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"La Chimera è il simbolo della civiltà aretina. Quando fu fusa nel bronzo, Firenze non esisteva"

L'approfondimento del primo rettore della Fraternita Pier Luigi Rossi sul ritorno dell'opera d'arte etrusca

Riceviamo e pubblichiamo il contributo del professor Pier Luigi Rossi, primo rettore della Fraternita dei Laici, in merito al ritorno della Chimera ad Arezzo.

Chimera, la storia

"La Chimera e la Minerva - scrive Rossi - sono simboli della civiltà aretina, quando furono fusi nel bronzo, Firenze non esisteva. Dalla metà del ‘500 sono custoditi a Firenze, portati via da Arezzo più per motivi 'politici' che artistici. Cosimo I dei Medici, Duca di Etruria, nel suo progetto di costruzione di uno stato regionale volle incardinare la sua azione politica sulla rappresentanza della cultura e del popolo etrusco. Le due statue: Chimera e Minerva furono 'ritrovate', in pochi anni, ad Arezzo proprio nel periodo 'etrusco' dell'azione di Cosimo I dei Medici mirante alla fondazione della Toscana. Il ritorno della Chimera ad Arezzo è una scelta di cultura e di identità, non può essere vissuta come semplice rivendicazione campanilistica. Il ritorno può essere realizzato come 'deposito temporaneo' della Chimera in Arezzo e trova il suo fondamento nel territorio e nella cultura etrusca di Arezzo e della Valdichiana di 2500 anni fa. La Chimera può essere considerata il simbolo di tutto il territorio aretino e delle vallate. Fusa con il bronzo dei Monti Rognosi. Il suo ritorno è legato a Giorgio Vasari".

Vasari e la Chimera

"Ringrazio il sindaco Ghinelli - aggiunge Rossi - per avere ottenuto dal ministro questo ritorno della Chimera ad Arezzo. Leggiamo ciò che Vasari ha scritto sulla Chimera. 'Vasari e la coda della Chimera'. Nel suo proemio alle 'Vite', Vasari dà la sua versione della scoperta: 'Essendosi ai tempi nostri, cioè l’anno 1554, trovata una figura di bronzo fatta per la Chimera di Bellerofonte, nel far fossi, fortificazione e muraglia d’Arezzo…'. Venne ritrovata la Chimera … senza la coda con il serpente. La coda di serpente della chimera compare per la prima volta sui 'Ragionamenti' scritti da Giorgio Vasari dopo la scoperta della Chimera, dove è riportato il colloquio tra il principe Francesco, primogenito di Cosimo de’ Medici e il Vasari stesso. Il principe Francesco rivolge una domanda al Vasari, alla quale segue la risposta: 'Ditemi, Giorgio avete voi certezza che ella sia la chimera di Bellerofonte, come costoro dicono?'. 'Signor sì, perché ce n'è il riscontro delle medaglie, che ha il duca mio signore, che vennono da Roma xon la testa di capra appiccata in sul collo di questo leone, il quale, come vede vostra eccellenza, ha anche il ventre di serpente; ed abbiamo ritrovato la coda, che era rotta, fra que' frammenti di bronzo con tante figurine di metallo; che vostra eccellenza ha vedute tutte, e le ferite, che ella ha addosso, lo dimostrano, ed ancora il dolore, che si conosce nella prontezza della testa di questo animal, ed a me pare che questo maestro l'abbia bene espresso'. '…E lo dimostra in quel le lettere etrusche, che ha nella zampa ritta, che non si sa quello si voglion dire, e mi pare bene metterla qui, non per fare questo favore agli aretini, ma perché sì come Bellerofonte domò quella montagna piena di serpenti, ed ammazzò i leoni, che fa il composto di questa chimera, così Leon X, con la sua liberalità e virtù , vinse tutti gli uomini; la quale, mancando lui, ha voluto il fato che si sia trovata nel tempo del duca Cosimo, il quale è oggi domatore di tutte le chimere…'. Vasari spiega, in questa risposta, anche il motivo della sede dove aveva deciso di collocare la chimera in Palazzo Vecchio".

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