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Lunedì, 29 Novembre 2021
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

Il Campaccio e la storia della comunità ebraica di Arezzo

Nei primi decenni dell’Ottocento si formò una vera e propria comunità ebraica. Si calcola che tra il 1830 e il 1860 vissero ad Arezzo circa 200 ebrei, che facevano parte di un numero ristretto di famiglie, le quali tendevano a imparentarsi fra loro

Ai margini del Parco “Aldo Ducci”, dove l’area verde pubblica si incontra con via Baldaccio d’Anghiari e la rotonda che introduce al sottopassaggio ferroviario, una collinetta artificiale sormontata da un olivo e coronata da alti cipressi ricorda lo scomparso Cimitero ebraico di Arezzo, meglio conosciuto come il Campaccio degli ebrei.

La comunità ebraica aretina del XIX secolo ebbe una vita breve, poco più di trent’anni. La sua storia è stata indagata negli ultimi decenni da vari autori. Da ricordare, ad esempio, i contributi di Roberto Salvadori, Giorgio Sacchetti, Santino Gallorini e Marco Caneschi, che hanno fatto luce su una realtà in precedenza poco esplorata ma che vale la pena di ricordare.

In seguito ai moti antifrancesi del Viva Maria del 1799, che videro Arezzo in primo piano nella liberazione del Granducato dagli occupanti, gli ebrei toscani subirono delle ritorsioni in quanto considerati collaborazionisti o comunque filo-giacobini. Questo perché i transalpini, sbandierando uguaglianza, libertà e fraternità, emancipavano anche i ghetti in cui essi vivevano, circondati da pregiudizi e secolari accuse come quella di deicidio. A Monte San Savino, ad esempio, la storica comunità formatasi intorno al 1627 fu espulsa, mentre a Siena si verificarono delle orribili uccisioni sommarie.

Ad Arezzo le poche famiglie documentate erano ben integrate e non subirono particolari ripercussioni. Ecco perché, ristabilito l’ordine dai soldati francesi con la forza, la diaspora della storica comunità savinese ne portò molti a stabilirsi in città, dove avevano già avviato in precedenza delle attività commerciali. Altri arrivarono negli anni a seguire dall’altrettanto radicato ghetto di Lippiano, vicino a Monte Santa Maria Tiberina.

Fu così che nei primi decenni dell’Ottocento si formò una vera e propria comunità ebraica. Si calcola che tra il 1830 e il 1860 vissero ad Arezzo circa 200 ebrei, che facevano parte di un numero ristretto di famiglie, le quali tendevano a imparentarsi fra loro. I lavori più diffusi, come da tradizione, erano quelli di mercante, merciaio e negoziante. Possiamo dire una piccola e media borghesia senza grossi giri di affari, visto che l’economia cittadina non spiccava per dinamismo a quei tempi. Le loro attività, concentrate soprattutto tra Piazza Grande e i suoi dintorni, si svolgevano in locali affittati per la maggior parte dalla Fraternita dei Laici.

I cognomi più ricorrenti erano Passigli, Castelli, Borghi, Paggi, Forti, Galichi, Castiglioni, Bemporad e Chimichi.

La crescita della comunità portò con sé l’esigenza di un luogo di culto dove pregare e una scuola dove imparare i precetti della religione, anche se va subito detto che Arezzo non ebbe mai una vera e propria sinagoga come Lippiano e Monte San Savino.

Il locale designato per svolgere le funzioni religiose fu la casa di David Paggi di via Seteria, dove era già stato sistemato un oratorio privato. Si tratta dell’odierna zona che fa angolo con Corso Italia, adiacente alla chiesa battesimale cristiana della città, la Pieve di Santa Maria Assunta. Un bel segnale di tolleranza tra religioni nell’Arezzo lorenese della prima metà dell’Ottocento.

Per arredare il luogo furono trasportati nel 1834 da Lippiano alcuni arredi sacri basilari come i rotoli della Torah, testo religioso di riferimento dell’abraismo, e l’Aron-ha-kodesh, ovvero l’armadio sacro che li custodisce.

Ogni venerdì al tramonto, gli ebrei aretini si riunivano per l’inizio dello Shabbat, il giorno del riposo da dedicare a Dio che sarebbe terminato la sera del sabato. Durante lo Shabbat si potevano visitare e ospitare parenti e amici, seguire le funzioni religiose, cantare salmi e canzoni popolari, studiare le sacre scritture e avere rapporti sessuali con il coniuge. Erano invece vietate altre attività come il lavoro manuale, il commercio e la preparazione di cibi.

Nel 1843 la comunità aretina creò una Confraternita incaricata di occuparsi di assistenza agli infermi e sepoltura dei morti. L’anno seguente venne organizzata anche una commissione per raccogliere fondi e individuare un terreno adatto per il cimitero. Il granduca Leopoldo II concesse il benestare nell’aprile 1845 e un mese dopo Cesare Castelli e Giacomo Passigli firmarono l’acquisto di un appezzamento, che dal 1846 accolse i defunti.

Il Campaccio e la comunità ebraica di Arezzo

Dopo lo scioglimento della comunità aretina del 1863, che preferì aggregarsi a quelle più grandi di Firenze e Livorno, il luogo di culto di via Seteria fu chiuso e nel 1866 gli arredi sacri vennero trasferiti alla comunità fiorentina, che nel 1882 inaugurò la nuova sinagoga. Un secolo dopo il trasloco, nel 1966, la disastrosa alluvione rovinò l’armadio, che in seguito fu restaurato.

Rimase solo il sepolcreto, la cui manutenzione periodica venne affidata all’Università israelitica di Firenze. Angiolo Castelli, figlio di quel Cesare che aveva acquistato il terreno, fu l'ultimo a venire seppellito ad Arezzo nel 1917. Da testamento aveva infatti chiesto che la sua salma fosse portata in città assieme a quella della moglie.

Nel 1937 il cimitero venne serrato e di lì a un anno sarebbe stato pubblicato il famigerato “Manifesto degli scienziati razzisti”, ad anticipare le leggi contro gli ebrei che ancora oggi rappresentano una delle pagine più ignobili del Novecento italiano. Agli inizi del 1940 Cesare Castelli, figlio di Angiolo, avanzò l’istanza di trasferimento delle salme dei dodici ebrei sepolti e delle rispettive lapidi al cimitero di Rifredi.

Al posto del tempietto che vi sorgeva fu realizzata dalla Difesa Contraerea una “casamatta”, che funzionò durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1953 il comune acquisì l’area cimiteriale e dalle immagini dei primi anni Sessanta si nota la zona connotata dai cipressi. Alla fine degli anni Ottanta, su sollecitazione del rabbino di New York, il sindaco Aldo Ducci al termine del suo ultimo mandato, scongiurò la cancellazione dei resti del cimitero a favore della nuova viabilità.

Con la realizzazione del parco dedicato proprio all’ex primo cittadino, scomparso nel 1995, l’area dell’ex sepolcreto venne sistemata e il 27 gennaio 2001, “Giorno della Memoria” in ricordo delle vittime dell’Olocausto, fu collocato ai piedi della collinetta un cippo con alcuni versi tratti dal libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi, davanti al quale ogni giorno gli aretini possono sostare e ricordare una tragedia umana di cui molti, ancora oggi, non comprendono la gravità.

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