Fragili ma attenti: come i pazienti psichiatrici hanno retto l’urto del Covid

Il servizio di psichiatria si è riorganizzato con telefono, televisite e interventi domiciliari

Michele Travi, direttore dell’unità operativa di psichiatria

Chi a casa. Chi nella comunità di via Curtatone. Chi nella struttura del Duomo Vecchio. Chi, infine, in ospedale. I pazienti seguiti dal servizio di psichiatria hanno retto l’impatto con il Covid 19.

“Intanto li abbiamo seguiti uno per uno. Come prima e forse più di prima perché temevamo che le conseguenze dell’emergenza potessero avere, su di loro, effetti più pesanti – commenta Michele Travi, direttore dell’unità operativa di psichiatria. Ci siamo quindi organizzati in modo diverso con la collaborazione sia dei pazienti che delle famiglie che anche in questa occasione hanno svolto un ruolo fondamentale”.

Chi era a casa aveva l’abitudine di recarsi negli ambulatori di via Guido Monaco o per visite di controllo o per prendere le medicine.

“Abbiamo quindi istituito un controllo agli ingressi con tutte le procedure che ormai sono standard e conosciute. Visite programmate con un tempo non inferiore ad 1 ora per evitare attese e quindi affollamenti. Abbiamo cercato di limitare le visite ambulatoriali a quelle prive di alternative. Quando possibile abbiamo infatti utilizzato il telefono e le televisite ma, nel nostro ambito, non sempre queste sono possibili. Quindi una quota di visite ambulatoriali è rimasta”.

Rallentato il percorso del paziente verso i servizi, è stato potenziato quello dei servizi verso il paziente.

“Visite domiciliari, consegna dei medicinali, disponibilità costante al telefono – ricorda Michele Travi. L’obiettivo è stato quello di far sentire il medico, l’infermiere sempre a disposizione, generando così, per quanto possibile, la certezza che nessuno in questa nuova e straordinaria fase, sarebbe rimasto solo ad affrontare i suoi problemi”.

Situazione senza grandi novità nella Comunità di via Curtatone che ospita persone al di sotto dei 30 anni nel non semplice passaggio dalla degenza ospedaliera alla propria abitazione. Nel Duomo Vecchio, dove gli ospiti hanno un’età maggiore e situazioni più complesse, la difficoltà maggiore è stata quella di modificare le abitudini di ogni giorno: “quindi niente passeggiata sul colle del Pionta e nessuna visita nel centro città”.

In ospedale la disponibilità di posti letto non è mai stata superata. “In questo senso – commenta Travi – potremmo anche dire che ci sono stati meno ricoveri. Altro elemento: i posti letto che avevamo preparato per eventuali positivi al Covid non sono mai stati utilizzati. Solo una volta abbiamo avuto, tra l’altro in un paziente con forti difficoltà, un  caso di presenza di anticorpi nel test sierologico. I tamponi hanno poi dato esito negativo ma il nostro paziente si era già organizzato da solo con la Croce Rossa per avere la spesa a casa”.

In questi mesi di emergenza, sono state poche anche le richieste da parte di nuovi potenziali pazienti. “Abbiamo organizzato un lavoro di filtro telefonico, richiamando a casa la persona, verificando le sue condizioni e di cosa potesse aver bisogno”.

Tutti i pazienti, qualsiasi sia stata la loro collocazione nei servizi psichiatrici, hanno manifestato attenzione  e comprensione per le novità che venivano progressivamente introdotte.

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“Non abbiano avuto segnali di particolare disagio per l’obbligatorietà di rimanere a casa. Anzi: oggi che la situazione si avvia ad un progressivo ritorno alla normalità, registriamo segnali di prudenza: c’è chi preferisce continuare ad usare il telefono o, quando ne ha la possibilità, la video chiamata. L’uscita di casa, il recarsi fisicamente in ambulatorio, è visto da qualcuno come un fattore di rischio. Soprattutto per pazienti giovani o relativamente giovani che vivono in casa con  genitori anziani”.

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