Se n’è andata Luisa, coraggiosa e inarrestabile staffetta partigiana

Il ricordo di Enzo Gradassi, autore e appassionato conoscitore di storia locale, che rende omaggio alla signora Ballocci, storico volto della resistenza aretina

Una giovanissima Luisa Ballocci negli anni della Resistenza

Nella notte di Pasqua è mancata Luisa Ballocci, insegnante, una splendida figura di donna colta e schiva che ho avuto il privilegio di conoscere parecchi anni fa, staffetta partigiana nei mesi del passaggio del fronte nel nostro territorio e che ha attraversato la propria vita con inconsueta sobrietà, mantenendo il proprio impegno nell’Anpi

Vedova di Dario Tenti, indimenticato organizzatore culturale, artista, insegnante e ideatore, prima del “Premio Arezzo di pittura” e poi della “Galleria Comunale d’Arte contemporanea”, Luisa era nata a Trequanda il 15 novembre 1933 da Luigi, sindacalista socialista e perseguitato politico lui e da Giuseppina Dini, insegnante elementare lei. Era sorella di Raul, comandante partigiano dell’VIII Banda Autonoma del “Raggruppamento Monte Amiata”, di Ernesta (Nenne) e Silvia di qualche anno più grandi di lei.

Raul lavorava all’Annona, l’autorità comunale preposta ai mercati e, dopo l’8 settembre 1943, sfuggì per puro caso, alla deportazione: fermato da un tedesco alla stazione di Arezzo come renitente alla leva, venne condotto sotto la minaccia delle armi, a Firenze, dove riuscì a scappare e a tornare a Pergine, dove era allora sfollata la famiglia.

Ma, come tributo di affetto, è a Luisa che voglio lasciare la parola per raccontarsi con la freschezza e l’intensità che non riuscirei ad avere. 

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Luisa Ballocci in una delle ultime interviste rilasciate a Enzo Gradassi

“Raul assieme ad altri ragazzi della sua età, tutti renitenti alla leva, si ritirò nei monti, nelle montagne di Montelucci, sopra Pergine, dove restarono circa un mese: praticamente si organizzarono nel frattempo. Noi cominciammo ad andare a portargli da mangiare tutti i giorni, le coperte quando ne avevano bisogno. Stavano in un capanno di frasche. Dopo un mesetto si trasferirono in Pratomagno, perché lì non era più molto sicuro.

Insieme a Silva si andava in giro per la campagna a comprare le uova, la ricotta, la verdura... (allora ci si riforniva dai contadini direttamente), così la gente di Pergine era abituata a vederci sempre in giro...

Si cominciò a fare le staffette. La sera da mia mamma capitavano sempre delle persone che venivano a lezione per prendere la licenza di terza elementare.

Lei riceveva delle missive e le consegnava a mia sorella che provvedeva, assieme a noi più piccole, alla consegna. Il tragitto era Pergine-Pieve a Presciano-Badia Agnano. Ma quasi arrivate a Badia Agnano, si svoltava in una strada di bosco che arrivava ad un casolare chiamato San Donato dove c’erano famiglie contadine che tenevano i partigiani, che li ospitavano. A loro si portavano queste missive. Saranno stati sette-otto chilometri da Pergine: si andava e si tornava tutto a piedi.

La mia mamma ci aveva fatto una tasca di stoffa chiusa con un bottone che, con una nastro poteva essere legata in vita e contenere i messaggi.

Poi Silva dovette smettere, perché le camicie nere fasciste che pattugliavano il paese ci seguivano. Noi non ce ne eravamo accorte, ma i contadini – che vedevano e sapevano tutto – si. Uno di loro andò dalla mia mamma e disse “Guardi non è il caso che mandi la Silva fuori il pomeriggio perché le camicie nere la seguono”.

E allora si continuò noi: io, la Nenne e il cane. Questo succedeva due-tre e talvolta quattro volte la settimana. Lo abbiamo fatto decine e decine di volte. Per un mese e mezzo l’ho fatto anche da sola: io e il mio cane, perché Nenne, che era più gracilina si ammalò.

Perché dico che noi eravamo coscienti di quello che facevamo?

La mia mamma ci aveva raccontato e spiegato tutte le sofferenza... questa impossibilità del mio babbo di avere un lavoro remunerativo, tutte le ingiustizie che le famiglie meno abbienti subivano nei confronti di quelle ricche: ci aveva detto che la stessa occupazione tedesca era il modo per tenere l’Italia sottoposta ai voleri di Hitler.

Dunque sapevamo di svolgere un lavoro illegale e rischioso.

Fin dall’inizio mi era stato raccomandato di non aprire mai le missive, a rischio della vita di tante persone. Persone che facevano questa lotta importantissima per il nostro paese.

La mamma diceva che non dovevamo sapere niente. Quindi questo è stato fatto senza nessun merito, senza nessun merito personale: certo i ragazzi che a vent’anni scelsero invece di imbracciare il fucile fu una cosa molto diversa... o le donne che proteggevano e curavano i partigiani quando erano feriti, o quelle che nascondevano i prigionieri, quelli evasi dai campi di concentramento: quelle rischiavano la vita. Ne ricordo ancora uno che si chiamava Smith. Quasi in ogni famiglia ce n’era uno, famiglie di contadini. Specialmente quelle vicino al bosco, perché scappavano e si nascondevano nel bosco...

Queste donne meravigliose: ho visto il senso della solidarietà, anche perché loro speravano proprio che quello che loro facevano per questa gente fosse stata la stessa cosa che le donne di paesi lontani facessero per i loro figli o per i loro mariti. Quante volte glielo ho sentito dire!

Un grande ricordo è quello dei giorni della liberazione: una grande gioia. Eravamo tornati a Pergine, in paese e ci hanno detto “Arrivano gli inglesi, arrivano gli inglesi”. Tutti fuori nella strada ad acclamare questo esercito che noi sentivamo proprio come liberatore. Non facemmo in tempo a godere proprio niente perché da Montozzi, nella collina, tre-quattro tedeschi con un cannone cominciarono a bombardare il passaggio dei carri armati inglesi. Però questo bombardamento avveniva sulle case di Pergine! Allora via, tutti in cantina, per otto giorni, senza quasi respirare, perché il cannoneggiamento fu terribile. Alla fine gli inglesi, con molta calma, mandarono un loro caccia a snidarli.

Per primi arrivarono gli inglesi, poi arrivarono gli indiani ed anche i sudafricani, fra i quali anche qualche nero (io non li avevo mai visti), poi i polacchi.

Poi passarono anche gli ebrei della Brigata ebraica, che stettero un mesetto a Pergine. Tanto è vero che mia sorella Silva conobbe un ragazzo, che poi sposò l’anno dopo quando ritornò e poi si trasferì con lui in Israele”. 

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Alla famiglia e ai figli un abbraccio riconoscente.     

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