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Venerdì, 20 Maggio 2022
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

L'Aratore di Arezzo, un mistero etrusco ancora da svelare

Nuovo appuntamento con Arezzo da Amare a cura di Marco Botti con un pezzo di storia ancora non del tutto rivelato

Se dovessimo stilare una classifica dei bronzi antichi più conosciuti tra quelli ritrovati ad Arezzo, dopo la Chimera e la Minerva sul podio salirebbe sicuramente l’Aratore, un piccolo gruppo scultoreo etrusco eseguito con la tecnica della fusione piena tra il 430 e il 400 a.C.

L’Aratore venne ritrovato nel corso del Seicento, a est della città, nella zona dell’attuale via delle Gagliarde, a poca distanza dal baluardo cinquecentesco di San Giusto. Siamo nella parte terminale del cardo maximus dell’Arezzo romana, che poi saliva verso la città alta seguendo l’allineamento delle odierne via Fontanella, piaggia San Lorenzo e via Pellicceria. Il cardo maximus era la più importante strada che correva in senso nord-sud e si incrociava con il decumano maximus, ovvero la principale via in direzione est-ovest.

L’Aratore faceva probabilmente parte di una stipe votiva situata all’ingresso meridionale della città etrusca, lungo le sponde del torrente Castro, dove esso entra in città all’altezza della Parata. L’importanza archeologica dell’area è ribadita anche dal ritrovamento della cosiddetta “Patera cospiana”, specchio etrusco di bronzo risalente al IV secolo a.C. che raffigura la nascita di Atena, oggi custodito nei Musei Civici di Bologna.

In epoca romana nella zona c’erano una porta e un ponte, i cui resti vennero documentati dall’archeologo Angiolo Pasqui nel 1878. Nel medioevo la contrada delle Gagliarde era invece connotata da un molino che sfruttava il corso d’acqua, non lontano dall’attraversamento.

Anche se non esiste una documentazione chiara, quasi tutti gli studiosi che hanno indagato il reperto riportano in maniera uniforme che l’Aratore sarebbe finito, dopo il suo ritrovamento, nelle mani del padre gesuita Athanasius Kircher, noto letterato, filosofo e museologo tedesco del Seicento, le cui straordinarie collezioni donate all’Ordine dei Gesuiti furono acquisite dallo Stato a cavallo tra XIX e XX secolo. In seguito gran parte di quel materiale trovò ubicazione nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, dove il gruppo bronzeo è inventariato con i numeri 24562 e 24563.

Il Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo accoglie invece una copia fedele dell’opera.   

L'aratore di Arezzo

Riguardo i passaggi di proprietà che le sculture fecero in passato, fuori dal coro è Cristina Cagianelli, che nel 2009 approfondiva l’Aratore nel suo contributo per “Arezzo nell’antichità” promosso dall’Accademia Petrarca di Lettere, Arti e Scienze.  Dalla corrispondenza tra gli eruditi Anton Francesco Gori e Francesco Ficoroni del biennio 1735/36, infatti, si apprende che il secondo – noto antiquario e archeologo romano – acquistò il gruppo bronzeo dall’abate olivetano Michelangelo Corsi per 40 scudi, rivendendolo al Collegio Romano della Compagnia del Gesù in cambio di antichi libri. Quindi l’opera sarebbe confluita nel “museo kircheriano” molto tempo dopo la morte del fondatore, avvenuta nel 1680. Sempre l’etruscologa ricorda che nell’opera in tre volumi “Museum Etruscum” di Anton Francesco Gori, scritta tra il 1737 e il 1743 dal fiorentino durante il suo lungo tour attraverso i territori dell’antica Etruria e le principali collezioni private di allora, si parla per la prima volta delle sculture.

L’Aratore, ammirabile oggi in una bella teca centrale nella Sala XVI del museo romano, pesa circa due chili ed è formato da un personaggio che comanda due buoi, immortalati nell’atto di arare. Accanto all’uomo si trova una statuetta di Atena Ergane, che indossa la sua egida fatta con una pelle di capra. Con questo epiteto la dea è ricordata come la protettrice di artisti e artigiani, ma più in generale del lavoro e dell’ingegno umano. Secondo la mitologia fu lei che inventò l’aratro, il giogo e le briglie. Le due figure umane sono alte circa 11 centimetri, i buoi 9 centimetri. Le piccole dimensioni delle sculture sono inversamente proporzionali alla bellezza e al fascino che trasmettono. Siamo di fronte a un’opera dalla lettura complessa, che da sempre appassiona gli studiosi per la sua simbologia aperta a varie interpretazioni.

Di certo la scena rimanda alla tradizione agreste del territorio aretino. Gli etruschi, soprattutto quelli delle regioni più interne, furono dei maestri dell’agricoltura e dello sfruttamento ingegnoso delle risorse disponibili.

È stato a più riprese notato, tuttavia, che il personaggio maschile non indossa abiti da semplice contadino, bensì vesti più simili a quelle di un sacerdote etrusco o di un personaggio di alto rango. Egli ha i fori nelle mani dove passavano le briglie, indossa una tunica lunga fino ai polpacci con le maniche fino al gomito, gli stivaletti e un cappello dalle ampie falde.

Le spalle solo coperte da un’elegante pelle ferina, le cui zampe sono annodate al petto. Di sicuro i lavoratori della terra non andavano a sudare e sporcarsi nei campi con questo abbigliamento.

L’aratura potrebbe allora simboleggiare una rifondazione della città o, ipotesi ancor più suggestiva, ricordare il solco primigenio che fu tracciato per la nascita di Arezzo, allegoria che rimanda tutti noi alla mitica edificazione di Roma. Il sacerdote, intento a tracciare il “sulcus primigenius” sotto l’egida di Atena, è una ipotesi che tuttavia suscita dubbi. I due bovini aggiogati all’aratro, provvisto di vomere e timone, sono infatti maschi, mentre nel rito di fondazione di una città dovevano essere presenti un toro sul lato esterno, simbolo di forza e protezione dai nemici, e una vacca sul lato interno, emblema di benessere, fertilità e prosperità.

Cosa rappresenta quindi l’Aratore? Per alcuni studiosi un facoltoso proprietario terriero, raffigurato con lo strumento da cui scaturiva la sua ricchezza, alle prese con un solco rituale di ringraziamento. L’etruscologo Armando Cherici, che ha dedicato studi in vari periodi al bronzo aretino, nella sua scheda del 2001 per il volume “Etruschi nel tempo. I ritrovamenti di Arezzo dal ‘500 a oggi” ricordava giustamente il valore simbolico del solco dell’aratro, da cui nacque secondo il mito pure Tagete, divinità con le sembianze di un fanciullo che insegnò l’arte della divinazione al popolo etrusco.

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