menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay

I rastrellamenti, gli spari e il grande fuoco. L'eccidio di Cavriglia e i 200 morti dimenticati durante la Guerra Fredda

Lo scrittore e giornalista cavrigliese Filippo Boni ripercorre una terribile pagina di storia attraverso il libro Muoio per Te

Wolf, capitano della divisione nazista Hermann Göring, mentre pianificava gli attacchi a Civitella, San Pancrazio, Cornia, Meleto, Castelnuovo, Massa Sabbioni e San Martino, ascoltava il De profundis di Mozart. Quella melodia così perfetta riempiva l'aria di una delle stanza di villa La Costa, abitazione in prossimità di Bagno a Ripoli allora trasformata in centro di comando. Una scena agghiacciante che Filippo Boni, nel suo libro Muoio per te (edito per Longanesi) tratteggia con una precisione feroce, pulita e straordinaria. Nel suo ultimo lavoro, lo scrittore e giornalista di Cavriglia, ripercorre i tragici eventi che si sono registrati nella sua terra natale nel 1944 quando, le truppe divisione nazista Hermann Göring massacrarono 192 abitanti maschi del cavrigliese.

"Il libro - racconta Boni - è frutto di un lungo lavoro di ricerca e ricostruzione. Mio nonno è stato uno dei pochi a salvarsi dall'incursione nazista a Castelnuovo dei Sabbioni. Suo padre, il macellaio del paese, venne ucciso durante quei terribili fatti. In punto di morte, nel 1996, mio nonno Giuseppe Boni mi affidò un suo manoscritto dove, per anni, aveva annotato ciò che ricordava di quella tragedia che aveva così profondamente segnato la sua vita e quella della mia famiglia. Io allora avevo 16 anni ma decisi di dare voce a quei fatti". 

Così nasce il romanzo. Un'opera meticolosa che apre una finestra su uno spaccato di vita dove le storie di uomini, donne e bambini si legano a quella dell'altro grande personaggio del racconto: la miniera di lignite di Castelnuovo. Da sempre considerata centro dalla grande importanza strategica, logistica ed economica, la miniera nel libro assume delle fattezze quasi umane, un gigante sotterraneo che pretende per sé il sudore, il sangue e la vita di chi lo incontra. È qui che la popolazione lavora, intreccia relazioni ed è all'interno delle sue gallerie che trova sia la morte che la salvezza.

"Ripercorrere questi fatti non è stato semplice - spiega ancora Boni - sarei felice se questo libro venisse letto dalle giovani coppie, dagli studenti e dalle nuove generazioni. Sarebbe bello potesse offrire loro uno spunto di riflessione su quella che è la nostra storia affinché essa non venga mai dimenticata".

Il progetto Saidenraupe

Rastrellare ogni casa, predare, incendiare e alla fine uccidere ogni singolo uomo lasciando liberi donne, vecchi e bambini. Un modus operandi semplice quanto micidiale che avrebbe consentito, una volta per tutte, di far comprendere l'inutilità di ogni forma di resistena. "Un'attività di bonifica", definì il capitano Wolf, dove ad essere "sanati" sono state comunità di minatori, contadini, lavoratori. Gente comune il cui unico errore fu quello di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. "Vi stiamo dando una lezione che le vostre comunità ricorderanno per secoli". Mai parole furono più profetiche. Le comunità sopracitate, a distanza di 77 anni da quei giorni, ancora oggi avvertono distintamente il dolore di una cicatrice mai del tutto sanata. Il progetto di sterminio messo in atto da Wolf e dai suoi uomini venne identificato dallo storico Carlo Gentile come il piano Saidenraupe (Baco da seta in tedesco). Il programma venne messo in atto tra il 29 giugno e l'11 luglio e che costò la vita a oltre 300 civili residenti nei comuni di Civitella, Bucine e Cavriglia. Grazie allo studio dei fascicoli giudiziari aperti negli anni post bellici riguardanti i massacri e alla memorialistica recuperata, venne constatato con sicurezza che "anche per la strage di Cavriglia (unita a quella di Civitella dal progetto Saidenraupe) le truppe naziste misero in atto la cosidetta politica della guerra ai civili applicata in altri grandi teatri di eccidio come Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto, Vallucciole". La strage di Cavriglia "considerati i civili massacrati in Italia per singoli comuni tra il 1943 e il 1945 è la quarta dopo quelle di Monte Sole, Sant'Anna di Stazzema e delle Fosse Ardeatine"

Giorni di sangue quelli vissuti nell'estate del '44. Gli ostaggi sia a Castelnuovo che a Meleto, dopo essere stati radunati, vennero prima trivellati da raffiche di mitragliatrice e poi ammassati l'uno sull'altro e incendiati. Alcuni di essi, probabilmente, non moriro a causa dei proiettili ma arsi dalle fiamme. Una mattanza di cui "si è parlato sempre troppo poco" come sostiene Filippo, e che negli anni successivi al conflitto ha spaccato in due la memoria di quelle terre, troppo ferite e troppo straziate dalla brutalità.

L'insabbiamento e la riscoperta

Gli eccidi per lungo tempo sono stati accantonati - letteralmente accantonati - all'interno "dell'armadio della vergogna". All'interno del mobile vennero riposti centinaia di faldoni contenenti la documentazione raccolta dalle autorità italiane nelle inchieste aperte contro i responsabili delle uccisioni avvenute nel periodo del secondo conflitto, sull'intero territorio nazionale. Una mole impressionate di carte riguardanti fatti ed episodi avvenuti in tutta la Penisola. Il materiale riguardante il comune valdarnese venne riportato alla luce soltanto nel 1994 grazie al lavoro di persone come il soldato del 13° corpo d’armata alleato Maurice Goran Nash, cittadino onorario di Cavriglia e morto a causa del Covid all'età di 96 nel gennaio del 2020. Nash negli anni '90 "memore del suo passaggio a Castelnuovo alla fine della seconda guerra mondiale, scrisse al Comune dimostrandosi interessato a collaborare". Nacque così una collaborazione che portò Nash a recuperare i fascicoli d’inchiesta sui crimini commessi nel territorio italiano dai nazifascisti. L’insabbiamento del materiale è da riconodurre ad una precisa volontà del governo italiano dell'epoca di non guastare i rapporti con la Germania federale negli anni della guerra fredda. Purtroppo il ritrovamento delle carte riguardanti il caso di Cavriglia non portò ad alcun processo in quanto non venne trovato in vita nessuno dei responsabili dell'eccidio. 

"La guerra ai civili, oltre che militare, si fece così anche ideologica e razziale e obbligò la Toscana a pagare un prezzo molto alto prima della Liberazione".

La presentazione del libro

Video a cura di Atlantide Audiovisivi per Arezzo Passioni Festival

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

ArezzoNotizie è in caricamento