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Arezzo da amare

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Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. La mia attività è rivolta principalmente, fin dall’inizio della carriera, al mondo delle arti visive. Credo nella natura divina dei Beatles

Arezzo da amare Via Giuseppe Garibaldi

La caserma della Guardia di Finanza di Arezzo: possente edificio dalla storia originale

Siamo di fronte a un luogo in cui, nel corso del Trecento, sorse la sede della Compagnia dello Spirito Santo con il suo oratorio, in cui Giorgio Vasari documentava entusiasta nelle “Vite” del 1568 alcuni affreschi con la ”Passione di Cristo” e “Le Storie di San Giovanni Evangelista”, attribuendoli a Taddeo Gaddi, il principale allievo e collaboratore di Giotto

Lungo il tratto dell’antica via Sacra – dal 1882 via Garibaldi – che dall’incrocio con via San Lorentino arriva a via San Clemente, sorge un imponente edificio degli anni Trenta del secolo scorso. Dopo il restauro è diventato il nuovo comando provinciale della Guardia di Finanza, dall’ottobre 2021 intitolato al generale aretino Guido Del Buono, medaglia d’argento al valore militare nella Prima Guerra Mondiale.

Siamo di fronte a un luogo in cui, nel corso del Trecento, sorse la sede della Compagnia dello Spirito Santo con il suo oratorio, in cui Giorgio Vasari documentava entusiasta nelle “Vite” del 1568 alcuni affreschi con la ”Passione di Cristo” e “Le Storie di San Giovanni Evangelista”, attribuendoli a Taddeo Gaddi, il principale allievo e collaboratore di Giotto.
Grazie al lascito di Baccio Bacci del 1408, vicino alla compagnia venne fondato l’ospedale di San Giovanni Evangelista, a volte citato come ospedale dello Spirito Santo o erroneamente di San Giovanni Battista, dove Spinello Aretino ormai anziano affrescò per la facciata una “Pentecoste”, in seguito staccata e oggi visibile nella parete sinistra della basilica di San Francesco. Scomparse sono invece, sempre citate da Vasari nella vita di Spinello in riferimento a questo ospedale, due “Storie dei Santi Cosma e Damiano” e un “Noli me tangere”.

Nel corso del Cinquecento la società laicale promosse la realizzazione di un monastero femminile, ultimato nel 1553 per ospitare le monache benedettine della congregazione cassinese. La chiesa del cenobio nel 1583 ancora non era completata, per questo motivo le religiose usufruirono per alcuni decenni dell’oratorio della compagnia, come si deduce dalla famosa visita apostolica di quell’anno del vescovo di Sarsina Angelo Peruzzi su mandato di papa Gregorio XIII

Nel 1726 un vasto incendio provocò gravi danni al complesso religioso, che per fortuna venne prontamente ricostruito. Nel 1778 il monastero dello Spirito Santo venne unito a quello di San Michele Arcangelo alla Ginestra di Montevarchi, dal quale giunsero due splendide opere, la “Natività della Vergine” del biturgense Santi di Tito del 1576/77 e la “Resurrezione” del sanminiatese Lodovico Cardi, detto Cigoli, firmata e datata 1591. Entrambe oggi sono ammirabili nel vicino Museo Statale di Arte medievale e Moderna di Arezzo. 
Nel 1796 fu realizzato il campanile della chiesa, che ospitò due campane, anch’esse provenienti dal cenobio valdarnese. 

Le immagini della Caserma della Guardia di Finanza

Con le soppressioni leopoldine del 1785 la sede della società laicale e il suo ospedale vennero chiusi, ma i locali furono sfruttati dalla monache per alcuni anni. Nel 1810 arrivarono come una mannaia le soppressioni napoleoniche e così fu serrato pure il complesso monastico. Le religiose tornarono nel 1816 e dal 1849 l’edificio ospitò anche le monache benedettine di Santa Croce, trasferite dal liquidato monastero di San Girolamo. 

Nel 1866, con le soppressioni sabaude, il cenobio dello Spirito Santo venne incamerato dal Regno d’Italia con l’idea di cambiargli destinazione d’uso. Negli anni Novanta i locali lasciati liberi divennero la sede provvisoria del cosiddetto “asilo per dementi” della città, mentre nel colle del Pionta si progettava il Manicomio Provinciale di Arezzo, aperto gradualmente a partire dal 1901. L’ex monastero continuò a coadiuvare l’ospedale psichiatrico per alcuni anni, fino al completo trasferimento dei malati di mente nella nuova struttura.

Dopo l’allontanamento forzato, le povere monache si erano invece insediate a poca distanza dall’antico domicilio. Tracce della piccola dimora claustrale, ancora provvista della cosiddetta “ruota degli esposti”, sono inglobate all’interno di un complesso di edilizia popolare sorto nel secondo Novecento. Nel 1970 le religiose lasciarono de finitamente Arezzo per trasferirsi a Firenze.

Nel 1912 l’ex monastero fu adattato a caserma militare. Nel 1925, con la morte del generale Asplepia Gandolfo, la struttura fu intestata al militare ligure, ma gli ambienti dell’ex cenobio erano bui, malsani e fatiscenti, quindi negli anni Trenta venne deciso il loro completo abbattimento per realizzare la nuova Caserma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che fino allo scioglimento ospitò la 96° Legione Petrarca

Il possente palazzo sorse tra luglio 1937 e novembre 1939 su progetto dell’ingegner Perugino Perugini e degli architetti Nino Cini e Gisberto Martelli. Esso prevedeva due parti distinte: quella principale destinata agli uffici, con una facciata concava e porticata che seguiva l'andamento curvilineo di via Garibaldi, e quella secondaria su via Ghibellina con le camerate. 

La sede del comando, una delle opere più interessanti del Ventennio dal punto di vista architettonico realizzate ad Arezzo, era figlia di un razionalismo classicheggiante che guardava anche al Palazzo del Governo, realizzato a Poggio del Sole su progetto del grande Giovanni Michelucci, inaugurato nello stesso anno. 
Gli autori idearono un edificio sviluppato su tre piani, con la facciata principalmente in muratura, connotata al piano terra da un porticato con undici fornici archivoltati in pietra calcarea e volte a crociera, al primo piano da undici finestre rettangolari in asse con le arcate e al secondo piano da otto finestre quadrate più piccole, tutte in travertino, sormontate da feritoie e buche pontaie. Al centro della facciata lo scultore lastrigiano Mario Moschi realizzò un’aquila a bassorilievo in terracotta, distrutta dopo la caduta del fascismo. Il fronte interno convesso, invece, fino a pochi anni fa ospitava un giardino poi lastricato.
   
Dopo la liberazione di Arezzo dal nazifascismo, nel 1944, la struttura divenne sede del comando del Presidio Militare o Caserma Italia e così fu fino agli anni Novanta, dopodiché rimase chiusa a lungo, in attesa di un nuovo utilizzo. 
Dal 1997 l’edificio entrò nell’immaginario collettivo di tutto il mondo per una delle scene più divertenti del film “La vita è bella” di Roberto Benigni, con il funzionario fascista che di fronte alla caserma si mette in testa il cappello riempito di uova fresche dall’attore e regista toscano, episodio ricordato anche da un elegante pannello turistico sotto al porticato. 

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