Rete emergenza: cresce il numero delle persone salvate da arresto cardiaco

Per molti potrà apparire un tormentone, ma proprio nella sua costruzione è necessario che vi sia una ampia e consapevole informazione: parliamo della rete di emergenza e in particolare di quella legata all’arresto cardiaco. “Forse fino alla...

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Per molti potrà apparire un tormentone, ma proprio nella sua costruzione è necessario che vi sia una ampia e consapevole informazione: parliamo della rete di emergenza e in particolare di quella legata all’arresto cardiaco.

“Forse fino alla noia – spiega Massimo Mandò, direttore dipartimento Emergenza Urgenza - abbiamo parlato in questi anni di una media di 350 casi all’anno nella nostra provincia. E che avendo organizzato (come vedremo con la partecipazione di tutti) una importante rete provinciale, si è passati in pochi anni da una percentuale di persone salvate del 17% ad una percentuale di 30%. (mese di gennaio-febbraio 18 arresti cardiaci 6 sopravvissuti) E quando ci riferiamo a “persone salvate” non intendiamo solo chi è ancora in vita e chi invece non ce l’ha fatta. Ma di chi, fra quelli in vita, non ha subito danni cerebrali o ne ha subiti di ridottissimi. Qui sta la differenza. Salvarsi la vita, ma restare poi un vegetale, rappresenta sempre un insuccesso.”

Basta tutto questo? Ancora no. Ma certamente si sono fatti grandi passi avanti nella organizzazione tecnica e soprattutto nella consapevolezza e partecipazione attiva delle popolazioni.

LA RETE

Sono diversi gli elementi che in una rete devono funzionare. Il primo, va detto con chiarezza, è che i cittadini conoscano poche piccole regole che mettono in condizioni il sistema sanitario di intervenire in tempo e con condizioni accettabili del paziente colpito da arresto cardiaco (che non è un infarto, ma una patologia elettrica: si ferma il battito cardiaco).

“Il cittadino che è in presenza di una persona che perde i sensi – ricorda Mandò - deve chiamare il 118. E qui il primo problema: la comunicazione all’operatore della centrale deve essere chiara. Comprensibile l’agitazione, la paura, a volte lo sconforto se si tratta anche di una persona cara, ma ci sono momento nella vita in cui ognuno è chiamato a fare qualcosa di importante e serio. Il cittadino all’operatore del 118 deve dare tutte le informazioni che gli vengono richieste, dall’indirizzo esatto alle condizioni in cui è il paziente. Poi, mentre verrà inviata l’ambulanza che può arrivare in pochi attimi, ma a volte per le distanze anche in diversi minuti, si deve iniziare a fare un massaggio cardiaco che consente di guadagnare del tempo e di avere un “cuore pronto” ad essere defibrillato. Minuti che rappresentano la salvezza innanzitutto, ma soprattutto la qualità della vita di quel paziente. Ebbene, va dato atto che negli anni i cittadini in molto casi si comportano da “veri professionisti”. Chiamano con lucidità, rispondono e massaggiano, mettendo così le basi per un successo finale. Il resto è la rete sanitaria.”

IL CASO EMBLEMATICO DI POPPI

Fra i casi che potremmo citare, vogliamo raccontare l’ultimo avvenuto in ordine di tempo. E seguendo il suo percorso diventa chiaro come la rete, già esistente, ma ancora da potenziare in alcuni aspetti, funziona. E funziona ovunque.

E’ stato a Poppi. Un settantenne, che già due anni fa era stato colpito da un importante infarto al miocardio, improvvisamente si accascia in casa.

I familiari chiamano il 118, Mentre danno indicazioni sulle condizioni del congiunto, iniziando il massaggio cardiaco. Lo hanno imparato seguendo uno dei tanti corsi organizzati dal 118 nella nostra provincia. Ormai siamo a quasi 20mila cittadini che hanno l’abilitazione al primo soccorso e all’uso del defibrillatore, ma soprattutto ad un corretto massaggio cardiaco. Una funzione che mette in condizioni ottimali il cuore del paziente per ricevere quando sarà possibile la scarica del defibrillatore.

L’ambulanza giunge alla casa del paziente in meno di 10 minuti. Entra in azione il medico che trovando il paziente già massaggiato può immediatamente procedere a scaricare il defibrillatore. Lo fa per sette volte consecutive.

Il cuore riparte. Il paziente viene intubato. Stabilizzato nelle sue funzioni vitali, viene trasferito direttamente all’ospedale di Arezzo in va in emodinamica per essere sottoposto ad un intervento che gli libera i grandi vasi sanguigni dalle ostruzioni (palloncino). Arezzo da oltre 10 anni è un centro di eccellenza nazionale, con una media di oltre 250 interventi in emergenza all’anno.

Poi va in rianimazione per due giorni. Tra le altre cure viene anche sottoposto ad ipotermia, cioè abbassamento della temperatura corporea per limitare eventuali danni cerebrali. Poi due giorni in Utic, altri due in reparto per controlli finali su un paziente cardiopatico importante come lui e alla fine il ritorno a casa senza alcun danno cerebrale sostanzialmente in buona salute.

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Questo è ciò che deve fare (e che fa) la rete. Proprio perche diffusa nel dì territorio, ma con un percorso chiaro che individua in Arezzo il luogo deputato a questo tipo di interventi, la rete garantisce equità di accesso e di successo sia che uno abiti a pescaiola (500 metro dal san Donato, o a Poppi come il 70enne del nostro caso, o sulle pendici del Pratomagno, di Sant’Egidio o dell’Alpe della Luna. CARDIOPROTEZIONE DEL TERRITORIO

Superata quota 600 defibrillatori distribuiti sul territorio. Ma l’ideale copertura sarebbe di almeno 1000 – 1200 apparati. Si pensi agli impianti sportivi, ai luoghi di aggregazione sociale, alle scuole, alle chiese, ai mercati, agli ambulatori medici, ai mezzi di trasporto pubblico, alle stazioni e tanti altri, che ancora non sono “coperti” da questa preziosa presenza. Ma ci sono anche esempi virtuosi. Due per tutti: Pieve Santo Stefano che con 3.276 abitanti dispone di 13 defibrillatori; Chiusi della Verna (dove hanno iniziato i frati del santuario, tutti formati all’uso del Dae), e che in questi giorni ha collocato 4 nuovi defibrillatori e fatto corsi a ben 70 cittadini. Un grazie a questi cittadini che in modo silenzioso si sono rimboccati le maniche hanno raccolto i soldi acquistato i defibrillatori e fatto la formazione raggiungendo l’obiettivo di proteggere la propria comunità

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