"Tutto chiuso dopo il decimo contagio". L'emergenza Covid in Slovacchia raccontata da un aretino

La fotografia è quella scattata da Simone: "L'emergenza non è stata sottovalutata ma le previsioni, anche qui, non sono fanno ben sperare"

Da tre anni Simone Gambini vive insieme alla famiglia a Dlhà Nad Váhom, piccolo centro di 900 anime della Slovacchia situato nella regione Nitra, a circa 60 chilometri da Bratislava. Un minuscolo angolo dell’est Europa  che, come il resto del mondo, è stato toccato dall’emergenza sanitaria Covid-19.

“Ho lasciato Arezzo - racconta - per esigenze di carattere familiare. Mia moglie è nata qui e così, insieme alle nostre figlie, abbiamo scelto qualche tempo fa di trasferirci. Viviamo in un luogo straordinario e abbiamo trovato una nostra stabilità. Certo, negli ultimi giorni le cose sono cambiate anche per noi”.

Attualmente in tutta la Slovacchia si contano circa 260 casi di Coronavirus. Una cifra contenuta se paragonata a quella italiana e simile a quella della sola provincia di Arezzo, dove in quindici giorni, sono già stati riscontrati un numero di casi simile. Ma nonostatnte questo, e in rapporto alla popolazione residente che conta 5 milioni di abitanti, ecco che i timori hanno iniziato a prendere sempre più corpo. Le preoccupazioni principali del governo slovacco riguardano soprattutto la stabilità e la tenuta di quella che è la rete sanitaria e ospedaliera. Ed è per questo che, già da prima del boom di casi in Italia, erano state prese misure severissime di protezione e contenimento.

“Dopo aver riscontrato il decimo caso di contagio - spiega Simone - il governo ha disposto la chiusura di tutto. Scuole, uffici, negozi. Ci siamo dovuti organizzare da subito per continuare a vivere nella maniera più normale possibile. La più grande delle mie figlie, ad esempio, ha da poco iniziato il primo anno di scuola e segue le lezioni attraverso piattaforme online. Per quello che riguarda invece la mia situazione lavorativa e quella di mia moglie la gestiamo da casa nostra. Non è stato un cambiamento particolarmente devastante perché forme di smart working sono da sempre previste. In condizioni normali abbiamo già dei giorni in cui possiamo non andare in ufficio e lavorare direttamente da casa nostra”.

Ma nonostante questo, i timori per il diffondersi di un’emergenza sanitaria senza precedenti è un pensiero ricorrente. “Il governo non ha sottovalutato l’impatto - spiega - sono state prese tutte le misure necessarie da subito. In questo momento, nonostante anche qui le previsioni sui possibili contagi non siano ottimiste - parlando di 3.000 infetti entro giugno - mi sento fortunato a vivere in un paese moderno. Il mio pensiero va ai miei colleghi di lavoro che non vedo da settimane, ai miei cari in Italia e a tutti coloro che stanno dando il massimo per vincere questa battaglia”.

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