luoghi di culto cittadini e del territorio aretino, inserendo negli edifici i nuovi gusti artistici imperanti.

La decorazione a stucco divenne uno degli elementi distintivi dell’arte barocca e l’impasto consentiva di imitare i rilievi lapidei con una spesa minore di materiali. Nel Canton Ticino e nelle zone di Varese e Como si formarono tanti bravi stuccatori che tra il XVI e il XVIII secolo vennero chiamati a lavorare in tutta Europa per le loro abilità e capacità organizzative. La tecnica si tramandava di padre in figlio e così nacquero delle botteghe familiari che di generazione in generazione la portarono avanti e la perfezionarono.

San Giuseppe del Chiavello venne restaurata nel 1804 e un nuovo intervento ci fu nel 1942, periodo in cui iniziò anche l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, che ancora oggi è uno dei motivi principali per cui la chiesa viene frequentata quotidianamente dai credenti.

All’esterno l’edificio si presenta con una semplice facciata a capanna intonacata e con una finestra quadrangolare sopra l’entrata. In alto a sinistra è collocato l’elegante campanile a vela del 1752.

L’interno è di tutt’altra foggia, scandito dagli stucchi e da una serie di tele risalenti alla prima metà del Settecento, quasi tutte collegate al santo titolare.

Sull’altare maggiore non è più presente lo “Sposalizio della Madonna e San Giuseppe”, mentre rimangono “La Madonna e San Giuseppe con il Bambino e San Francesco” firmata da Domenico Ermini nell’altare di sinistra di patronato dei Castellari, il cui stemma è visibile anche in una formella nella stessa parete, e la “Madonna con il Bambino tra San Donato e San Filippo Neri” nel lato destro.

Per tutto il perimetro della chiesa si notano otto ovali che accolgono il “Sogno di San Giuseppe” e “San Giuseppe con il Bambino e Santa Lucia” ai lati dell’altare maggiore, “Gesù nel tempio tra i dottori” e la “Natività di Gesù” nella parete sinistra, la “Adorazione dei Magi” e la “Circoncisione di Gesù” nella parete destra, la “Sacra famiglia” e la “Fuga in Egitto” nella controfacciata, dove è presente anche la grande iscrizione che ricorda la festività legata a San Giuseppe voluta da Cosimo III.

Da segnalare, nella sagrestia, la statua in terracotta di “Sant’Antonio Abate” proveniente dalla sede dell’omonima compagnia, soppressa come quella di San Giuseppe con il noto editto leopoldino del 1785. La scultura risale alla prima metà del Quattrocento ed è accostata a un seguace di Nanni di Bartolo, uno dei principali allievi di Donatello.

Dalla sagrestia si può accedere al luminoso giardino interno, una delle tante oasi ancora presenti nel centro storico.

Da ricordare, infine, che la chiesa è quella di riferimento della vicina Casa di cura “San Giuseppe”, voluta nel 1915 dalla beata Maria Margherita Caiani, fondatrice della congregazione delle Minime Suore del Sacro Cuore.

La struttura ospedaliera si sviluppò nella vicina via Saffi fino a divenire un fiore all’occhiello della sanità aretina. Oggi, col nome di San Giuseppe Hospital, è una delle più apprezzate cliniche private in Italia in campo medico e chirurgico a elevata specializzazione.

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