Arezzo da amare

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Castello di Ranco: i resti di un posto che emana ancora un fascino unico

Il silenzio del luogo, rotto solo dai suoni dell’acqua del fiume e del vento che muove le fronde degli alberi, aiuta chiunque lo visiti a fare un indimenticabile tuffo nel medioevo aretino

La Valcerfone, lungo corridoio naturale che mette in collegamento Arezzo e la Valtiberina, fin dall’epoca etrusca era attraversata da un’importante strada che nel periodo romano univa Arretium a Tifernum Tiberinum, l’odierna Città di Castello. In un territorio così strategico dal punto di vista economico, politico e militare, nel medioevo non poteva che sorgere un nutrito numero di castelli e borghi fortificati a controllo del fondovalle e del fiume Cerfone. 

Di questi fortilizi si è persa gran parte delle tracce. Ai nostri giorni rimangono nella migliore delle ipotesi resti diruti qua e là, mentre in altri casi la loro presenza si può dedurre solo grazie ai toponimi che ancora li ricordano.

Uno dei più potenti manieri – per fortuna ancora visibile – si scorge percorrendo il breve tratto della strada E78 “dei Due Mari” che da Palazzo del Pero sbuca alle Ville di Monterchi o il vecchio tracciato della Sr73 Senese Aretina che porta sempre nell’Alto Tevere. Subito dopo Molin Nuovo, a destra spunterà infatti dalla fitta boscaglia ciò che rimane del Castello di Ranco.

Il luogo, definito “Rancaccio” a indicarne il degrado secolare, vanta una frequentazione antica. Angelo Tafi suggeriva che l’origine potrebbe affondare nel VI - VII secolo, periodo di lotte cruente tra Bizantini e Longobardi, altri lo ascrivono al XII secolo ma la sua prima fase di vita è tutta da indagare. Di sicuro il fortilizio era già presente nel Duecento. Nel XIV secolo, come tanti manieri aretini, Ranco era nell’orbita dei Tarlati da Pietramala di cui divenne un caposaldo. Nel 1337 la fortificazione venne citata nel trattato di accomandigia tra Pier Saccone Tarlati e la Repubblica Fiorentina, con il quale Arezzo era messa per dieci anni sotto il controllo e il protettorato di Firenze. 

A metà di quel secolo i Tarlati entrarono a più riprese in conflitto con i vicini conti di Bivignano, esponenti del partito guelfo. Anche dopo il declino rovinoso, il castello rimase nelle loro mani fino al 1439, quando venne ceduto – sempre secondo Tafi – a Baldo di Piero Bruni, detto Baldaccio d’Anghiari, celebre capitano di ventura al soldo dei fiorentini, ucciso in una congiura il 6 settembre 1441 a Firenze. Silvano Pieri scrive invece che Baldaccio aveva già occupato il luogo fin dal 1430.

Due anni dopo la vedova Annalena Malatesta vendette il fortilizio ai Brandaglia e ai Viviani. I Brandaglia segnarono la storia di Ranco per i successivi secoli e, persa ormai la funzione militare, lo trasformarono in dimora sfruttando le case torri presenti. 

Intorno al 1503 il maniero fu uno di quelli citati nella celebre “Mappa della Valdichiana” di Leonardo da Vinci

Nella visita pastorale del 1535, voluta dal vescovo Francesco Minerbetti, la chiesa interna era dedicata a Sant’Angelo e collegata all’ospedale del borgo di Ranco situato nei pressi del Cerfone. La dedicazione di Sant’Angelo è tipica delle chiese dei castelli del territorio aretino, in particolar modo se essi erano stati in mano ai Tarlati, molto devoti al santo. Entrambi gli edifici avevano come rettore don Pergentino, ma nell’ospedale non c’erano ospiti poiché una alluvione lo aveva devastato. 

Nella visita del 1592 promossa dal vescovo Pietro Usimbardi si parlava della chiesa del fortilizio rifatta fare da Anton Maria Brandaglia, dedicata però a San Martino, dove era una “bella e buona campana”. 

Lo “spedaletto” di Ranco era sempre unito a essa ma non aveva più la funzione originaria, perché risultava abitato da contadini, mentre la sua chiesetta era “rovinata”. Forse dopo l’allagamento di qualche decennio prima non era stata recuperata e il suo titolo (San Martino?) era stato trasferito a quella riammodernata dentro il maniero. L’ipotesi proposta in questa sede si basa sulle analisi nelle visite pastorali cinquecentesche, ma contrasta con quello che Angelo Tafi e Silvano Pieri riportano nelle loro pubblicazioni dedicate alla zona, dove indicano San Martino come la chiesa del luogo fortificato fin dal medioevo e Sant’Angelo come quella dell’ospedale collegato. Future ricerche documentali potrebbero fare migliore chiarezza. 

Nel 1728 il visitatore inviato dal vescovo Giovanni Antonio Guadagni scrisse che il pavimento era ormai da rifare, ma probabilmente quei lavori non vennero mai compiuti, perché nella visita del 1778 del vescovo Angiolo Franceschi la chiesa di San Martino appariva in rovina. Nel 1802 venne soppressa. Anche il castello necessitava di interventi improrogabili almeno dalla metà del Seicento, che non furono mai eseguiti. Proseguì così l’inesorabile decadenza e il successivo abbandono. Nel XIX secolo ciò che restava passò dai Brandaglia ai Franceschi assieme ai terreni circostanti.

Nella vicina pieve dedicata ai santi San Lorentino e Pergentino di Ranco, citata dall’XI secolo, dopo la ricostruzione conclusa nel 1822 fu trasferito un quadro di “San Martino” proveniente dalla chiesa del fortilizio, documentato nell’altare maggiore nel 1831. Dopo il terremoto del 1917, che rovinò anche la vicina Monterchi, nuovi lavori a metà Novecento permisero di rimettere in luce le tracce sopravvissute dell’edificio sacro medievale e di conferirgli l’aspetto odierno.

Proprio alla pieve, che si raggiunge attraversando uno stretto ponte sul Cerfone, merita lasciare l’auto per proseguire a piedi verso il maniero arroccato in una piccola altura, a circa mezzo chilometro a sud ovest della chiesa. Il bosco ormai copre tutto, ma in origine il castello era circondato da fossati, scarpate e spesse mura. Simone de Fraja, fine studioso di fortificazioni, individua una cinta esterna che accoglieva il nucleo abitativo e seguiva l’andamento irregolare del terreno. 

Una seconda cerchia più piccola delimitava l’area signorile. Al suo interno si riconoscono ancora le rimanenze di due poderose torri duecentesche a pianta trapezoidale, oggetto di successivi interventi, come quello trecentesco dell’ultimo piano dove si vedono finestre con archi a sesto ribassato tipiche dell’Arezzo tarlatesca. La torre meridionale ha ancora due lati che si elevano per circa 22 metri, dove si notano persino i fori per i travi di sostegno dei ballatoi, mentre quella a nord ha subito crolli più pesanti ed è quasi illeggibile. Tra le torri ancora De Fraja osserva un ambiente ipogeo poi adibito a cisterna.

Nonostante sia ormai ridotto rudere, il Castello di Ranco emana ancora un fascino unico e non a caso è stato inserito nei “Luoghi del Cuore FAI”. I suoi resti gravitano all’interno della Fattoria di Rancaccio, tenuta della famiglia Trojanis che produce e vende prodotti tipici, provenienti perlopiù da coltivazioni biologiche. La struttura comprende anche un agriturismo. 

Il silenzio del luogo, rotto solo dai suoni dell’acqua del fiume e del vento che muove le fronde degli alberi, aiuta chiunque lo visiti a fare un indimenticabile tuffo nel medioevo aretino. 

Arezzo da amare

Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. La mia attività è rivolta principalmente, fin dall’inizio della carriera, al mondo delle arti visive. Credo nella natura divina dei Beatles

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