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9 maggio - Il ricordo di Aldo Moro

Redazione

9 maggio 2020, non è un giorno qualsiasi per chi si occupa di politica, intendo dire quella Bella Politica che non è urla, invettiva, odio, quella politica invece che è persuasione, coesione, ascolto, guidare il cambio e il rinnovamento sociali. Avverto i miei quattro lettori che questa nota non vuole essere nostalgia ma un omaggio al Presidente Moro e alla sua scorta e la scelta di tenere viva una fedeltà al cattolicesimo democratico e al confronto popolare. 
Mi muove una esigenza: in questo tempo terribile la Politica non può essere sciacallaggio strumentale. Ci sono quelli che per comodità descrittiva chiamo i crinali della storia: la guerra civile spagnola, la vittoria sul nazifascismo, l’assassinio di Robert Kennedy, il Cile di Allende e il golpe di Pinochet; la tragedia di Moro e della sua scorta appartiene a quei crinali, uno spartiacque nella storia dell’Italia e non solo, per le sue connessioni internazionali. Ho ricordi vivi, indelebili, di quei giorni plumbei, tutti vissuti all’interno del movimento giovanile  e della Democrazia Cristiana. Fui tra i pochi, anche nella sinistra del partito, a schierarmi per la trattativa e fu difficile per me figlio di un sottufficiale dell’Arma, scegliere il confronto duro per salvare Moro. Il Presidente e Zaccagnini erano i miei riferimenti politici e Moro era il Grande Timoniere, avvertivo che la sua scomparsa avrebbe fatto regredire i sogni, i nostri sogni di democrazia e progresso, arrestato l’incontro tra le forze popolari, la DC e il PCI. 

Il Presidente Moro seppe ascoltare noi giovani, con un mirabile discorso ai gruppi parlamentari seppe portare tutta la DC al confronto con il partito di Enrico Berlinguer, altro gigante della storia politica italiana. Moro era la politica, il suo linguaggio era articolato, raffinato, persuasivo, colto ma capace d’indicare la rotta, la lunga via delle convergenze parallele, al servizio degli interessi popolari di tutto il Paese. La scelta morotea era quella della coesione sociale, dell’attenzione a quelli che La Pira chiamava i piccoli. Penso all’ultimo incontro con Aldo Moro in piazza della Signoria  a Firenze e al profetico intervento sui Giovani e la Primavera del professor La Pira. Moro era lì accanto, prese la parola e la piazza fiorentina passò dal silenzio dell’ascolto al fragore finale di un lunghissimo corale applauso. Penso a quei giorni, a via Fani e agli agenti e carabinieri freddati dalla ferocia degli assassini ( brigatisti e forse non solo ), penso agli operai e ai cittadini delle manifestazioni popolari, penso alle nostre bianche bandiere con lo scudo crociato e a quelle rosse del PCI. 

A distanza di 42 anni, ricordiamo Moro, i suoi insegnamenti, la profondità dello studio, la pazienza dell’ascolto, il coraggio di praticare vie nuove. Talvolta, leggendo libri sul Presidente di quella DC, mi sorprende la domanda: Moro, cosa avrebbe pensato della nostra scelta di fondare il PD? Mi sovviene un sorriso malinconico, lo stesso di una foto che campeggiava nello stanzone della Margherita. Troppo grande il politico Moro, troppo piccola la politica oggi. Questi i tempi ma il percorso al PD è stata la via naturale per quei cattolici democratici intrisi della cultura morotea attenta alla coesione popolare mai populista, cresciuti nello studio del personalismo comunitario mai individualista.

Cito dal bel libro di Gino Pallotta "Moro ritratto di un leader" per le Edizioni Pisani: "Il conservatorismo come mentalità…spiega la preoccupante ripresa della destra o addirittura del fascismo in Italia. I conservatori, sosteneva Moro, non volevano che si avesse, in Italia e nel mondo, l’estensione di quella che egli chiamava l’area della dignità umana". Tanti anni fa. 
Oggi, vedo il rischio di "roghi sociali", di autoritarismo becero, di lividi sciacalli politici.
Aldo Moro tra memoria e passione politica, Moro uomo di frontiera.

Giuseppe Giorgi, consigliere nazionale PD

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