Il quattro novembre per un aretino del 1899

Mi piace ricordare l’anniversario della festa delle Forze armate ricordando da aretino il mio nonno paterno Amedeo, che poi è quello con lo strumento in mano nella foto, in mezzo ad un gruppo di giovani aretini in divisa, purtroppo per me anonimi...

maruffi

Mi piace ricordare l’anniversario della festa delle Forze armate ricordando da aretino il mio nonno paterno Amedeo, che poi è quello con lo strumento in mano nella foto, in mezzo ad un gruppo di giovani aretini in divisa, purtroppo per me anonimi, richiamati per difendere i confini nazionali. Un modesto giovane operario che ebbe la ventura di essere nato nel 1899, quindi uno dei “ragazzi del ‘99” che, compiendo i diciotto anni nel 1917, venne richiamato insieme a tanti altri ragazzi. Tra l’altro nel caso suo, ma come per migliaia di altri, nel diciottesimo compleanno aveva già da mesi la divisa addosso. Forse potrebbe sembrare anacronistico fare dei paragoni con i diciassettenni di oggi. Forse.

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Certo vedere che durante l’orripilante festa di Halloween tantissimi giovani, spesso minorenni, sono stati molto male per l’abuso di alcol fa riflettere. D’altra parte i giovani, e le loro famiglie, sono le prime vittime del malinteso modernismo che tanti danni ha provocato, e sta provocando, alla società. Ma torniamo al mio antichissimo soldatino. Mi piace ricordarlo non perché sia stato un eroe, è solo riuscito a portare a casa la pelle sano e salvo. Ma perché evidentemente c’era nelle persone e nelle famiglie anche più modeste un diverso sentimento della Patria e della Nazione. Cioè partire a diciassette anni per difendere i confini nazionali era considerata una cosa normale. Ed infatti nelle cartoline che mandava a casa non c’è un segno di paura o di voglia di abbandonare. Eppure è sempre stato un socialista dichiarato e, grazie a Dio, un fiero proletario. Oggi, invece, c’è chi sembra vergognarsi di parlare di confini, di Nazione, di Patria, cioè di valori e di realtà di fatto riconosciute in tutto il mondo che si assorbono con il latte materno. E’ incredibile, lo so, ma cosi è. Poi sembra che ci si debba vergognare del fatto che il quattro novembre è la giornata della Vittoria nella prima guerra mondiale. In tutto il mondo le vittorie nazionali vengono festeggiate con giusto orgoglio, con un senso di unità. Invece se ne parla poco, forse non è politically correct, forse non è in armonia con il più stucchevole e tremebondo buonismo e pacifismo d’accatto. Si urtano le suscettibilità di qualche anima bella? E urtiamole, vivaddio. La guerra, non me lo faccio insegnare da nessuno, è senz’altro la peggiore tragedia che possa capitare al genere umano. Un abisso senza fine dove ognuno da il peggio di se. Ma esiste, è sempre esistita e, non illudiamoci, sempre esisterà. E l’impegnarsi per fare tutto il possibile per scongiurarne anche la più lontana possibilità non consente a nessuno di mettere la testa sotto la sabbia. Almeno non può farlo chi ha figli o nipoti. Così, per tracciare un facile parallelismo, come pensare di difendersi quando avvengono vilissimi attentati in giro per il mondo con veglie, chitarre e peluche è quantomeno ingenuo o per meglio dire, absit iniuria verbis, da sprovveduti. Ed anche il continuare a far venire pressoché indisturbate migliaia di persone che non si sa chi sono, e cosa potrebbero fare domani, è follia. L’attuale Governo, e per essere precisi il ministro Minniti, si sta forzando di correggere l’andazzo con un impegno che incoraggia e che deve essere sostenuto. D’altra parte anche su questo siamo stati abbandonati a noi stessi dall’Unione europea, e i disastri provocati in anni ed anni di molliccia inettitudine non si rimediano facilmente. Ed anche per questo spaventa il continuo sentir parlare di obblighi europei. E’ roba da matti: l’Unione europea è solo un condominio dove i singoli stati pagano le quote condominiali. Quindi sono gli stati che decidono cosa deve fare il condominio, cioè l’Unione europea, non il contrario come avviene ora. E specialmente per l’Italia che manda molti più soldi all’Unione europea di quelli che le tornano indietro. Ma d’altra parte l’avere una classe politica nazionale per lo più composta da polli d’allevamento, per non voler pensare ad altro, è, in effetti, una soddisfazione che non tutti possono vantare. Ma torniamo alla festa delle Forze armate e viviamola per quello che deve essere. Cioè una festa di unità nazionale e di Popolo. E per ricordare l’inno nazionale, sperando che qualche torsolo non si vergogni anche di quello, un passo ci insegna: “Stringiamoci a coorte!”. Ricordiamocelo sempre perché il mondo è entrato in una terra ignota, noi siamo soli e ci dobbiamo, e ci dovremo, aiutare da soli. Il resto sono chiacchiere.

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