Domenica, 13 Giugno 2021
Attualità

"Saremo più forti di prima". La lettera di Andrea Scanzi ad Arezzo Notizie e alla sua città

E' il giornalista e scrittore aretino ad annunciare di aver concordato con Officine della Cultura la possibilità di effettuare collegamenti televisivi direttamente dal Cinema Eden

"Ne usciremo più forti di prima. Anche ad Arezzo". Le parole sono quelle che il giornalista e scrittore Andrea Scanzi raccoglie all'interno di una lettera inviata alla redazione di Arezzo Notizie e riguardanti la situazione attuale vissuta dalla città in seguito all'applicazione del terzo decreto del presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte. Da ieri, anche il capoluogo della provincia è zona protetta e le misure contro la diffusione del Coronavirus sono entrate in vigore a pieno regime.

Uno scenario che non è passato inosservato e sul quale Scanzi si sofferma in una lunga e accurata riflessione anche in seguito al suo video del 25 febbraio. "In quel video ho detto quello che in quel momento dicevano quasi tutti" spiega "In quel video volevo aiutare chi si trovava in difficoltà (il mondo dello spettacolo, per esempio, o quello della ristorazione). Più ancora, volevo tirare su la mia città che vedevo sofferente. E ci stavo male. Come ci sto adesso". Ed è sempre nella lettera inviataci che il giornalista aretino annuncia di essere d'accordo con Officine della Cultura per realizzare dei collegamenti video direttamente dal Cinema Eden, chiuso per via delle misure anticontagio, nelle trasmissioni televisive da lui condotte e con le quali collabora "Sono piccoli gesti, lo so, che possono però servire per tenere viva la fiammella. E restare vicini una volta di più al nostro paese, alla nostra città".

Di seguito la lettera in versione integrale.

Caro Direttore,

l'amore per la nostra città e la stima che ci lega mi conduce a scrivere queste righe alla meritoria testata che dirigi.
Stiamo vivendo tempi strani e cupi. Non più tardi di quindici giorni fa, commentavamo non senza stupore quei 7 milioni e più di visualizzazioni a proposito del mio video dal Prato di Arezzo, mercoledì 25 febbraio mattina, in cui speravo che Arezzo tornasse presto alla vita di sempre e terminasse "il delirio". Purtroppo è andata diversamente.
Ridirei e riscriverei ogni cosa detta e scritta sul coronavirus in queste settimane. In quel video ho detto quello che in quel momento dicevano quasi tutti, compreso la dottoressa Maria Rita Gismondo primaria del Sacco: una donna che vive a contatto con il coronavirus e lo studia, e che che quindi ne sa molto più di me e di tutti noi. E che ancora oggi dice la stessa cosa sulla letalità di quella che era e resta una "similinfluenza" (cit la virologa llaria Capua). La situazione è mutata drasticamente dal tardo pomeriggio del martedì successivo, 3 marzo. Ricordo che ero ospite di Cartabianca su RaiTre. In studio c'era il Ministro Boccia, e dalle sue parole (e dalla sua faccia) ho capito che lo scenario era cambiato di brutto. Da allora ho continuato a fare - spero - ancor più attenta e accorata informazione, sfruttando la mia notorietà anche per improntare seguitissime dirette facebook "divulgative" (di solito ogni giorno alle 18.30 dalla mia casa di Arezzo). Continuerò a farle.
Qualcuno, col senno di poi, mi critica ora per quel video: mi viene da ridere, ma fa parte del gioco. L’invidia è una brutta bestia, ma è anche un sentimento umanissimo. Chi non ha capito il senso e il contenuto di quel video o mi odia a prescindere, e pazienza; o è in malafede; o è deficiente. Non di rado tutte e tre le cose. E chi si lamenta del mio tono ironicamente colorito, che uso volutamente nelle mie dirette Facebook, si è dimenticato del mio essere etrusco. Io lo sono, e ne vado fiero parecchio. In quel video volevo aiutare chi si trovava in difficoltà (il mondo dello spettacolo, per esempio, o quello della ristorazione). Più ancora, volevo tirare su la mia città che vedevo sofferente. E ci stavo male. Come ci sto adesso.
Peraltro quel video era (purtroppo) perfetto in più parti: nel dire che il coronavirus era già ovunque; nel dire che non serve a nulla il panico (stiamo calmi!), e men che meno svaligiare i supermercati (serve solo a propagare il virus, perché non si rispetta la distanza "droplet" di sicurezza). Era perfetto nel ripetere che si doveva vivere normalmente, rispettando però le regole, e soprattutto era perfetto nel ribadire che le misure prese dal governo servivano per NON ingolfare gli ospedali. Tutte cose che poi, ahinoi, si sono verificate. Anche sul tasso di letalità "basso" (si fa per dire) ribadisco ogni cosa. La virologa Capua sostiene che i malati a oggi sono 100 volte più di quelli che crediamo (contando gli asintomatici), e che quindi l'attuale 5% italiano (davvero alto!) di letalità italiana potrebbe addirittura scendere a uno 0,05% (lo dice lei, non io). In Italia, poi, il tasso di letalità è a oggi più alto di quello cinese (attorno al 2%) perché abbiamo un'età media molto più "anziana". Ed è più alto di quello francese, tedesco e inglese perché noi siamo più trasparenti: in Italia chiamiamo coronavirus anche quello che forse non è, nel resto d'Europa (per ora) derubricano spesso il decesso a mera influenza.
Dobbiamo insistere su questo punto: il problema NON è tanto il virus, una "similinfluenza" che colpisce anzitutto (ma non solo) i più deboli, bensì il mancato rispetto delle regole degli italiani e il rischio di far collassare il sistema sanitario italiano già vittima di tagli e sforbiciate per mano di regioni e governi passati. Tutte cose che già dicevo in quel video del 25 febbraio. Quindici giorni fa dicevo anche di andare nei ristoranti e a teatro, rispettando va da sé ogni accortezza: in quel momento si poteva fare e, non più tardi di due giorni dopo, Zingaretti, Sala e Salvini (27 febbraio) hanno parlato di "riaprire tutto" e di "Milanononsiferma". L'ottimismo, in quei giorni, era trasversale. Era una speranza lecita. E Zingaretti, di quella speranza, ci si è pure ammalato. Siamo stati troppo ottimisti? Sì. E purtroppo ha avuto ragione Burioni, il più tremendista (ma anche il più lungimirante) di tutti. Occorre dargliene atto. Ed occorre ammettere che, io come (quasi) tutti, con quell'ottimismo abbiamo sbagliato: in quel momento era lecito, e col senno di poi son bravi tutti. Ai fan di Salvini, che in questi giorni mi scrivono con la bava alla bocca “Salvini l’aveva detto, vergognati!”, ricordo sommessamente che lo stesso Salvini, il 27 febbraio, aveva esortato a “riaprire tutto”. Come Zaia. Salvini è andato a caso anche stavolta. Ogni giorno ne ha sparata una diversa, quindi prima o poi anche lui doveva avere ragione: il leader della Lega è come gli orologi rotti, due volte al giorno segnano l’orario giusto persino loro.
La verità è che, all’inizio, tanti virologi e politici non ci hanno capito nulla. E noi, inizialmente, ne abbiamo pagato le conseguenze. Ora però lo scenario è chiaro e per questo occorre fare una sola cosa: essere responsabili. Quindi rispettare le regole. Quindi stare a casa, al di là di comprovate uscite inderogabili. Lo so che non è facile, ognuno dovrà accettare privazioni. Anche private: la mia compagna non abita ad Arezzo, per quanto aretina, quindi dovrà fare ogni volta l'autocertificazione e chissà se potrà raggiungermi (e viceversa). Rischiamo di non vederci, o vederci poco, per settimane. Mi salteranno date teatrali ed eventi vari, come a ognuno di noi (molto più che a me) salteranno possibilità di lavoro, entrate e soldi. Sarà dura. Ma al momento non ci sono altre strade: bisogna stare a casa. Il 25 febbraio si poteva sperare di tornare a vivere una vita normale nel giro di pochi giorni: adesso no. Ne usciremo più forti di prima, ne sono sicuro, ma occorrerà un po' di tempo. Fa benissimo, il sindaco Ghinelli, a insistere sul rispetto delle regole. Non è tempo per fare i "furbi" (in realtà non lo è mai!), perché chi lo fa mette a repentaglio il sistema sanitario italiano e a rischio anzitutto la vita dei più deboli: dei nostri nonni, e non solo dei nostri nonni. Bisogna fare squadra. La situazione è diventata più grave - occorre ammetterlo - anche in virtù della irresponsabilità di troppe persone. Noi italiani non stiamo dando il meglio di noi stessi nella difficoltà: e questo è imperdonabile. Occorrono calma e gesso, rispetto delle regole e senso di squadra! Ne usciremo più forti di prima. Anche ad Arezzo.
Un'ultima cosa, legata proprio alla nostra città. D'accordo con le Officine della Cultura, ho deciso di fare i collegamenti ai programmi che conduco (Accordi e disaccordi sul Nove) e a cui collaboro (Otto e mezzo su La7, Cartabianca su RaiTre) da Arezzo. E questo accade da anni: non è certo una novità. Abbiamo però deciso di farli da luoghi simbolo, per esempio il Cinema Eden, ora ovviamente chiuso ma speriamo tutti prossimo alla riapertura. Sono piccoli gesti, lo so, che possono però servire per tenere viva la fiammella. E restare vicini una volta di più al nostro paese, alla nostra città.
Buon lavoro.

Andrea Scanzi




 

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