Arezzo da amare

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La chiesa di San Giuseppe Artigiano. Un luogo tutto da scoprire

Per la chiesa don Adalberto e i suoi parrocchiani hanno in progetto anche delle nuove vetrate artistiche, che andranno in futuro a sostituire quelle monocrome e garantiranno uno bellissimo impatto visivo e un migliore risparmio energetico

Nel secondo dopoguerra Arezzo, connotata principalmente da un’economia agricola, diventava in pochi anni un fiorente centro industriale, soprattutto nei settori dell’oreficeria e dell’abbigliamento. Di pari passo, fin dagli anni Cinquanta, si assistette al trasferimento dalla campagna e dalle aree montane intorno alla città di tante famiglie, grazie alla richiesta di manodopera maschile e femminile delle fabbriche cittadine.

Nacquero così i nuovi quartieri periferici, che ancora oggi rappresentano una sorta di grande cintura che si interpone tra il centro storico e le frazioni comunali.

Due molto popolosi – il Villaggio Etruria e il Villaggio Chimera – si svilupparono nei primi anni Sessanta a nord ovest, lungo via Francesco Mochi, la strada che dalla rotonda fuori Porta San Clemente prosegue fino al Crocifisso della Forche.

I quartieri necessitavano ovviamente anche di una chiesa parrocchiale e così, il 1 settembre 1964, il vescovo di Arezzo Telesforo Giovanni Cioli smembrò parti dei territori parrocchiali di San Domenico e Santa Maria in Gradi per creare la nuova parrocchia di San Giuseppe Artigiano.

Per la scelta dell’intitolazione bisogna tornare indietro di qualche anno, al 1955, quando il santo già festeggiato assieme a tutti i padri il 19 marzo venne proclamato patrono di operai, artigiani e lavoratori in generale da papa Pio XII.

Fu così che il 1° maggio, la Festa del Lavoro prettamente laica, si trasformò anche in una festività liturgica e per l’occasione a San Giuseppe venne unito l’epiteto “artigiano”.

Il progetto della nuova chiesa aretina fu affidato agli ingegneri Enzo Berti e Andrea Bianchini, che la disegnarono a pianta rettangolare con abside semicircolare, rivestendola in mattoni, in parte intonacati e in parte faccia a vista. Il 18 marzo 1965, come recita una lapide all’inizio della parete sinistra, ci fu la consacrazione ufficiale.

L’edificio ha il davanti provvisto di portico, che a destra sfocia nel piccolo chiostro. Quest’ultimo separa il luogo di culto dalla canonica, dall’oratorio e dalle sale parrocchiali. Le pareti laterali, così come la parte superiore della facciata, sono intonacate, mentre l’abside è quasi completamente in laterizio, a eccezione della parte alta.

Il campanile a pianta quadrata, in cemento armato ma rivestito in mattoni, ricorda nella zona sommitale la cella campanaria di Sant’Agnese in Pescaiola, che tra l’altro fu consacrata nello stesso anno. Anche in quel caso i progettisti furono Berti e Bianchini, per l’occasione coadiuvati da Mario Uccelli.

Se esternamente la chiesa di San Giuseppe Artigiano è scandita da linee semplici, ancor di più lo è nell’interno a navata unica, con l’altare maggiore impreziosito da tre sculture lignee monocrome: un grande “Crocifisso” al centro dell’abside e le raffinate statue di “San Giuseppe” e la “Madonna” dello scultore Felix Kostner ai lati.

I due altari laterali di destra, dedicati a “San Raffaele” e “San Gabriele”, presentano le sculture lignee degli arcangeli scolpite dal tifernate Giovanni Mattiacci, mentre a sinistra dell’entrata, dove è collocato il fonte battesimale, si ammira un trittico eseguito a mosaico con il “Battesimo di Gesù”.

Negli ultimi anni, grazie al parroco di origine polacca Wojciech Tarasiuk, da tutti conosciuto come don Adalberto, arrivato ad Arezzo nel 2016 dopo aver svolto le sue funzioni nel territorio di Terranuova Bracciolini, l’edificio religioso si è arricchito di nuove opere, come l’intensa “Via Crucis” realizzata nel 1950 dall’artista olandese Gustav Wegberg. Le quattordici stazioni hanno sostituito le precedenti formelle eseguite da Umberto Parigi in collaborazione con il figlio Lamberto, adesso ricomposte in una parete della sagrestia.

In quest’ultimo ambiente, utilizzato anche per le celebrazioni nei giorni feriali, è stato posizionato un altare in vetro, pietra e ferro, opera dell’artista valdarnese Paolo Artini, alle cui spalle si trova un lavoro su vetro eseguito da Cristina Occhilupo con la “Sacra famiglia” al centro.

Paolo Artini (1929-2012), uno dei più interessanti autori toscani del secondo Novecento, apprezzato per il suo linguaggio figurativo poetico e ricco di simbolismi, nacque a San Giovanni Valdarno e svolse la sua attività di pittore, scultore e incisore dividendosi tra lo studio di Firenze e quello di Loro Ciuffenna.

Nella cittadina alle pendici del Pratomagno sbocciò la sincera amicizia tra don Adalberto e l’artista. Fu così che nel 2019 gli eredi decisero di trasferire un cospicuo nucleo di opere nei locali della parrocchia di San Giuseppe Artigiano, dando così vita a una preziosa mostra permanente di Paolo Artini ad Arezzo.

Nell’area verde a sinistra della chiesa si possono invece ammirare due pregevoli installazioni in pietra, ferro e rame intitolate “Segni nel cielo”, dove sono presenti le colombe, protagoniste fin dai primi anni Settanta di molti lavori del valdarnese ed elementi distintivi della sua arte.   

Per la chiesa don Adalberto e i suoi parrocchiani hanno in progetto anche delle nuove vetrate artistiche, che andranno in futuro a sostituire quelle monocrome e garantiranno uno bellissimo impatto visivo e un migliore risparmio energetico.

I bozzetti con le “Storie di San Giuseppe” ci sono già. Adesso serve il sostegno pubblico e privato per portarle a compimento e confermare che, nella città che dette i natali a Mecenate, l’esempio del grande personaggio della Roma augustea non è stato dimenticato dai suoi concittadini del terzo millennio.

Arezzo da amare

Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. La mia attività è rivolta principalmente, fin dall’inizio della carriera, al mondo delle arti visive. Credo nella natura divina dei Beatles

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