"La mia disavventura in tribunale: cacciato perché in calzoni corti"

La lettera di Giorgio Ciofini: "E' previsto da una circolare di servizio ma io dico: un libero cittadino non ha diritto di vestirsi come gli pare nel rispetto della pubblica decenza? Non è per lui garantito un pubblico servizio?"

Riceviamo e pubblichiamo da Giorgio Ciofini (foto sotto).

L’altro ieri mia figlia, che risiede ad Arezzo ma abita a Firenze per lavoro, mi ha chiesto di procurarle con urgenza i certificati del casellario giudiziale e dei carichi pendenti, richiesti da Dynamo Camp, la nota struttura del pistoiese, che si occupa del benessere di bambini e adolescenti gravemente ammalati. Martina ne aveva bisogno per prestarvi servizio di volontariato nel prossimo mese di luglio. Come dire di no ad una figlia e soprattutto ad un così nobile fine? Così nonostante fossi appiedato e in cura per una doppia frattura al capitello radiale e ad una costola, conseguenze di una caduta di bicicletta, ho posticipato tutti gli impegni, per adempiere al mio dovere di padre. L’indomani, terminata la seduta riabilitante, ho preso il mio traìcche e, dallo studio privato di via Calamandrei presso il quale sono in cura, mi sono incamminato alla volta del Tribunale, che s’era intorno alle undici con circa trenta gradi all’ombra. Per fortuna, sapendo quello che mi aspettava, mi ero attrezzato in calzoni corti, di quelli da passeggio che arrivano fino alle ginocchia, ma almeno fanno circolare un minimo d’aria tra i gioielli sotto una maglietta a maniche corte di Prada. Insomma il vestito non era forse adatto ad un pranzo di gala, ma non era peggio di quello con cui Trump s’è presentato a Buckingham Palace.

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Tanto ho sudato lungo il percorso che, quando sono uscito da via Ippolita degli Azzi e tra gli alti pini ho intravisto la meta, mi sono sentito come quell’eroina che difese la città dopo Campaldino. Ma evidentemente era fuori di testa per il caldo e del tutto ignaro di quel che mi aspettava. Quando ho varcato la fatidica soglia, i due in divisa di guardia all’ingresso, mi hanno squadrato da capo a piedi e mi hanno detto papale papale che, in calzoni corti, era vietato l’ingresso in quel sacro luogo di giustizia! Lo prevedeva una circolare di servizio, forse emessa da qualche Imam nostrano. “Fra un po’ – ho pensato – per entrare pretenderanno il burqa e mi sono sentito come Dante alla porta dell’Inferno: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”. Devo anche essere uscito di senno per lo choc, se ho ubbidito come Garibaldi e sono tornato a casa senza certificati, col sole a picco e i gradi che ormai sfioravano i quaranta. Per la bisogna ho dovuto il fare il solito percorso il giorno dopo, in calzoni lunghi, con una levataccia e il sole un po’ più basso all’orizzonte. Solo il terzo giorno, tuttavia, ho superato lo choc e, riprendendo possesso delle mie facoltà, mi sono fatto due domandine: “Ma quello vietato in calzoni corti non è un servizio pubblico?” “E un libero cittadino non ha diritto di vestirsi come gli pare nel rispetto della pubblica decenza?” Perciò mi sono sentito privato del mio diritto di cittadinanza e ho deciso questo sfogo a mezzo stampa, perché la decenza non è un solo modo di vestire ed è il colmo che, proprio nel suo luogo deputato, il diritto alla decenza dell’agire e al buon senso venga tanto risibilmente calpestato.

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