Arezzo da amare

Arezzo da amare

L'opera in cui c'è la città di Arezzo dietro al Cristo crocifisso. E la storia della chiesa che la ospita

Per la rubrica "Arezzo da Amare", Marco Botti racconta curiosità e aneddoti legati al quartiere di Pescaiola, focalizzando l'attenzione sulla chiesa della parrocchia di Sant'Agnese. Lì, sono custodite numerose perle d'arte

Negli anni Trenta l’area di Pescaiola, a ovest della città, era stata designata per ospitare il nuovo stadio di Arezzo al posto di quello scadente di Campo di Marte, realizzato negli anni Venti dove in precedenza era uno sferisterio per i giochi con la palla e prima ancora, nell’Ottocento, una piazza d’armi per le esercitazioni militari.

Nel 1933 le associazioni sportive e combattentistiche sollecitarono il podestà Pier Ludovico Occhini a costruire un nuovo impianto e nel febbraio 1934 il Comune acquistò un terreno lungo via Alessandro dal Borro.

Il progetto fu affidato al Gruppo Toscano Architetti di Firenze, che propose un complesso sportivo polivalente da 10.000 posti, dotato di piscina, campi da tennis, pallacanestro e pallavolo, un percorso di guerra, una palestra e una pista in cemento con le curve paraboliche per le gare ciclistiche e di moto.

Lo stadio sarebbe stato rivestito in mattoni faccia a vista, provvisto di una copertura autoportante per la tribuna e caratterizzato da una torre neo-futurista di 33 metri sul lato della maratona, ma rimase solo sulla carta per la mancanza di risorse. Nel 1936 si preferì migliorare l’impianto di Campo di Marte, intitolato al tenente dei bersaglieri Giuseppe Mancini caduto in guerra nel 1917, che fu utilizzato fino alla stagione calcistica 1960/61.

A Pescaiola trovò così posto il nuovo Foro Boario per il mercato del bestiame, realizzato nel biennio 1937/38 su progetto di Aldo Giunti, a cui seguì anche il nuovo Mattatoio nel biennio 1942/43.

Nel secondo dopoguerra Pescaiola era ancora in gran parte aperta campagna, solcata dall’antica strada che dal medioevo usciva da Porta Buja e andava in direzione di Chiani. Il toponimo figurava già nei documenti del XII secolo, forse con riferimento alla zona priva di coltivazioni, dove erano presenti selve e stagni.

Con l’approvazione del Progetto INA-casa del 1949, meglio conosciuto come Piano Fanfani per l’edilizia residenziale pubblica su tutto il territorio nazionale, anche a Pescaiola vennero realizzate varie lottizzazioni che trasformarono l’area in un quartiere cittadino sempre più popolato.

A quel punto serviva una chiesa e nel 1953 fu affidato il progetto agli ingegneri Enzo Berti, Andrea Bianchini e Mario Uccelli, che venne approvato definitivamente il 25 marzo 1954. Il 5 maggio 1956 fu acquistato un terreno a breve distanza dal Foro Boario, ma i lavori per il nuovo luogo di culto partirono solo il 10 settembre 1957, con la posa della prima pietra del vescovo Emanuele Mignone.

Il 1 settembre 1959 nacque ufficialmente la parrocchia di Sant’Agnese, staccando parti dei territori parrocchiali di Saione e Chiani. Il 3 dicembre 1960 la chiesa venne aperta al culto e il 23 gennaio 1965 ci fu la consacrazione ufficiale a opera del vescovo Telesforo Giovanni Cioli.

Il titolo di Sant’Agnese era stato trasferito dalla soppressa parrocchia di via Pellicceria, dedicata alla giovane martire romana uccisa, secondo la tradizione, durante le persecuzioni dell’imperatore Decio nella metà del III secolo. La santa viene sempre rappresentata con la palma simbolo di martirio e l’agnello emblema di purezza.

Il progetto a sei mani della chiesa di Sant’Agnese in Pescaiola coniuga antico e contemporaneo con un risultato finale gradevole. Il cemento armato, che straborda nella maggior parte dei luoghi di culto del secondo Novecento, è qui mitigato dall’uso copioso della pietra serena sia all’interno, sia all’estero, intervallata da cordoli di calcestruzzo. Di materiale lapideo è fatto anche il lungo porticato che circonda il sagrato, mentre il campanile a pianta quadrata è di cemento armato, rivestito in origine con il pietrame e oggi intonacato fino alla cella campanaria.

La chiesa cita nelle forme quelle romaniche dell’XI/XII secolo. Nella facciata il progetto ipotizzava la collocazione delle statue della “Madonna”, di “San’Agnese” e “San Donato”, ma per motivi economici non vennero mai commissionate. Un vero peccato che negli ultimi sessant’anni nessuno abbia portato a compimento quell’idea.

L’interno luminoso prevedeva nella controfacciata un grande mosaico con “Cristo e i principali santi della Chiesa aretina”. Anche in questo caso non se ne fece nulla per mancanza di soldi. Furono invece realizzate, negli anni Sessanta, la pregevole tavola sagomata e dipinta con il “Crocifisso” dei fratelli Mario e Francesco Caporali per la zona absidale e le due stupende ceramiche smaltate con la “Madonna e il Bambino, Sant’Agnese, il vescovo e la comunità parrocchiale” e il “Sacro cuore di Gesù” ai due lati dell’altare maggiore, opere a quattro mani di Dario Tenti ed Enio Lisi, autori anche della deliziosa “Ultima Cena” nel basamento dell’altare. Stiamo parlando di quattro protagonisti assoluti dell’arte aretina del secondo Novecento.

Nel pulpito del lato sinistro si vede un’immagine del passato della santa titolare, proveniente da un altro luogo di culto.

Le grandi vetrate policrome raccontano invece la “Creazione” e la “Pentecoste”. Entrambe furono progettate da Mariano Tenzi e realizzate nel 1994 dal Centro d’Arte Musiva di Scandicci.

Quindici anni prima, nel 1979, Tenzi era stato l’artefice della “Via Crucis” lignea, una delle più originali del territorio. Ogni tappa del percorso di Cristo verso il Calvario è da osservare per le citazioni e i personaggi reali inseriti. Nell’11° stazione, ad esempio, vediamo l’artista autoritratto nel soldato che inchioda Gesù, mentre nella 12° tappa si riconosce lo skyline di Arezzo dietro la croce. Una 15° stazione aggiuntiva – per tradizione sarebbero 14 – rappresenta infine la “Resurrezione” che ha sullo sfondo i lager nazisti e la bomba atomica, simboli delle tragedie umane del Novecento.

Arezzo da amare

Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. La mia attività è rivolta principalmente, fin dall’inizio della carriera, al mondo delle arti visive. Credo nella natura divina dei Beatles

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