Il giovane medico aretino pronto a lasciare l'Armenia: "Tre settimane di duro lavoro che porterò sempre con me"

Un momento di scambio stimolante e costruttivo che però, inevitabilmente, ha portato il giovane medico aretino a vivere le difficoltà sanitarie di questa terra che sta affrontando l'epidemia

David Redi

David ha 33 anni. Vive a Monte San Savino insieme alla famiglia e da tre settimane si trova a Yerevan in Armenia, dove insieme a colleghi di ogni angolo d'Italia e non è impegnato in attività di contrasto e studio inerenti al Covid-19. È il dottor Redi, medico di malattie infettive presso l'ospedale di Arezzo, uno degli specialisti che si sono messi a disposizione per contribuire al contenimento dell'epidemia Coronavirus unendosi al gruppo di medici e infermieri dell'Emt-2-Italia. “Sono stato destinato all'ospedale più grande della capitale - racconta David - Svolgo il mio normale lavoro di medico ma, lo intervallo anche con momenti di confronto dove spieghiamo il ruolo della nostra organizzazione ai colleghi armeni con i quali mettiamo a confronto i nostri studi e le nostre esperienze. In questa terra l'età media dei medici va dai 30 ai 50 anni e, fatta eccezione per chirurgia e rianimazione, la maggioranza sono donne. Lo scambio che abbiamo intrapreso è molto stimolante. C'è grande curiosità professionale, non solo sul tema Covid, ma anche il nostro modo di lavorare che, rispetto al loro è più flessibile e calato sulle esigenze del paziente".

Un momento di scambio stimolante e costruttivo che però, inevitabilmente, ha portato il giovane medico aretino a vivere le difficoltà sanitarie di questa terra che sta affrontando l'epidemia. "Non ci sono le misure di prevenzione che sono state adottate in Italia e quindi, fuori dall'ospedale, noi medici cerchiamo di non avere contatti con altre persone - prosegue - E' una precauzione che limita i nostri rapporti esterni ma che riteniamo doverosa”.

Il ritorno ad Arezzo è previsto il 17 luglio. “Quando tornerò a casa - spiega David Redi - porterò con me il ricordo della voglia di confronto e di crescita che ho visto nei colleghi armeni con i quali è stato bello condividere tempo e punti di vista. Non sono mancate neppure le occasioni di contatto umano. Ieri una collega di Yerevan ha preso il suo smartphone per fare una foto di gruppo. Sullo sfondo aveva l'immagine di sua figlia di 3 anni e mezzo, la stessa età della mia bambina. Mi ha detto che è un mese che non la vede perché ha paura di trasmetterle il virus. Mi ha chiesto come avevo fatto a lasciare la mia famiglia e io le ho risposto che, nonostante la paura del contagio, tornavo tutti i giorni a casa perché senza la forza della mia famiglia non sarei riuscito ad andare avanti".

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