Incarcerato perché leggeva la Bibbia. La storia di Santiago, che ora rischia di finire in strada

Santiago ha 35 anni di cui gran parte passati a scappare dalle guerre e dalle persecuzioni dei ribelli. Leggeva la Bibbia nella pausa pranzo e per questo è finito in carcere

Protezione sussidiaria. Ecco cosa ha riconosciuto il Tribunale di Roma a Santiago. Traduzione: è protetto perché se ritornasse nel Paese di origine, "andrebbe incontro al rischio di subire un danno grave". Tutto a posto? Non proprio: Santiago dovrà uscire dal centro di accoglienza di Montevarchi, gestito da 100fiori e se non entrerà nel sistema Sprar si ritroverà solo e sulla strada. Unica possibilità: trovare un lavoro e quindi potersi pagare l'affitto di casa.

La sua storia

Ma qual'é il "danno grave" al quale è esposto? Santiago ha 35 anni ed è nato in Costa d'Avorio.

"Ero impegnato in politica e sostenevo l'allora Presidente della Repubblica. Scoppiò la guerra e nel 2011 i ribelli entrarono ad Abidjan. A casa ero rimasto solo io. Mio padre era morto nel 2009 e la mamma da pochi mesi. Mio fratello era militare e viveva altrove. Con l'avvicinarsi della guerra, avevo fatto allontanare le mie sorelle e mio figlio che allora aveva 6 anni".

I ribelli entrano nella capitale e dopo due giorni, alle 11 della mattina del 1 marzo 2011, qualcuno bussa alla porta di Santiago.

"Nella mia vita non avevo fatto nulla di male. Pensavo che nessuno me ne avrebbe fatto. Già alle 10 avevo visto, dalla finestra, che per strada non c'era più nessuno. Quelli che stavano bussando alla porta avevano la mia foto e qualcuno gli aveva indicato la mia casa".

Santiago rimane fermo. Comincia ad avere paura: "il cuore mi batteva fortissimo". Fuori smettono di bussare e urlano di aprire la porta.

"Dopo 5 minuti ho aperto e mi sono trovato di fronte 8 persone con il visto coperto e il kalashnikov in mano. Uno solo non aveva armi. Anche lui era mascherato ed era lui a parlare. Non l'ho visto ma dalla voce ho capito subito chi era. Sapevo il suo nome e il suo soprannome. Lui conosceva me, io conoscevo lui".

Gli chiede dove sono le armi.

"Gli risposi che non ne avevo e che guardassero dove volevano". Un soldato alza il fucile, lo colpisce e gli spacca il naso. Perquisiscono la casa. Niente armi, solo birra. "Il ribelle che avevo davanti finì la sua bottiglia e poi la spaccò sul tavolo. Il pezzo che gli rimase in mano me lo infilò sulla schiena. Un dolore che non avevo mai provato. Caddi a terra e a quel punto cominciarono a pestarmi. Pugni e calci. Non riuscivo più ad alzarmi: ero sfinito per le botte".

Sul tavolo di casa c'è una foto: è il padre di Santiago con l'ex Ministro della Difesa. Erano non solo amici ma parenti. Un soldato prende la foto e guarda il ragazzo sul pavimento: "oggi è il tuo giorno".

Un ribelle riempie d'acqua la vasca.

"Mi sollevarono e mi trascinarono in bagno. Uno mi disse che non valevo nemmeno il costo di una pallottola e mi misero la testa sott'acqua. Persi i sensi". I ribelli lasciano Santiago sul pavimento del bagno, convinti che sia morto. Escono di casa ma il ragazzo non li vede: continua a rimanere svenuto per terra.

"Quando mi risvegliai, vidi il mio vicino di casa. Aveva visto i ribelli entrare e uscire. A quel punto era venuto a cercarmi. Mi portò nella sua casa e sarebbe tornato nella mia per prendermi altri vestiti". Ma non arriva alla porta. Altri vicini gli urlano che i ribelli stanno tornando. Rientra in casa.

"Mi disse che non potevo rimanere lì e che mi avrebbe portato in un'altra casa, più sicura. Conoscevo quella famiglia. Non ero conciato bene: perdevo molto sangue, sia dalla schiena che dalla testa. Dovevo essere ricucito prima che fosse troppo tardi. Non potevano portarmi né in ospedale né da un medico. Il padrone di casa mi disse che sarebbe stato doloroso e mi chiuse la bocca con un pezzo di stoffa. Quindi sua sorella cominciò a cucire le mie ferite. Senza anestesia. Resistetti alcuni minuti e poi svenni".

Santiago ha adesso una lunga cicatrice slabbrata sulla schiena e sul fianco sinistro e segni delle ferite sul naso e sulla sommità della testa.

"Mi risvegliai che era notte. Mi diedero da mangiare ma non avevo fame. Mi chiedevo come avrei fatto ad uscire da Abidjan. Lui mi disse di non preoccuparmi: avrei potuto rimanere nella sua casa fino a quando la sorella non mi avesse tolto i punti. Poi sarei dovuto andare via". Nel frattempo i ribelli avevano dato fuoco alla sua casa.

Una settimana e poi Santiago è sulla strada: solo, con vestiti nuovi e con l'equivalente di 50 euro. Tutto quello che aveva potuto dargli la famiglia che lo aveva curato e nascosto. "Da quella casa potevo andare solo in un posto: nella vicina foresta, un luogo dichiarato patrimonio dell'Unesco. Intatto e quindi pieno di animali, anche feroci. Era notte e dopo alcune ore, alle 2, riconobbi delle voci e mi nascosi. Vidi che non erano soldati ma civili come me. Parlavano tra loro e stavano cercando un sentiero. Uscì dal nascondiglio e mi unì a loro. Nel gruppo c'erano anche due donne con i bambini".

Arrivano in un villaggio e trovano una casa abbandonata. Ci sono i soldati. Rimangono nascosti fino al tramonto. Poi uno esce. "Doveva trovare da mangiare per i bambini che avevano fame. Tornò dicendo che aveva trovato una persona: non c'era più niente da mangiare perché i ribelli avevano portato via tutto".

Il viaggio della speranza

Camminando ancora di notte, Santiago riesce a tornare sulla strada e a salire su un piccolo pullman. Destinazione Yamoussoukro, la capitale ufficiale della Costa d'Avorio. Alle porte della città, ecco i controlli del ribelli. "Non avevo documenti. Mi chiesero perché e risposi che li avevo perduti fuggendo dalla guerra. Mi chiesero dove andavo e risposi che la mia destinazione era la città di mia madre. Un soldato iniziò a parlare nella lingua di quella regione: voleva verificare se conoscevo davvero quel dialetto e quella città. Risposi. E lui capì. Mi prese da parte e mi disse in quale direzione scappare. Gli altri mi avrebbero ucciso se avessero capito chi ero".

Santiago arriva nella città della madre e si nasconde nella casa della zia ma la zona è totalmente nelle mani dei ribelli. Si rimette in cammino: due settimane di viaggio e arriva in Burkina Fasu. "Non potevo restare nemmeno lì perché da quel paese erano arrivati i ribelli".

Di nuovo in cammino. Stavolta entra in Niger. "Ci rimasi due anni. Ero un barbiere e ripresi a fare questo mestiere. Dovevo mandare anche i soldi alle mie sorelle e a mio figlio che nel frattempo si erano rifugiati in Ghana. Feci il barbiere e insegnai ad alcuni ragazzi. Quando furono pronti, il padrone della bottega mi mise alla porta".

Di nuovo in cammino. Direzione Libia. "Qui feci il muratore. Per quasi 2 anni. Lavoravo e durante la pausa per mangiare leggevo la Bibbia. Io sono cristiano.  Non avevo il libro ma dei fogli che tenevo in tasca. Un giorno il capocantiere mi chiese cosa leggessi e mi strappò il foglio dalle mani. Tornò con due uomini armati e mi disse che io lavoravo per Israele". Santiago finisce in prigione. Sette mesi.

"Un giorno un ragazzo che era in galera con me mi consigliò di fingermi musulmano. Ci avrebbero assegnati a lavori fuori dal carcere e finimmo da un fornaio. Andò bene per qualche settimana ma poi il padrone ci disse che eravamo gli unici due neri e che la polizia avrebbe fatto controlli. Aveva ottenuto tempo fino alla conclusione del Ramadan. Poi saremmo dovuti andare via. Invece di pagarci per il lavoro, avrebbe potuto metterci in  contatto con una persona. Saremmo arrivati in Italia". 

Santiago sbarca il 3 luglio 2015. Giunge a Montevarchi in una struttura gestita da Betadue all'interno del raggruppamento 100fiori. Va a scuola e ottiene il diploma di terza media, prende la patente di guida, frequenta il corso di primo soccorso della Misericordia di Montevarchi, fa volontariato presso le struttura per anziani e lavori socialmente utili.

Adesso aspetta che qualcuno suoni alla sua porta. Non per ucciderlo ma per farlo lavorare. 

 "Un lavoro è quello che cerco. Mi va bene qualsiasi mestiere. Non posso tornare a casa mia: molti amici che erano con me prima della guerra o sono morti o sono spariti. Altri hanno trovato la morte in prigione perché le condizioni di reclusione non sono umane. Io devo vivere e mandare soldi a mio figlio e alle mie sorelle".

Questa è la vita di un uomo che la burocrazia sintetizza in due parole: protezione sussidiaria.

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