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"Mi sono salvato fingendo di morire", la storia di Abdoul. Dalle torture in Libia alla nuova vita ad Arezzo

"Sogno di portare in Italia mia moglie e il nostro bambino. Vorrei che entrambi andassero a scuola"

"Ho smesso di rispondere alle loro domande. Ho chiuso gli occhi e ho cercato di trattenere il respiro. Alla fine hanno pensato che  fossi morto, mi hanno arrotolato in un telo e poi mi hanno abbandonato in una zona desertica. Così mi sono salvato". Ha visto in faccia la morte Abdoul: le mani legate dietro alla schiena, i piedi stretti con una fune, è stato issato con una corda legato ai polsi e torturato una notte intera dentro un "campo" libico dove i migranti attendevano il barcone per l'Italia. Ma lui non aveva soldi per pagare il viaggio e, dopo due settimane, chi lo teneva prigioniero ha deciso di sbarazzarsi di lui. Sui polsi, sulle caviglie, il 34enne proveniente dal Burkina Faso e oggi ospite dello Sprar di Castiglion Fibocchi, ha ancora profonde cicatrici. Sul suo volto però compare un sorriso: "Oggi lavoro in un'azienda aretina: taglio alberi, rami. E' un'occupazione pericolosa, per questo ho fatto corsi sulla sicurezza. Ma mi dà l'opportunità di rifarmi una vita. Adesso cerco la stabilità economica: solo così mia moglie e il nostro bambino potranno raggiungermi".

L'avventura a lieto fine

Abdul Bandaogo arrivò a Battifolle il 24 novembre del 2020 dopo oltre un anno di viaggio. Era partito nell'agosto del 2019 dal Burkina Faso, Paese dell'Africa occidentale minacciato dal jihadismo e ritenuto particolarmente pericoloso. Dopo aver messo al sicuro la moglie e il figlio, ha cercato una via di fuga. L'obiettivo era quello di raggiungere luogo dove poter garantire alla sua famiglia la serenità. Un salto nel buio. 

"Io sono nato in Costa d'Avorio, vivevo lì da bambino con i miei genitori e i miei fratelli. Nel 2002 è scoppiata una guerra, mio padre è morto e mia madre, grazie alla Croce Rossa, ci ha portati tutti in salvo. Siamo così arrivati in Burkina Faso: io avevo 14 anni". In realtà però quella terra non era affatto sicura: Arbinda, città che lo ha ospitati, ha subito nel tempo vari attacchi terroristici. 

"Io la mattina lavoravo come calzolaio, aggiustavo le scarpe, e il pomeriggio andavo a Ouagadougou alla scuola coranica. Nella mia città però la situazione era ogni giorno più rischiosa. Ricordo l'arrivo dei terroristi, i colpi di arma da fuoco, le persone che sono morte e le abitazioni in fiamme. Dopo che mi sono sposato ho deciso di partire". 

Il viaggio 

Era l'agosto del 2019. La prima tappa è stata il Niger: "Dove sono rimasto 6 mesi. Lavoravo nell'agricoltura, ma solo sei mesi l'anno, a causa delle condizioni climatiche. Allora sono andato ancora più a nord, in Algeria. Un viaggio lungo, con alcuni tratti fatti a piedi. Quindi sono andato in Libia: viaggiavo di notte, insieme ad altre persone, anche a piedi".

In Libia l'amara accoglienza. Abdoul è stato rinchiuso in un campo in attesa di un barcone: "Per tre giorni non ci hanno dato nulla da mangiare. Poi si sono presentati con un telefono: dovevamo chiamare qualcuno e chiedere di pagare per noi. Ma io non avevo nessuno che potesse aiutarmi. Mia mamma aveva i miei fratelli da sfamare. Ero solo. Allora ho cercato di prendere tempo: dicevo che non c'era campo, che nessuno mi poteva rispondere. Fino a quando, dopo tre settimane, mi hanno detto: ora basta, devi morire".

E' iniziata così la notte di torture. "Alla fine, nonostante il dolore tremendo sono riuscito a pensare: da quel posto sarei uscito solo morto. E allora ho provato a fingere". Lo stratagemma ha funzionato: alle luci dell'alba si è ritrovato nel deserto, avvolto in un telo. Abbandonato. "Ho cercato di spostare il tessuto per sbriciare fuori, per vedere se fossi davvero solo. Ho tirato fuori la testa, poi piano piano il resto del corpo. Stavo malissimo, avevo dolori ovunque". Era solo, in una zona desertica. Dopo alcune ore è passata un'auto e la persona al volante si è fermata. Parlava arabo, non si capivano. "Ma ha visto le mie condizioni, mi ha dato da bere, e poi mi ha fatto salire nel bagagliaio e mi ha portato via. Mi sono ritrovato in una casa, dove mi hanno dato acqua per lavarmi e vestiti. Poi mi hanno dato da mangiare. Alla fine l'uomo che mi ha soccorso mi ha offerto un lavoro. Ho accettato". Per sette mesi Abdoul ha lavorato in una coltivazione di datteri in mezzo al deserto: "Non venivo pagato, avevo solo vitto e alloggio. Ma io avevo la responsabilità di una famiglia. Dovevo trovare un lavoro per mandare soldi a mia moglie e mio figlio. Il mio datore di lavoro non voleva lasciarmi andare: mi ha detto che indietro non sarei potuto tornare, perché c'erano terroristi. Potevo solo andare avanti. Alla fine però mi ha accompagnato in una grande casa libica, mi ha lasciato all'interno di un cortile chiuso da mura  e è andato a parlare con il proprietario. Era andato a pagare il mio viaggio".

Abdoul è rimasto in quel cortile due mesi: mangiava pane e acqua. Fin quando una notte è stato chiamato, era il suo turno: "Siamo saliti in un gommone in 31: uomini, donne e ragazzini di 7 forse 8 anni. In 4 giorni siamo arrivati a Lampedusa". 

I sogni nel cassetto

In piena pandemia, il 34enne insieme agli altri migranti, sono stati accolti e poi messi in quarantena. Poi l'arrivo nell'Aretino: "Prima a Battifolle, poi Foiano. Siamo arrivati nel cuore della notte. E da allora la mia vita è cambiata. Sono andato a scuola due mesi per imparare l'italiano. Poi ho trovato l'azienda che mi ha assunto: prima un contratto da un mese, poi sette mesi, poi un anno. Nel frattempo ho fatto il passaporto a mia moglie e a mio figlio".

All'inizio Abdoul pensava di portare subito la sua famiglia in Italia. "Poi ho capito che con mille euro al mese non posso ancora provvedere alle loro necessità". E' un piccolo grande sogno quello che Abdul custodisce: "Vorrei che il mio bambino andasse a scuola e vorrei che anche mia moglie tornasse a scuola e imparasse la lingua. E' importante che capisca tutto e impari a conoscere questo paese. Adesso quindi il mio obiettivo è trovare stabilità: quella che serve per trovare una casa e poter tornare ad abbracciare i miei cari". 

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