Due sposi, un partigiano e un contadino: quattro vite spezzate, Monte San Savino ricorda

L'appuntamento è per venerdì 28 giugno al Cassero in piazza Gamurrini a Monte San Savino

Giovanni Cau e Helga Elmqvist

Sarà un pomeriggio dedicato al ricordo di vite spezzate da quella violenza che, durante la seconda guerra mondiale, travolse anche il territorio aretino lasciando delle ferite così profonde e così dolorose da essere ancora ben visibili sulla pelle. 

E' in calendario per venerdì 28 giugno alle 17 in punto l'incontro organizzato dall'associazione “Civitella Ricorda” con la collaborazione del comune di Monte San Savino. 

"Si parlerà - spiegano gli organizzatori - di un frammento della terribile storia di quel territorio nella seconda guerra mondiale e dello stragismo nazista che la caratterizzò".

Dopo l'introduzione da parte del sindaco Margherita Scarpellini, saranno Ivo Biagianti, Christiane Khol, Giovanni Romanelli e Enzo Gradassi a raccontare la storia di Luigi Carletti, Lorenzo del Bellino e dei coniugi Giovanni Cau ed Helga Elmqvist.

"Monte San Savino ricorda": appuntamento al Cassero

Vite spezzate, interrotte, distrutte.
Ciascuna delle storie ricostruite, e che saranno ripercorse nell'incontro di venerdì, è stata sbriciolata proprio sul finire del mese di giugno fino ad arrivare ai primi di luglio.

A Serarmonio, sulla via che va da Monte San Savino a Palazzuolo, si era stabilita verso la fine di giugno 1944 la Feldgendarmerie tedesca ed aveva installato nella villa dei Carletti quella che possiamo ritenere la sua “Villa triste”, come quella che i fascisti avevano organizzato a Firenze in funzione antipartigiana. 

villa-carlettiÈ lì che il criminale nazista Heinz Barz, capitano della Wehrmacht, l’ufficiale nazista che svolse un ruolo di primo piano nella programmazione e nell’esecuzione delle stragi di Civitella, Cornia e San Pancrazio, faceva portare gli arrestati. Ed è lì che i nazisti conducevano i loro interrogatori. Violenze e sevizie, come venne accertato dagli investigatori inglesi del SIB (Special Investigation Branch) che, a partire dall’estate 1944 - all’indomani di quei tragici eventi - condussero una vasta indagine avvalendosi anche della collaborazione dell'Arma dei carabinieri italiani: decine e decine di testimoni vennero chiamati a riferire i fatti e a contribuire ad individuare i responsabili. Era la materia prima di un possibile processo che non si celebrò e che venne tenuto nascosto nell’ormai celebre “armadio della vergogna”. Il processo sarebbe poi stato avviato a La Spezia, soltanto 58 anni dopo, quando gran parte dei responsabili erano ormai deceduti.

A Villa Carletti venne portato Lorenzo Del Bellino, arrestato mentre lavorava sul suo campo e che forse non comprese nemmeno ciò che gli veniva chiesto dai tedeschi e dunque non dette loro risposte soddisfascenti riguardo la cosiddetta battaglia di Montaltuzzo: dopo le sevizie venne portato a Monte San Savino ed impiccato ad un lampione.

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«Aveva la faccia malamente contusa, i vestiti erano strappati e sembrava che l'avessero picchiato duramente» disse una testimone agli investigatori inglesi; e un altro: «Un caporale tedesco piazzò una scala contro un muro, ci montò sopra e fece passare una corda sulla traversa di un lampione. Poco dopo, ad un segnale del caporale, arrivò un camioncino leggero coperto, dal quale scesero un soldato tedesco ed un civile italiano, trentadue anni circa, scalzo, le mani legate dietro la schiena. Il civile venne fatto sedere per terra e un capo della corda gli fu passato intorno al collo, poi venne fatto un cappio. Allora tre soldati tedeschi tirarono la corda finché i piedi dell'uomo si staccarono da terra. Poi assicurarono il capo della corda alla traversa del lampione e lasciarono l'uomo impiccato. Un soldato inchiodò una tavoletta sul muro dietro al corpo. C'era scritto: "Così muoiono i partigiani di Cornia". Il corpo rimase appeso per due giorni».

cau-2Nella stessa villa vennero condotti i coniugi Cau, arrestati a Gebbia ed accusati di spionaggio a favore dei partigiani: il capitano Barz era stato avvisato, e dunque sapeva benissimo che la signora Cau, al secolo Helga Elmqvist, era di nazionalità svedese e dunque godeva di immunità in base ai trattati fra Germania e Svezia. Eppure, dopo serrati interrogatori e maltrattamenti, la fece fucilare assieme al marito, il professor Giovanni Cau. E quando il suo comandante gli disse che avrebbe dovuto rilasciarla, era troppo tardi, perché l’esecuzione era già avvenuta, nella fretta del ritiro tedesco sull’incalzare dei primi reparti alleati. Così – forse per coprire ogni “macchia” dalla propria carriera militare – fece nascondere i due corpi sotto la sabbia della Fornace Focardi, dove vennero rinvenuti, casualmente, solo nel 1950 ed identificati dai parenti.

Luigi Carletti, invece, era proprio un partigiano: era inquadrato nel “Raggruppamento Monte Amiata” ed era il figlio dei proprietari della villa, che erano, di fatto, sequestrati in casa propria. I tedeschi lo presero intorno al 28 di giugno, proprio nei pressi dell’abitazione.
Per i nazisti non ci fu bisogno di alcun processo: il giovane venne assassinato nel bosco di San Leolino, a poche centinaia di metri dalla villa, e nascosto fra la vegetazione, dove venne ritrovato solo 9 giorni dopo, quando i tedeschi se ne erano andati.

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