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Il rombo delle moto e il ricordo di un "gigante buono". L'ultimo saluto a Giacomo Parati

Celebrate oggi le esequie del motociclista di 41 anni morto dopo lo scontro con un'auto sabato scorso a Renzino. Grande commozione al circolo di Santa Firmina, dove erano presenti più di 300 persone

Lo avrebbe messo in imbarazzo tutto l'affetto che veniva su dal piazzale del circolo di Santa Firmina. E certo si sarebbe schermito vedendo gli amici di tanti giorni belli, nascondere le lacrime dietro gli occhiali da sole. Seduti sulle moto, i ragazzi con cui ha condiviso chilometri e chilometri d'asfalto smanettavano sulla manopola del gas, facendo rombare i cavalli per rendergli il giusto onore. Lo hanno scortato dalla camera mortuaria al luogo delle esequie e poi da lì al cimitero, quasi a non volersene separare. “Era come un fratello” ha detto uno di loro dopo che don Stefano aveva recitato l'eterno riposo. Si sono raccolti in cerchio intorno al feretro, hanno gridato tre volte hip hip urrà e si sono abbracciati forte. Poco più in là, appeso alla rete, uno striscione con un cuore e le lettere verdi rendeva omaggio al “gigante buono”.

L'ultimo saluto a Giacomo Parati si è celebrato in un pomeriggio di fine settembre, caldo come l'abbraccio che 300 persone, forse di più, hanno voluto dedicare ai genitori, alla sorella, ai familiari e alla fidanzata Chiara, che non era presente oggi ma che era abbracciata a lui nel momento in cui il destino si è messo di traverso. Una strada stretta, un'auto che svolta, l'impatto e il Ktm che vola via.

Se n'è andato così Giacomo, a 41 anni, all'improvviso, senza il tempo di salutare né di godersi l'ultima, larga fetta di vita.

“Vi chiederete perché la morte di un ragazzo così giovane?” ha ripetuto più volte il parroco dal pulpito. Ed è proprio il peso di quei “perché” senza risposta che annodava la gola e stringeva lo stomaco, mitigato solo dalla speranza che la fede, e il ricordo, possano alleviare una pena del genere.

Qua e là si scorgevano le maglie degli Arieti Rugby, sport che Giacomo amava e aveva praticato. Qualcuno indossava quelle di Aruba, dove Giacomo lavorava. C'era lutto ma soprattutto incredulità, perché nessuno avrebbe immaginato di parlare del "gigante" al passato, lui che amava le cose semplici, le giornate in giro col buon umore e che, davanti a tanta tristezza, avrebbe provato a sdrammatizzare col suo sorriso. Riuscendoci di sicuro.

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