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Torturato e poi gettato in un fosso. Pio Borri, il grossetano che voleva liberare Arezzo

Aveva 20 anni quando venne ucciso dalle truppe naziste. Studente di legge, si unì alle truppe partigiane attive in Casentino dopo aver abbandonato il servizio di leva. Prima venne catturato, poi torturato e infine ucciso

“Mamma”. Erano le sei del mattino. Sussurrò il nome di sua madre come una preghiera. “Mamma”, di nuovo. Un respiro ancora e poi nulla. L'alba arrivò accolta solo dal ronzio ovattato della neve. Pio Borri aveva 20 anni. Studiava legge all’università e da grande sognava di vivere in un mondo dove nessuno avrebbe più avuto paura di esprimere le proprie idee. Nato a Grosseto, ad Arezzo era arrivato subito dopo l'estate per il servizio di leva. Avrebbe dovuto entrare a far parte delle milizie fasciste ma, dopo l'armistizio di Cassibile decise di abbandonare il reparto in cui era stato inviato e rifugiarsi in Casentino. Qui entrò a far parte della formazione partigiana Vallucciole. In pochi giorni, riuscì a raggruppare militari sbandati e civili formando due gruppi di resistenti. Poche settimane dopo, mentre scortava un autocarro che, da Arezzo, avrebbe portato viveri e rifornimenti alle bande partigiane operanti nella zona, incappò in un posto di blocco tedesco. Venne catturato. Morì l’11 novembre del 1943 ucciso dalle truppe nazifasciste dopo essere stato torturato per ore intere. Secondo il referto autoptico, la morte venne provocata da una “ferita di arma da fuoco esplosa in corrispondenza della regione scapolare sinistra (foro entrata) e della regione precordiale (foro uscita)". Ossia fu colpito alle spalle. Era l’una di notte e il suo corpo venne lasciato in un fosso in mezzo alla neve a pochi passi da Stia, nei pressi di Molin di Bucchio. Soltanto alcuni giorni dopo l'accaduto, il corpo venne trovato e trasportato ad Arezzo nella chiesa della Misericordia dove venne vegliato dalla sola madre, perché nessuno si poteva avvicinare per la continua sorveglianza dei fascisti.

Pio fu il primo partigiano a morire in terra d’Arezzo. A lui venne intitolata la 23esima brigata Garibaldi, organizzazione che assunse il ruolo di comando militare per le numerose bande partigiane che si costituirono nell’Aretino e della quale hanno fatto parte anche: Arioldo Arioldi, Dušan Bordon, Rado Bordon, Eugenio Calò, Athos Fiordelli, Bruno Fognani, Eduino Francini, Renato Gallini, Vasco LisiLicio Nencetti, Albano Meazzini, Orlando Pucci, Angelo Ricapito, Piero Sadun e Mario Sbrilli.

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“Organizzatore della prima formazione partigiani dell'aretino sempre volontario nelle azioni più rischiose, caduto in una imboscata, rispondeva prontamente con il fuoco della sua arma al nemico che gli intimava la resa. Colpito gravissimamente al petto, catturato e sottoposto ad atroci torture teneva contegno superbo e spavaldo rifiutando ogni delazione. Gettato per disprezzo nella neve, quindi esalava l'ultimo respiro, con sulle labbra il nome della madre e quello della Patria. Bellissima figura di patriota e di martire della libertà”.

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