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Il Vescovo nella notte di Pasqua: "Cattedrale vuota, ma Arezzo avrà nuova vita"

Il messaggio nell'omelia della veglia pasquale: "Vita nuova torni ad allegrare la Terra di Arezzo, ad opera anche di questa Chiesa"

Di seguito l'omelia del vescovo di Arezzo, monsignor Riccardo Fontana, nella messa della veglia pasquale.

"Miei cari, amati fratelli e sorelle di questa Chiesa, il Signore ci dia pace e coraggio in questa Notte Santa!"

I segni pasquali nella Cattedrale vuota

La grande Veglia pasquale si celebra quest’anno, in cui il popolo di Dio è presente in Cattedrale solo in modo simbolico e virtuale, perlopiù tramite noi Ministri. Ci conforta la larga partecipazione di tanti che sono con noi, attraverso i media, per lodare il Signore nella Notte Santa.

I segni della liturgia romana sono, per un verso, di conforto nelle prove di questi mesi, ma anche divengono semi di coraggio e di speranza per il futuro.

Il fuoco nuovo che diventa luce nel cero pasquale, l’ascolto profondo della Parola di Dio, l’acqua per i battesimi, che pure non possiamo ancora versare sul capo dei catecumeni, e la festosa Eucarestia di Pasqua introdotta dall’Alleluja ci ripetono che Dio ci è vicino, ancora di più in questo momento di grande difficoltà.

Come gli antichi viaggiatori ritenevano essenziale assicurarsi il fuoco, per affrontare la notte con i suoi pericoli, anche noi abbiamo appena compiuto un atto di fede, accendendo il cero pasquale.

Si dice che Giacomo Puccini rimanesse incantato dei ritmi del preconio pasquale, percependoli più perfetti delle sue opere. Ci siamo ricordandoti l’un l’altro, che possiamo fidarci di Gesù, che pure ha detto “Ego sum lux mundi”, ma che dobbiamo imparare dalle api a lavorare insieme per costruire una casa adatta all’uomo, come la cera distribuita in esagoni di cui il cero, che arde da stanotte in Cattedrale, è composto. Questa è la notte in cui Dio ha liberato i nostri padri dalla schiavitù dell’Egitto e li ha fatti passare illesi attraverso il Mar Rosso. “Questa è la notte che salva su tutta la Terra dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo”.

Il Signore stanotte ci fa convergere in unità, rammentandoci vicendevolmente, dopo mesi di tribolazione, che la luce del Risorto, vincitore della morte, ci è offerta: Dio rispettoso della nostra libertà attende con amore la nostra fede, che è la fiducia in lui necessaria per costruire il domani.

La fede vissuta salva e conforta

Già nella Prima Alleanza con il popolo che Dio si scelse e, ancor più, nel Nuovo Testamento, l’affidamento al Signore si fonda sulla storia personale di ciascuno di noi come su quella di questa Chiesa. Dio non ci ha mai abbandonato; non lo farà neppure ora, anche se siamo costretti a camminare nel buio di un tunnel lunghissimo, anche se sappiamo, come quando si viaggia in un’autovettura, che tornerà a splendere il cielo.

Il giorno nuovo è tema pasquale per eccellenza, che, per un verso ci conforta in quanto opera di Dio, e per l’altro ci sfida, perché ci chiede di essere all’altezza del futuro da edificare.

L’acqua battesimale ci è offerta a ricordo del mare grande della vita, dove, da cristiani, vogliamo far finire gli egoismi che ci tentano, le contraddizioni di cui sarebbe bene vergognarci, la lontananza da Dio, che pur resta nostro Padre, e il peccato sconfitto da Gesù con la sua Croce. Invochiamo lo Spirito di Dio che “aleggiava sulle acque”, perché vita nuova torni ad allegrare la Terra di Arezzo, ad opera anche di questa Chiesa, se saprà essere operosa e impegnata, attenta alla santità e dedicata al Vangelo della Carità.

Dopo aver chiamato a nostro conforto la Madonna, gli Apostoli, San Donato e tutti i nostri Santi, con trepidazione ci avviamo a fare l’Eucarestia, con i medesimi sentimenti con cui noi preti andammo a celebrare la nostra prima Messa. “Medita ciò che fai [...] medita ciò che offri [...]medita a chi e di che cosa parli. [...] «tutto si faccia tra voi nella carità» (1 Cor 16, 14)” . Ripeteremo, nei gesti e nelle parole, la Santa Cena dalla quale vogliamo uscire forti del Corpo di Cristo, cristiani e sacerdoti, profeti e signori della nostra vita.

Orientare alla Pasqua il tempo che viene

Questa Veglia prelude il nuovo giorno di Pasqua che ci responsabilizza e ci fa percepire l’attesa. Noi cristiani siamo all’altezza di collaborare a costruire una visione dell’uomo e del mondo, diversa da quella della società devastata dal micro organismo cinese, che ha fatto strage non solo di persone, ma anche degli equilibri mondiali, delle filosofie del benessere, della presunta superiorità dell’Occidente, più attenta all’economia che alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale e le menti più illuminate presagivano il cambiamento d’epoca, la profezia di Giovanni Battista Montini, poi Papa e ora Santo, ritenne che il nuovo non potesse nascere se non dalla formazione delle coscienze, dallo studio e dalla preghiera che responsabilizza e induce ciascuno a mettere i propri talenti al servizio del bene comune.

In questa Terra d’Arezzo, a Camaldoli furono predisposti i semi di una società ispirata al Vangelo. Alla fine della guerra eravamo tanto poveri, come forse noi più anziani dovremo ricordare ai più giovani.

Pur in un vivace dibattito politico, ascoltando maggioranze e opposizioni, ci rialzammo e uscimmo dal buio. Quei valori, elaborati e condivisi oltre settanta anni fa, vanno rivitalizzati con l’impegno di tutti. È il tempo che noi Ministri Ordinati rinnoviamo l’entusiasmo dei momenti migliori della nostra storia personale, valorizziamo il laicato, favorendo i Ministeri che il Sinodo diocesano ci ha predisposto. La Chiesa aretina non vuole fare da spettatore, ma si dispone ad essere attore comprimario della società in cui vive.

Tocca a noi, che abbiamo la Grazia dell’appartenenza attiva alla Chiesa, far sì che questa Pasqua sia l’occasione propizia, la riflessione giusta per rimettere le mani all’aratro e fare la parte nostra, pur con sacrificio, puntando al bene di tutti.

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