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Dall'inserimento lavorativo degli ex pazienti del manicomio alla cooperazione. La storia di Fernanda, una vita al fianco dei più fragili

È andata in pensione Fernanda Minucci, anima e braccia operative della fu cooperativa Sodiser. Recentemente la realtà da lei presieduta è entrata a far parte della famiglia di Betadue

Da sinistra: Fernanda Minucci e Gabriele Mecheri, presidente di Betadue

“Vado in pensione con la consapevolezza di essere stata fortunata, di aver vissuto un'esperienza bellissima insieme a persone straordinarie”. Fernanda Minucci, anima e braccia operative della fu cooperativa Sodiser, è andata in pensione da una manciata di giorni. Una piccola, straordinaria donna che ha contribuito a rendere Arezzo una città all’avanguardia in tema di cooperazione sociale e supporto ai soggetti svantaggiati. Qualche anno prima del suo addio al mondo del lavoro, la realtà da lei presieduta ha unito forze, energie e professionalità a quelle di Betadue, una delle maggiori cooperative sociali di tipo B presenti in Toscana. Ma per parlare di questo connubio è necessario fare un salto indietro nel tempo quando, nel 1986, Fernanda lavorava presso il dipartimento di salute mentale occupandosi dei soggetti svantaggiati impegnati in tirocini utili all’inserimento lavorativio. In quel contesto nacque Sodiser. “L’intento - racconta - era quello di dare una possibilità di lavoro ai più fragili. Iniziammo con l’organizzare corsi di cucito e poi, successivamente, anche altre attività. Fu la prima cooperativa sociale della provincia di Arezzo. Negli anni novanta aveva consolidato così tanto la propria presenza da riuscire a seguire i percorsi di 50, 70 persone impiegate in settori come quello delle pulizie, manutenzione del verde e cucio. Contestualmente creammo un punto di aggregazione al Pionta, nella zona del Duomo Vecchio, dove gestivamo corsi di cucina e cucito accogliendo circa 10 iscritti alla volta".

Fernanda divenne presidente di Sodiser nel 1998 e lo è rimasta fino al 2018 quando si è concretizzata la fusione con Betadue. "I nostri soci sono stati stimolati affinché riuscissero a raggiungere quella necessaria autonomia utile alla conduzione di una vita quanto più ordinaria possibile - spiega ancora - per questo abbiamo cercato di dargli dignità con il lavoro. L'obiettivo era renderli sicuri e fiduciosi di sé stessi verificarne il lavoro, sostenendoli e stimolandoli. Un percorso attraverso il quale sono passate oltre 400 persone e che negli ultimi anni, con l’acuirsi della crisi economica, ha aperto le porte anche a soggetti che avevano perso il lavoro”.

Minucci è stata protagonista anche della nascita di Coob nel 2004, consorzio di cooperative sociali di tipo B di cui fu presidente per 6 anni e che oggi è uno dei maggior consorzi dell'Italia centrale. Cosa è cambiato negli anni? "Si è affermata la logica del massimo ribasso nelle gare pubbliche e le piccole cooperative che si occupano realmente degli inserimenti dei soggetti svantaggiati, hanno avuto molte difficoltà - sottolinea - Molto spesso c’è disattenzione verso le persone svantaggiate e prevalgono individualismo ed egoismo. La nostra risposta è stata solidarietà e aggregazione. In questo contesto nasce l'idea della fusione tra Sodiser e Betadue. Non avremmo scelto nessun altro soggetto. Vado in pensione nella consapevolezza di essere stata fortunata a vivere un'esperienza così bella, a fianco di persone straordinarie alle quali ho dato molto ma, dalle quali, ho avuto molto. Ai giovani cooperatori vorrei dire di non perdere mai l’anima di questo lavoro. Ringrazio gli operatori, cooperatori e soci di Betadue per la disponibilità e l’affetto che mi hanno dato”.

Una vita dedicata ad un progetto enorme, articolato e per il quale i risultati ottenuti sono stati motivo di orgoglio e crescita colletiva oltre che personale. “Le storie come quella di Fernanda - afferma Gabriele Mecheri, presidente di Betadue - ci rendono orgogliosi di appartenere alla cooperazione sociale.  Oggi siamo cresciuti diventando un soggetto economico e sociale forte, abbiamo acquistato dignità e autorevolezza ma, nel nostro dna ci sono sempre quegli elementi che indussero donne e uomini a impegnarsi per rendere degna la vita di persone come quelle costrette nei manicomi, che erano più fragili, sole, povere di speranza e di opportunità. Grazie Fernanda".

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