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Vede le figlie attraverso il vetro e riprende a curarsi. Malata di Covid salvata dalla "finestra degli abbracci"

Gioconda, 73enne, dal 3 novembre è ricoverata al San Donato. Aveva iniziato a rifiutare le cure poi i medici le hanno portato il letto davanti alla finestra per poter rivedere la figlie

Per Gioconda quel letto di degenza Covid, dove si trova da oltre 40 giorni, era diventato una prigione. La malattia, la solitudine e quella completa assenza di contatto con i propri cari erano diventati un peso troppo grande da sopportare. Così ha iniziato a rifiutare cibo e medicine decisa a lasciarsi morire. Una scelta estrema alla quale medici e sanitari hanno risposto spostandole il letto di fronte alla finestra. Da lì è riuscita a riabbracciare con lo sguardo Manuela e Maura, le sue due figlie. Un intervento semplice ma dalla potenza enorme. Sì, perché dopo aver visto i volti delle "sue bambine" Gioconda ha deciso di andare avanti e lottare per stringerle di nuovo a sé.

"Rifiutava il cibo e le medicine, si strappava gli aghi - ricorda Danilo Tacconi, direttore di malattie infettive. Dal punto di vista medico stava meglio ma non potevamo curarla se lei rifiutava tutto. Abbiamo quindi alzato il telefono e abbiamo parlato con una delle due figlie. Le abbiamo raccontato cosa stava accadendo e proposto di vedere sua madre attraverso i vetri della finestra. Il nostro reparto è a piano terra e quindi l'operazione era piuttosto semplice da realizzare. Lo abbiamo fatto. Adesso Gioconda ha accettato di riprendere a mangiare e a curarsi".

È una storia soprattutto di speranza e forza di volontà quella che arriva dal reparto della malattie infettive dell'ospedale San Donato di Arezzo. Qui la donna, 73 anni, si trova da quasi due mesi e combatte la propria battaglia contro il Covid. Prima era stata ricoverata in terapia intensiva dove i medici, a causa delle sue fragili condizioni di salute, l'avevano intubata per 6 giorni per poi farle indossare il casco per la respirazione. Successivamente è stata trasferita in malattie infettive con polmonite e sepsi.

"Non so come ho fatto a non mettermi a piangere quando ho visto la mamma - racconta Manuela, una delle due figlie - Si è sentita male i primi di novembre. Lei abita al piano sotto al mio. Aveva cominciato ad avere i sintomi dell'influenza e qualche giorno dopo l'ho trovata in casa priva di sensi. Aveva vomito, diarrea, febbre alta e non mi riconosceva. È stata quindi ricoverata. Avevo passato con lei le tre notti prima del ricovero e mi ero ammalata anch'io. I medici del San Donato hanno dimostrato sempre tanta umanità. Una dottoressa ci ha anche detto che seguivano la nostra come se fosse la loro mamma. Ma nonostante questo, in questi 40 giorni, abbiamo capito che lei stava sempre peggio. Per cinque volte ha rischiato di morire e per altrettante io e mia sorella Maura abbiamo pensato che avremmo dovuto organizzare il funerale. Abbiamo immaginato il dolore della mamma, la sua insofferenza al casco, il suo sentirsi sola. Prima del suo ricovero una delle sue domande frequenti era: chi si prenderà cura di me quando starò male? Il momento era arrivato e noi non potevamo essere con lei".

La vita di Gioconda non è stata mai facile. "È vedova da 22 anni e mio padre è morto dopo una lunga e dolorosa malattia. Mia mamma si è sempre fatta forza. Ha avuto cura di tutti i miei nonni, anche loro colpiti da malattie e infermità. Si è occupata dei suoi genitori e dei suoi suoceri. È stata un punto di riferimento per amici e vicini. Ha cresciuto me e Maura con amore ed è una nonna straordinaria per sua nipote".

Le sue ragazze si sono recate di fronte a quella che medici e infermieri di malattie infettive chiamano la "finestra dell'abbraccio" da dove, attraverso messaggi e con la loro presenza, sono riuscite a darle conforto. 

"Non potevo entrare e parlare con la mamma. Su dei fogli le abbiamo scritto che le vogliamo bene e che ci manca. Li ho accostati al vetro della finestra. Nei suoi occhi ho visto il dolore e la paura. Spezza il cuore lasciare sola una persona che si ama quando sta male e rischia di morire. Lo so che non ci sono alternative e io non posso che ringraziare i medici per quello che hanno fatto e stanno continuando a fare. Non solo per la mamma ma anche per noi figlie, permettendoci di vederla anche se da una finestra".

"In questi mesi - ricorda Danilo Tacconi - le abbiamo veramente provate di tutte con i nostri pazienti. Telefoniamo ogni giorno ai familiari, li teniamo informati, cerchiamo di contenere la loro ansia. Quando ci sono le condizioniorganizziamo contatti con gli smartphone e i tablet. La "finestra dell'abbraccio" è una soluzione semplice e sicura che abbiamo messo in atto in relazione alla situazione assolutamente particolare di questa paziente. Stiamo seguendo il dibattito nazionale sulla possibilità di far accedere i parenti all'interno delle degenze Covid ma i problemi sono molti. Di sicurezza ma anche organizzativi perché sarebbe necessario far indossare tutti i dispositivi di protezione e questa è una procedura che deve essere accompagnata da personale esperto".

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