"La vita al tempo del Coronavirus", il racconto di due volontari aretini in servizio all'aeroporto di Peretola

“Non era mai accaduto prima - scrivono i due volontari - E proprio noi stiamo per parteciparvi. Per assistere quindi a qualcosa di unico. Anche perché ci si augura che finisca presto"

E' una sorta di "diario di bordo" quello di Andrea Bonini e Serafino Mammoli. Una pagina fitta fitta di impressioni e ricordi pubblicata sul sito web della Misericordia, per la quale prestano servizio come volontari. Il racconto parte da un presupposto: “Mai era accaduto prima nella storia dell’umanità” che uno stato di allarme internazionale per rischio infettivo imponesse misure così restrittive nel tentativo di contenere il contagio, cioè la circolazione del virus".

E così, in uno scenario definito da film di fantascienza, con mascherine e controlli a tappeto dei viaggiatori ecco cosa è accaduto.

"Mentre ci avviciniamo al nostro turno di servizio come operatori tecnico-sanitari assegnati per input della Confederazione Nazionale delle Misericordie – Dipartimento Protezione Civile all’aeroporto Amerigo Vespucci di Peretola (Firenze) è questo il pensiero che ci pervade insistentemente, come un mantra: “Non era mai accaduto prima”! E proprio noi stiamo per parteciparvi. Per assistere quindi a qualcosa di unico. Anche perché ci si augura che finisca presto"

SI aspettano tute o vestiti speciali, ma per il Coronavirus la barriera principale sono guanti e mascherine monouso e "lavarsi bene le mani": 

La nostra unica “arma” è un termometro a infrarossi – ricorda vagamente una pistola – che serve per puntare una persona alla fronte senza dovercisi accostare troppo e ne rileva in un attimo la temperatura corporea del momento.

Di cosa si va a caccia? Di alterazioni febbrili superiori ai 37.5°C, le sole che vanno considerate come “sospette” e segnalate perché necessitano di ulteriori e più approfonditi controlli.

Poi il lavoro vero, dopo le presentazioni con gli altri volontari, dopo le "consegne" di servizio, ecco il loro turno:

Arrivano i passeggeri da controllare e, nonostante siano transitati già da avvisi disseminati ovunque nel percorso obbligato in cui sono stati incanalati, notiamo la loro sorpresa di fronte al controllo, evidentemente inatteso.

Ma la sorpresa prende noi, quando ci accorgiamo che la loro reazione non è mai neppure un po’ contrariata, anzi: ci colpisce aver origliato involontariamente una signora mentre rassicura la figlioletta dicendole “Hai visto che bello? Ci controllano, si prendono cura di noi, si preoccupano che stiamo bene!…” E si capisce da come lo dice che non è solo per tranquillizzare la piccola: ne è davvero convinta!

Altri ci chiedono “quanta febbre ho?” ma le norme dicono che non possiamo dichiararlo, specie per non instaurare colloqui, anche se almeno accogliere con un sorriso è sempre l’atto vincente verso tutti – un linguaggio non verbale che ignora i confini e si legge negli occhi – e altrettanto spesso si viene come minimo ricambiati allo stesso modo, con un evidente immediato discioglimento di quel primo attimo d’imbarazzo.  

Tutto questo ci offre istantaneamente una conferma a qualcosa che già s’era affacciato in noi, anche se in forma di sensazione inizialmente vaga, che così ora diventa piena consapevolezza: la soddisfazione di star partecipando a qualcosa di molto importante e utile per l’intera comunità, all’interno di un sistema complesso ma evoluto e altrettanto organizzato, che ha saputo adeguarsi a fronteggiare un nemico pubblico tanto invisibile quanto subdolo. Un sistema degno di fiducia.

E allora ci si sente doppiamente fortunati, anche per questa opportunità di aver potuto mettere a disposizione di tutti il nostro tempo e le nostre conoscenze pure in questo campo senza precedenti, “nel nostro piccolo” come si suol dire, ma che poi appunto tanto piccolo non lo è affatto.

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