"Vi spiego cosa non funziona all'ospedale San Donato"

Intervento del dottor Fabrizio Magnolfi, già primario della Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva

Riceviamo e pubblichiamo dal dottor Fabrizio Magnolfi, già primario della Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, direttore del Dipartimento di Medicina Specialistica della Usl 8 di Arezzo e poi direttore dell’area funzionale di Medicina Specialistica della Azienda Usl Toscana Sud Est.

"Non essendo candidato alle prossime elezioni comunali, pur avendo espresso pubblicamente la mia simpatia ed il mio apprezzamento per Alessandro Ghinelli, mi sento libero di esprimere alcune considerazioni in tema di sanità. Perché proprio adesso? Perché in questi giorni di dibattito elettorale il livello di attenzione verso i problemi sanitari è massimo e il momento è irripetibile.

Intanto bisogna avere ben chiaro che la salute non è né di destra né di sinistra. E’ un bene, il bene supremo, che interessa e riguarda tutti, indistintamente, senza barriere ideologiche. Le buone idee superano ogni appartenenza politica. Non si lasciano imbrigliare da tatticismi o da giochi di potere.

In terra di Arezzo abbiamo un disperato bisogno di un ospedale forte in un territorio altrettanto forte.

Quando parliamo di ospedale forte intendiamo un ospedale vicino al cittadino, di cui interpreta e soddisfa i bisogni. Un ospedale di cui ci dobbiamo riappropriare restituendogli quella dignità e quella centralità che la costituzione di un’Azienda sanitaria troppo grande ha fatto perdere. Un ospedale potenziato con le più moderne apparecchiature e dove operano professionisti eccellenti. Un ospedale rivisitato dal punto di vista edilizio, che cancelli gli errori sia progettuali che organizzativi compiuti fino ad ora.

Tutti sappiamo da anni che il San Donato è saturo, non riesce ad accogliere nuove attività. Tutti sappiamo che le sale operatorie così come quelle di terapia intensiva e subintensiva sono insufficienti e dovrebbero essere strettamente collegate alle aree di degenza chirurgica. Quale dignità possiamo riconoscere al paziente da operare, che dal reparto di degenza deve essere trasportato con il letto attraverso lunghi corridoi alle sale operatorie incrociando visitatori occasionali che lo guardano con imbarazzo?

L’ospedale è ingolfato da tutta una serie di unità operative che non hanno alcuna ragione di stare lì, perché non riguardano il ciclo delle cure. Si tratta per lo più di uffici, che possono benissimo trovare sede in altro luogo. Gli stessi ambulatori per la libera professione intra-moenia perché devono proprio essere collocati all’interno dell’ospedale?

Bisogna assolutamente recuperare questi spazi, sia per ampliare alcune unità operative oggi in sofferenza, sia perché possono tornarci utili se dovesse ripresentarsi una nuova emergenza sanitaria quale l’epidemia da coronavirus. Perché sarebbe vergognoso ripetere lo scempio degli scorsi mesi, quando si sono create due categorie di pazienti, quelli di serie A, cioè covid 19 positivi e quelli di serie B covid 19 negativi. Questi ultimi si sono visti preclusi l’accesso a tutti i servizi ospedalieri, e quindi a visite specialistiche, ad esami strumentali, a ricoveri programmati e ad interventi chirurgici. Si muore solo di coronavirus?

L’ospedale San Donato è proprietà di tutti i cittadini aretini, perché tutti hanno contribuito attraverso il volontariato e grazie al Calcit in particolare a dotarlo delle più sofisticate tecnologie, spendendo energie, mettendosi a disposizione per mercatini estenuanti o lasciando generose donazioni. Quindi i cittadini pretendono a ragione che funzioni. Non ammettono ad esempio che le liste di attesa siano così esageratamente lunghe. Perché la Regione Toscana e quindi anche l’Azienda Usl insiste a cercare di risolvere questo annoso problema solo chiedendo ai medici ospedalieri di lavorare qualche ora in più con minimo pagamento aggiuntivo? Ed è per lo meno sospetto il ricorso a questo escamotage soprattutto in periodo elettorale. Il problema così non si risolverà mai. Bisogna agire soprattutto sulla domanda esercitando un controllo puntuale sulla appropriatezza prescrittiva e bisogna essere tutti quanti sufficientemente onesti da rispettare le regole delle classi di priorità di accesso. E se tutto ciò non è sufficiente, bisogna esigere finanziamenti adeguati per assumere personale e per acquistare le apparecchiature necessarie.

E poi basta con gli spostamenti dei pazienti da un ospedale all’altro per eseguire esami strumentali anche semplici come una gastroscopia o una Tac addominale e per eseguire interventi chirurgici piccoli o grandi! Gli esami e gli interventi chirurgici debbono essere fatti in loco salvo rare eccezioni, salvaguardando le preferenze e le esigenze del cittadino. I cittadini aretini non si meritano di essere trattati come palline da ping pong ed essere sballottolati di qua e di là. Possibile che non si riesca mettere fine al triste spettacolo del paziente con la valigia?

Ma rafforzare l’ospedale non basta. Bisogna rafforzare anche il territorio e bisogna che ospedale e territorio si parlino, che comunichino. Può sembrare incredibile ma ospedale e territorio hanno comunicato poco negli ultimi anni. Anzi in certi momenti sembra che siano in competizione. Eppure entrambi (ospedale e territorio) si occupano dello stesso paziente e dovrebbero mirare a perseguirne la guarigione ed il benessere. Non esiste neppure un sistema informatico che renda consultabile la storia clinica del paziente sia fuori che all’interno dell’ospedale.

Il rafforzamento del territorio passa soprattutto attraverso una rivisitazione delle Case della Salute, che vanno riempite di contenuti e non lasciate a vivacchiare come scatole vuote.

Intanto bisogna dare alle Case della Salute una sede con un’estensione tale da consentire l’aggregazione non solo dei Medici di Medicina Generale ma anche dei Pediatri di Libera Scelta e degli specialisti, almeno di quelli più richiesti. E bisogna dotare queste strutture anche di una strumentazione di base molto semplice che consenta loro di fare da filtro nei confronti degli accessi ospedalieri. In questa sede bisogna facilitare la vita del cittadino, evitandogli spostamenti e lunghe attese. Nelle Case della Salute deve esserci quindi anche una postazione CUP e un centro prelievi di sangue. Gli infermieri, gli amministrativi, gli operatori sociali dovrebbero avere gli strumenti per garantire una presa in carico del paziente a tutto tondo, sicura ed efficace, aiutando il medico a liberarsi delle pastoie burocratiche.

Le Case della salute così rivisitate dovrebbero crescere di numero e gestire anche altri importanti servizi sul territorio, quali le cure domiciliari per anziani e disabili attraverso il potenziamento della presenza infermieristica.

Questa è la sanità che vorrei e mi auguro che, con l’impegno del sindaco Ghinelli, dell’Azienda Usl e di tutti i cittadini aretini, si possa realizzare".

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